Buongiorno,

condivido con te le ultime notizie dalla Borsa LME relative alla scorsa settimana ed alcuni approfondimenti dal mondo dei metalli.

Momento di svolta al LME, nell’ultima ottava gli “industriali” si lasciano alle spalle i minimi relativi delle quotazioni dollari 3mesi.

Nell’eterno confronto tra i diritti da vantare, realmente di pochi e i doveri da rispettare, che si assoggettano alle maggioranze in qualsiasi contesto, bene si colloca il momento che stanno attraversando i mercati e in particolare i prezzi delle materie prime, anime reali di tutti i sistemi economici e riconducibili alle Borse merci.

I metalli industriali, visti attraverso il London Metal Exchange, rappresentano una forma infinitesimale d’insieme, un microcosmo in termini assoluti rispetto alla base dei fruitori indiretti, che poi si distribuisce sull’intera popolazione mondiale.

La massima espressione di questo concetto è rappresentata dal grano, pochi operatori a muovere la sua entità di prezzo, alcune decine di migliaia nel mondo, contro oltre otto miliardi di bocche che tutti i giorni devono avere il sacrosanto diritto di portarlo alla bocca come pane.

Le accuse, infondate, di chi vede metaforicamente subire dei contatti sui nervi scoperti, è quello di “peccare” di demagogia, ma il diritto di parlare è di pochi, le cosiddette élite, mentre il dovere di ascoltarle è della restante parte, ovvero di tutti, la cui unica forma di difesa, è quella di rimboccarsi le maniche.

I numeri sono la forma più efficace e quindi scomoda nell’evidenziare le maggiori disfunzionalità dei sistemi, leggi diseguaglianze. I metalli toccano in questo ambito comparativo elementi piuttosto sconcertanti e riconducibili su dati documentati.

I prezzi effettivi degli “industriali”, rapportati sulla base dell’indice LMEX, sono cresciuti di quasi l’8% in questa prima metà di 2026 e di circa il 30 rispetto alla fine di giugno dello scorso anno, dove Rame, Alluminio e Stagno hanno svolto i ruoli di maggiori protagonisti, ma coloro che si sono arrogati i diritti di parlare o meglio di agire, hanno fatto un “buon lavoro” negli ultimi 12 mesi.

Il riferimento va all’incremento dei valori dei titoli quotati a Wall Street del comparto minerario e di quello della raffinazione dei metalli, che in relazione all’indice STOXX di settore sono cresciuti del 16% tra gennaio e giugno e di ben 60 punti percentuali in raffronto all’anno solare.

I momenti di minimo sono stati trasversali per tutti gli “industriali” e distribuiti nel corso di tutta l’ottava appena conclusa.

Il Rame è pronto a risalire?

Il Rame ha registrato il suo momento di massimo ribasso durante la seduta del 25 giugno, ma dettaglio importante nella prospettiva di breve periodo è lo stato di esaurimento dell’inerzia ribassista e quindi una reazione di crescita positiva del valore USD 3mesi già in avvio di questa settimana.

Zinco il più performante

La candidatura di metallo più performante della settimana LME sarà senza ombra di dubbio ad appannaggio dello Zinco i cui movimenti posti a chiusura di momenti piuttosto opachi per la definizione del suo valore di Borsa si sono già evidenziati nella seconda parte della settimana scorsa.

Le Leghe, Ottone e Zama

Le leghe presenteranno delle direzionalità a senso unico e in crescita, in riferimento alla Zama per le ottime aspettative settimanali dello Zinco e per l’Ottone che dovrebbe abbinare al già avvenuto momento di minimo del Rame, le contemporanee evoluzioni rialziste di tutte le “basi prezzo” già in avvio di questa ottava.

Ultime occasioni per acquistare Alluminio a prezzi bassi?

I momenti “tristi” o se si preferisce quelli delle occasioni perdute stanno per terminare anche nell’orbita LME dell’Alluminio e i segnali stanno diventando sempre più nitidi, alla stregua di “ultime chiamate” per i ritardatari o quelli animati da incrollabili speranze nel vedere il metallo verso riferimenti dollari 3mesi ancora più bassi degli attuali.

