Buongiorno,
condivido con te le ultime notizie dalla Borsa LME relative alla scorsa settimana ed alcuni approfondimenti dal mondo dei metalli.
L’incertezza su gas, petrolio e valute proietta un’ombra di forte instabilità sul listino degli “industriali”
L’apertura di un nuovo scenario di guerra tra Israele, appoggiato militarmente dagli USA e l’Iran, rimescolerà le carte su molti mercati delle materie prime, a cominciare da quelle energetiche, come petrolio e gas.
I metalli non presentano siti minerari di grande importanza tra il bacino orientale del Mar Mediterraneo e del Golfo Persico e le quote estratte in Iran, seppure rilevanti, sono assoggettate da molti anni a embargo internazionale.
Una situazione che non mancherà di essere molto complessa e imprevedibile nelle determinazioni dei prezzi dollari 3mesi degli “industriali”, soprattutto nelle prime sedute LME di questa ottava e sullo slancio di quella appena conclusa, dove l’indice LMEX è risultato in crescita di quasi 4 punti percentuali.
Gli USA, contrariamente alla precedente azione di guerra tra Israele e Iran, dove assunsero un ruolo marginale, ora si trovano in prima linea a fianco dello Stato ebraico e questo porterà inevitabilmente a un rinforzo del dollaro in un ambito di effetto psicologico tipico dei mercati valutari in questi contesti.
Gli scostamenti dei prezzi dei metalli potrebbero altresì mostrarsi rilevanti e senza particolari controlli, partendo proprio da quelli visti già in rialzo la settimana scorsa, come Rame, Nichel, Alluminio e Stagno, che potrebbero toccare valori decisamente più alti rispetto a quelli visti negli ultimi otto giorni.
La parte restante del listino, composta da Zinco e Piombo, risentirà positivamente di una situazione generale che avrà inevitabilmente degli effetti rialzisti e quindi correggendo in tal senso anche le rispettive quotazioni USD 3mesi, risultate particolarmente deboli nel corso di tutta la scorsa settimana.
La formulazione di previsioni sulle quotazioni dei metalli industriali risulta in questo momento un esercizio a elevato rischio di successo e senza una valenza effettiva sui benefici che queste indicazioni potrebbero avere in termini reali su ogni singola valorizzazione di Borsa.
Le cose saranno decisamente migliori per quelle aziende che nei mesi scorsi hanno saputo pazientemente dotarsi di “una cassetta degli attrezzi”, intesa come strumento in grado di far fronte a emergenze come quelle che stiamo vivendo in queste ore; il cui effetto è certamente quello di far fronte e in maniera proattiva, a qualsiasi orientamento che assumeranno gli “industriali” nei prossimi giorni.
UNO SGUARDO ALLA REALTA’ PRODUTTIVA

Medio Oriente
Alluminio in rialzo per il rischio di stop alle forniture dal Medio Oriente
L’escalation militare in Medio Oriente spinge l’alluminio al rialzo sul London Metal Exchange. Il rischio di interruzioni nello Stretto di Hormuz riporta al centro la vulnerabilità delle catene di approvvigionamento globali.
Le tensioni militari in Medio Oriente hanno riacceso la volatilità sui metalli industriali, con l’alluminio in prima linea. Nelle prime fasi di contrattazione sul London Metal Exchange (LME) i prezzi hanno registrato un balzo fino al 2,8%, toccando 3.247 dollari a tonnellata, prima di ridimensionarsi parzialmente nelle ore successive sui mercati asiatici.
Non si tratta di un semplice rimbalzo tecnico.
Il mercato sta incorporando un premio al rischio legato alla possibilità che le rotte marittime essenziali per i produttori del Golfo possano subire interruzioni.
L’alluminio, per la sua natura energivora e per la concentrazione geografica di parte della capacità produttiva, è tradizionalmente sensibile agli shock regionali.
Lo Stretto di Hormuz come barometro logistico
Il nodo centrale è lo Stretto di Hormuz, corridoio marittimo strategico utilizzato per esportare metallo primario e importare materie prime necessarie alla raffinazione e alla fusione. Una sua eventuale chiusura o limitazione, anche temporanea, altererebbe i flussi commerciali in modo significativo.