Nichel al livello più basso da inizio 2026

I tempi per la ripresa della quotazione di Borsa del Nichel non saranno quelli di questa settimana, sebbene il valore fatto segnare nel corso della seduta di mercoledì 24 giugno, sotto la soglia di 16800 dollari 3mesi non avrà motivi di replicabilità e per la statistica il valore più basso dell’intero 2026.

Piombo in una situazione di stallo al minimo relativo

La lunga permanenza nello stato di minimo del valore del Piombo al LME, centrando per ben due volte la scorsa settimana a quota 1900 USD 3mesi, potrà rivedere in aumento le sue quotazioni di Borsa in un’operazione di “gregariato” dell’intero listino, che in una possibile ventata di quotazioni in crescita favorirebbe anche quella del Piombo.

Stagno in procinto di risalire?

Il massimo relativo dello Stagno, toccato in avvio della scorsa ottava a oltre quota 55mila dollari è al momento un riferimento di Borsa ancora decisamente lontano, ma il segnale di forte insofferenza al minimo relativo di giovedì 25 giugno, al di sotto della soglia di 50mila USD 3mesi, deve essere trattato con il pari stato di eccezionalità.

La sintesi per lo Stagno LME sarà quella di un collocamento intermedio in una possibile area di grafico la cui “residenza” non dovrebbe essere distante da quota 53mila dollari.

Rottami di alluminio

Bruxelles ferma l’export di rottame di alluminio: dazio del 15% in arrivo

Secondo il Financial Times, la UE si prepara a introdurre il primo dazio nella sua storia sulle esportazioni. Ne saranno colpiti i rottami di alluminio.

Per la prima volta nella sua storia, l’Unione Europea si prepara a tassare non ciò che entra, ma ciò che esce. La misura riguarda il rottame di alluminio ed è il segnale che Bruxelles è disposta a usare strumenti commerciali che fino a ieri considerava appannaggio di economie meno liberiste.

Secondo quanto riportato dal Financial Times, la tariffa sarà fissata al 15% sulle esportazioni di rottame di alluminio. L’annuncio formale è atteso per settembre, con implementazione subordinata all’approvazione degli stati membri.

L’obiettivo dichiarato è trattenere dentro i confini del blocco un materiale che non è più considerato semplice scarto industriale, ma risorsa strategica.

Perché il rottame è diventato strategico

Il rottame di alluminio è l’ingrediente principale dell’alluminio riciclato e il riciclaggio dell’alluminio consuma fino al 95% di energia in meno rispetto alla produzione primaria da bauxite.

La domanda di alluminio è in forte crescita su entrambi i fronti su cui l’Europa sta investendo massicciamente: la transizione energetica e il riarmo. Dai telai per pannelli solari ai componenti per turbine eoliche, dall’alleggerimento dei veicoli elettrici fino ai blindati e alle navi militari, l’alluminio è ovunque.

Nei piani della Commissione Europea, il Critical Raw Materials Act del marzo scorso aveva già alzato gli obiettivi di riciclo.

Secondo i dati di European Aluminium, ogni anno fuoriescono dalla UE circa 1,2 milioni di tonnellate di rottame, destinate principalmente a India, Cina e Thailandia. L’associazione di categoria ha denunciato che acquirenti asiatici, supportati da sussidi governativi consistenti, riescono a pagare prezzi che i riciclatori europei non possono permettersi di eguagliare.

Il risultato è meno rottame disponibile, meno utilizzo degli impianti, costi unitari più alti, competitività in caduta.

L’effetto perverso dei dazi Trump

In questo quadro già fragile, la politica commerciale americana ha fatto da acceleratore involontario. L’amministrazione Trump ha imposto un dazio aggiuntivo del 50% sui prodotti in alluminio importati negli Stati Uniti, ma ha esentato il rottame.

L’asimmetria è clamorosa dal momento che esportare rottame verso gli USA è diventato più conveniente di esportare prodotti finiti, creando un incentivo perverso che ha spinto ulteriori volumi di materiale fuori dalla UE attraverso questa via preferenziale.

Il dazio proposto da Bruxelles punta in parte proprio a tappare questa falla, oltre a ridurre il deflusso verso Asia. È un intervento che risponde a una geometria commerciale distorta da altre politiche, non solo da dinamiche di mercato spontanee.

Un precedente che pesa

Sul piano formale, l’iniziativa è inedita. L’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) ha sempre trattato le tariffe export come misure eccezionali, tendenzialmente scomode per economie che si dichiarano campioni del libero scambio.

La UE entra nella logica di nazionalismo delle risorse, che fino a poco tempo fa aveva ripetutamente criticato in nome del libero mercato, puntando il dito contro la Cina e l’Indonesia con i suoi divieti sull’export di nichel greggio.

Come è facile immaginare, ci sono molte voci critiche a riguardo, considerando che il sistema commerciale globale dei rottami funziona per ragioni economiche, non politiche.

L’Europa che per decenni ha predicato apertura commerciale si ritrova rimangiarsi tutte le parole spese e a cercare di mettere un freno alle proprie esportazioni per proteggere una filiera industriale interna. Il contesto potrebbe anche giustificarlo, ma il precedente che si crea è grave visto che domani la stessa logica potrebbe essere applicata ad altri materiali.

Cosa cambia per i mercati

Con meno rottame disponibile sui mercati internazionali, i prezzi interni UE potrebbero scendere, migliorando i margini di approvvigionamento per fonderie di riciclo e laminatoi europei.

Per i produttori di alluminio secondario in India e Cina, che su quella fonte contano per 1,2 milioni di tonnellate all’anno, il reperimento alternativo di materia prima non sarà né rapido né economico.

Sul fronte finanziario, il mercato guarda con attenzione ai possibili effetti sui premi regionali del rottame e sulle quotazioni dell’alluminio primario al London Metal Exchange (LME). La UE ha già ridotto l’accesso all’alluminio primario russo tramite le sanzioni a Mosca e gli approvvigionamenti europei sono quindi già sotto pressione da più lati e questo dazio si inserisce in uno scenario di riorganizzazione complessiva delle catene di fornitura.

I dettagli del provvedimento arriveranno a settembre.

Ci sono ancora numerosi punti aperti da chiarire come l’effettivo perimetro del 15%, il calendario di entrata in vigore e soprattutto la gestione delle possibili esenzioni per paesi legati all’UE da accordi commerciali. All’interno del Vecchio Continente, le imprese che hanno costruito un modello di business sull’export di rottame faranno sentire la propria voce in fase di negoziato tra stati membri. Il percorso verso l’approvazione finale non sarà privo di attriti.

Crollano i prezzi della bauxite. La Guinea ridisegna la geografia globale dell’alluminio

Export record, prezzi in calo e nuove raffinerie: come la strategia della Guinea può cambiare la filiera globale di bauxite, allumina e alluminio.

La Guinea è diventata il perno materiale del mercato mondiale della bauxite. In pochi anni ha superato l’Australia come primo produttore globale, arrivando a rappresentare circa il 40% dell’offerta mondiale e il 70% del commercio marittimo.

Ma quando un settore cresce troppo in fretta, il problema diventa quello di non far saltare gli equilibri di mercato. Le esportazioni guineane sono salite del 25% su base annua fino a 183 milioni di tonnellate nel 2025e il risultato è stato che il prezzo FOB Australia della bauxite si è praticamente dimezzato tra lo scorso anno e la prima parte del 2026.

Più estrazione di minerale significa infatti meno potere sul prezzo se il materiale arriva sul mercato in quantità tali da soffocarlo.

Il copione delle quote, tra disciplina e convenienza

La Guinea guarda con attenzione a chi ha già provato a rimettere ordine nel caos dei metalli strategici. Indonesia ha scelto quote minerarie e blocco dell‘export di bauxite per spingere la lavorazione interna; la Repubblica Democratica del Congo ha provato a usare quote all’esportazione sul cobalto.

La Guinea sembra orientata verso una formula intermedia, pensata per impedire agli operatori di esportare più di quanto le quote di produzione consentano realmente. Non è difficile capire il calcolo politico dietro questa scelta: ridurre l’eccesso di offerta senza provocare uno shock disordinato come quello visto nel cobalto congolese.

In altre parole, il governo vuole frenare il settore, ma senza trasformare la cura in un incidente industriale.

C’è poi un secondo aspetto, ancora più importante e cioè il controllo dei volumi che serve anche a riscrivere la struttura della filiera. L’obiettivo è trattenere più valore nel paese, spostando il baricentro dalla semplice estrazione alla raffinazione in allumina.