Molti dei principali produttori dell’area dipendono da questa rotta per mantenere continuità operativa. La sola percezione di un rischio concreto è sufficiente a spingere gli operatori finanziari a coprirsi, alimentando tensioni sui prezzi future e spot.
Il peso del Medio Oriente nell’equilibrio globale
Secondo la società di consulenza AZ China, l’area interessata rappresenta circa il 9% della capacità produttiva mondiale di alluminio. Una quota abbastanza rilevante da incidere sugli equilibri globali in caso di shock prolungati.
Il conflitto si è intensificato nel fine settimana dopo le azioni militari coordinate di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, seguite da una risposta missilistica di Teheran verso diversi paesi della regione, tra cui Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Bahrein, tutti attori di rilievo nel panorama produttivo dell’alluminio.
In un contesto simile, il mercato tende a reagire in modo non lineare e, anche senza danni diretti agli impianti, il solo rischio logistico e assicurativo può tradursi in un aumento dei costi e in una revisione delle aspettative di offerta.
Metalli a confronto: alluminio guida, zinco sorvegliato speciale
Mentre i prezzi dell’alluminio crescevano, quelli del rame mostravano una leggera flessione dopo i rialzi precedenti, segnale di una dinamica più legata ai fondamentali ciclici che al fattore geopolitico immediato. Lo zinco, invece, ha registrato un incremento contenuto.
Il caso dello zinco merita attenzione dal momento che l’Iran è diventato negli ultimi anni un fornitore significativo per la Cina, contribuendo a mantenere i prezzi interni relativamente più bassi rispetto ad altri mercati.
Un’eventuale interruzione di questi flussi potrebbe rimettere in discussione tali equilibri, con ripercussioni non solo regionali ma anche sulle catene industriali asiatiche.
APPROFONDIMENTO

Lo shock geopolitico di Hormuz farà esplodere la catena globale delle materie prime?
Il blocco di fatto dello Stretto di Hormuz riaccende il rischio su petrolio, GNL, fertilizzanti, inflazione e materie prime in generale.
L’operazione Epic Fury, condotta congiuntamente da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, ha riacceso il baricentro energetico del pianeta.
La risposta di Teheran, con l’Operation True Promise 4 e l’annuncio di un blocco di fatto dello Stretto di Hormuz, ha trasformato uno scontro regionale in uno shock potenzialmente globale.
Non si tratta di una tensione circoscritta. Quando l’area che convoglia una quota determinante del petrolio e del gas mondiale entra in una spirale militare, l’impatto travalica la geopolitica e investe mercati, finanza e catene industriali.
Dall’isola di Kharg a Hormuz: il cuore vulnerabile dell’export
L’architettura energetica iraniana presenta un punto critico noto a tutti: l’isola di Kharg, nel Golfo Persico, snodo essenziale per la quasi totalità delle esportazioni di greggio del paese. Un’infrastruttura ad altissima concentrazione di rischio. Qualsiasi danno significativo o una prolungata inattività congelerebbero nell’immediato milioni di barili al giorno.
Il fattore realmente destabilizzante, tuttavia, è lo Stretto di Hormuz, corridoio obbligato per una quota stimata intorno a un quinto dei consumi globali di petrolio e circa il 30% del commercio marittimo di greggio. Per il gas naturale liquefatto, il passaggio è altrettanto strategico poiché il Qatar, primo esportatore mondiale di GNL, convoglia attraverso questo varco l’intera produzione destinata ai mercati esteri (tra i quali c’è anche l’Italia).
Oltre il 90% dell’export petrolifero di Arabia Saudita, Iraq, Emirati Arabi Uniti e Kuwait dipende dalla stessa rotta. Le alternative logistiche esistono, ma la loro capacità è limitata e non colma il potenziale vuoto. Il risultato è un rischio di soffocamento energetico dell’intero Golfo, non solo dell’Iran.