La dipendenza cinese cambia forma

L’industria dell’alluminio della Cina si è costruita una dipendenza crescente dalla bauxite guineana, passata da appena 334.000 tonnellate importate nel 2015 a 149 milioni di tonnellate nel 2025, pari al 74% di tutte le importazioni del paese.

La ragione è industriale prima ancora che commerciale dal momento che le riserve domestiche cinesi sono state logorate da decenni di attività mineraria e restano inferiori per qualità rispetto al minerale guineano, apprezzato per l’elevata purezza e il basso contenuto naturale di silice.

Nel frattempo, la capacità di fusione dell’alluminio in Cina è cresciuta enormemente in questo secolo, trascinando con sé il bisogno di allumina e quindi di bauxite ben oltre ciò che il paese può scavare in casa.

Per questo la stretta annunciata dalla Guinea non ha colto di sorpresa i compratori cinesi, che hanno avuto tempo per accumulare scorte. A marzo le importazioni dalla Guinea hanno toccato il record mensile di 18 milioni di tonnellate, segnale di una corsa preventiva ad assicurarsi materiale per il resto dell’anno.

Probabilmente la dipendenza tra i due paesi non finirà e la Cina continuerà ad aver bisogno della Guinea, ma dovrà accettare che il fornitore non voglia più restare confinato nel ruolo di miniera a cielo aperto al servizio delle raffinerie altrui.

L’allumina come vero terreno di scontro

Il segnale più chiaro arriva da Chalco, il gruppo statale cinese dell’alluminio, che ha impegnato 1 miliardo di dollari in una nuova raffineria da 1,2 milioni di tonnellate annue di allumina. Se il minerale non può più essere dato per scontato, allora conviene presidiare il passaggio industriale direttamente alla fonte.

Non a caso si tratta del primo grande investimento estero nell’allumina da parte del colosso statale cinese, oltre che del terzo progetto di raffineria sostenuto da capitali cinesi annunciato negli ultimi mesi. La sicurezza dell’approvvigionamento ormai passa per la presenza industriale, non solo per i contratti di acquisto.

La Guinea, dal canto suo, ha già mostrato di voler fare sul serio. L’episodio più eloquente è stato il sequestro degli asset minerari di Emirates Global Aluminium lo scorso anno, dopo il mancato rispetto dell’impegno sulla raffinazione.

Oggi il paese dispone di un solo impianto operativo, la raffineria di Friguia, costruita negli anni Sessanta, passata nel tempo da Pechiney a Reynolds e poi, dal 2008, a Rusal. Dopo lo stop tra il 2012 e il 2018 è tornata in funzione, ma sotto la capacità nominale di 650.000 tonnellate annue.

Per questo il piano della Guinea di arrivare entro il 2030 a cinque o sei nuovi impianti per complessivi 7 milioni di tonnellate annue di allumina va letto come un cambio di modello, non come un semplice ampliamento industriale.

Nasce un baricentro africano

Il paragone con l’Indonesia ha senso fino a un certo punto. Jakarta ha potuto spingere molto più in là l’integrazione della filiera grazie a un’abbondante disponibilità di energia da carbone, sufficiente sia per raffinare l’allumina sia per fondere alluminio. La Guinea, almeno per ora, non ha le risorse energetiche per andare oltre la fase dell’allumina.

Comunque, se la strategia della Guinea funzionerà, l’Africa occidentale potrebbe trasformarsi in un nuovo hub dell’allumina, riducendo il peso del commercio marittimo di bauxite grezza e allargando invece il mercato globale dell’intermedio raffinato.

Anche la Nigeria ha firmato con Africa Finance Corporation un accordo da 1,3 miliardi di dollari per costruire una raffineria di allumina, mentre il Ghana prova a muoversi nella stessa direzione sotto la regia della Ghana Integrated Aluminium Development Corporation. Se più produttori africani smettono di vendere solo minerali e iniziano a vendere semilavorati, la supply chain dell’alluminio potrebbe cambiare davvero faccia.

Il caso della Guinea evidenzia come la stagione del minerale africano a basso valore aggiunto e senza condizioni stia mostrando crepe evidenti. Il paese africano sta cercando di trasformare il proprio eccesso produttivo da problema di prezzo in strumento di negoziazione e i vecchi equilibri di mercato non saranno più sostenibili.

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