Petrolio e GNL: la guerra entra nei prezzi
Il mercato del Brent aveva già incorporato un premio al rischio prima dell’escalation. Ora il pricing è dominato dalla variabile militare. Se la crisi rientrasse rapidamente, l’impennata potrebbe risultare violenta ma temporanea. In caso contrario, il mercato inizierebbe a prezzare una contrazione strutturale dell’offerta.
In uno scenario di conflitto protratto, quotazioni ben oltre i 120 dollari al barile diventerebbero plausibili, con punte potenzialmente superiori in caso di allargamento del confronto. Il parallelo storico con gli shock petroliferi degli anni Settanta tornerebbe attuale non come esercizio accademico, ma come scenario operativo per imprese e governi.
Sul fronte del gas, l’eventuale interruzione dei flussi qatarioti innescherebbe una competizione diretta tra Asia ed Europa per i carichi spot disponibili. Il GNL è un mercato globale ma con capacità di riallocazione limitata nel breve periodo. Una corsa agli approvvigionamenti avrebbe effetti immediati sui prezzi e sulle strategie di copertura delle utility.
Inflazione e banche centrali: lo spettro della stagflazione
L’energia è un moltiplicatore di costo lungo l’intera filiera produttiva. Ogni incremento significativo del petrolio si riflette sui prezzi al consumo con un effetto a catena. Se il greggio si stabilizzasse su livelli elevati per un periodo prolungato, l’inflazione globale rischierebbe di trasformarsi da fenomeno ciclico a pressione strutturale.
Per le banche centrali, che stavano valutando una fase di allentamento monetario, si aprirebbe un dilemma: sostenere la crescita o contenere l’inflazione. La combinazione di liquidità più restrittiva e costi energetici elevati rappresenta il terreno tipico della stagflazione, con impatti su investimenti, credito e valutazioni azionarie.
Agricoltura e fertilizzanti: l’effetto meno visibile ma più persistente
L’aumento del prezzo dell’energia si traduce immediatamente in maggiori costi per irrigazione, raccolta e trasporto. Ma il canale più sensibile è quello dei fertilizzanti. Lo Stretto di Hormuz è uno snodo cruciale per il commercio globale di ammoniaca e urea, mentre l’Iran è un esportatore rilevante di metanolo, materia prima strategica per l’industria chimica.
Un’interruzione prolungata comprimerebbe l’offerta mondiale di input agricoli, con un inevitabile riflesso sui prezzi di cereali e oleaginose. Storicamente, in presenza di shock petroliferi, prodotti come grano e soia hanno mostrato le reazioni più marcate. Il rischio è un’ulteriore pressione sui listini alimentari, con implicazioni sociali oltre che economiche.
Oro e argento: rifugio e volatilità
In un contesto di conflitto e inflazione attesa in rialzo, i capitali tendono a rifugiarsi nei beni percepiti come difensivi. L’oro, già su livelli storicamente elevati prima dell’escalation, potrebbe beneficiare della sovrapposizione tra domanda di copertura finanziaria e protezione dall’erosione monetaria.
L’argento presenta una dinamica più complessa dal momento che alla componente di bene rifugio si affianca quella industriale, legata a elettronica e rinnovabili. In caso di rallentamento produttivo globale, la domanda industriale potrebbe indebolirsi, amplificando la volatilità rispetto all’oro. Il risultato è un metallo potenzialmente più esplosivo, in entrambe le direzioni.
Una nuova mappa del rischio globale
Quando il principale corridoio energetico del pianeta si blocca, non si interrompe solo una rotta commerciale. Si attiva un processo di rivalutazione generalizzata degli asset, dalle materie prime ai titoli di Stato, dalle valute ai mercati azionari.
Le lezioni storiche mostrano che shock di questa natura non si esauriscono in poche settimane. Possono ridefinire catene di fornitura, politiche energetiche e strategie industriali per anni. Per operatori e imprese, la sfida non è solo gestire l’emergenza, ma ripensare coperture, approvvigionamenti e scenari di rischio in un contesto che potrebbe aver cambiato struttura.
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