Buongiorno,

condivido con te le ultime notizie dalla Borsa LME relative alla scorsa settimana ed alcuni approfondimenti dal mondo dei metalli.

Per ottimizzare i processi produttivi, le aziende utilizzatrici di metalli devono oggi sviluppare una nuova competenza strategica: saper individuare, tra gli “industriali” quotati al LME, i valori più funzionali e sostenibili per il proprio fabbisogno.

Un nuovo bisogno si sta affermando tra coloro che devono far “quadrare i conti” delle proprie aziende, rappresentato dalle individuazioni dei valori più appropriati delle materie prime inserite nei processi produttivi di qualsiasi bene lavorato.

Un’opinione, no di certo, una stima di prezzo desiderato, da escludere a priori, venendo così meno le vessazioni di molti responsabili acquisti verso i propri fornitori, ma un approccio, diciamo “scientifico”, determinato da uno studio attento di come quotidianamente si formano i prezzi delle materie prime presso le Borse merci di qualsiasi appartenenza di settore, metalli industriali compresi.

Una vera e propria disciplina fatta di informazioni non di mercato, quelle fanno parte di un chiacchiericcio pettegolo e di letture di report settoriali che hanno le caratteristiche di essere già superati nei momenti esatti delle loro pubblicazioni, ma “semplicemente” annotare le sequenze dei numeri, che sono poi i prezzi diffusi in tempo reale via web dalle piattaforme informative, meglio conosciute come “provider”.

La strada che porta alla decisione di vendere o comprare, come quella di attendere, risulta più breve del previsto, dove la vera materia prima è il dato di affidabile sintesi formato semplicemente dalla “stringa” di numeri prescelti in una naturale e autentica competenza acquisita con le esperienze personali.

Nell’ultima settimana il listino degli “industriali” ha, di facciata, evidenziato uno stato di neutralità nella variazione dell’indice LMEX, lo 0.2% in campo negativo, eppure le opportunità di buoni interventi sui prezzi dollari 3mesi non sono mancate per tutti i metalli, anche nelle proiezioni tra il breve e il medio termine, potendo quindi intercettare le strategie più consone ai piani industriali di ciascuna azienda.

Rame pronto per una nuova crescita della quotazione?

Il Rame con il cambio di mese si è lasciato alle spalle le “secche” di un momento abbastanza anonimo in relazione alle intensità delle quotazioni USD 3mesi registrate negli ultimi tempi, presentando al mercato degli industriali, ma soprattutto agli operatori interessati al metallo guida LME, che l’indirizzo risulterà orientato verso valori più elevati degli attuali.

Potenzialità rialziste per lo Zinco

Le potenzialità rialziste dello Zinco sono rimaste immutate, sebbene nella parte della settimana appena trascorsa abbia messo in evidenza una certa stabilità, per non dire un blando arretramento della quotazione USD 3mesi. Lo stato delle cose sul finire dell’ottava di Borsa è mutato profondamente per lo Zinco, entrato nuovamente in una fase di definizione rialzista con l’obiettivo di avvicinare e in seguito superare la linea posta a 3600 dollari.

Le Leghe, Ottone e Zama

Una settimana, quella che si sta aprendo, ricca di novità per le leghe di Rame e Zinco e difficile per gli utilizzatori che risultavano confidenti verso un ulteriore indebolimento particolarmente rivolto alla quotazione dell’ottone in tutte le declinazioni delle composizioni.  Una visione d’insieme analoga per la Zama, dove le tanto attese rimodulazioni verso il basso delle medie prezzo riferite a tutte le leghe non avrà modo di realizzarsi a causa della tensione rialzista dello Zinco al LME.

Anche l’Alluminio si appresta a risalire?

L’attesa è stata relativamente lunga, ma anche l’Alluminio è pronto a risalire sul “trenino” degli aumenti, che aveva abbandonato in modo certo nel corso della seduta del 29 giugno e poco al di sotto di quota 3200 dollari. Il divario attuale rispetto al momento di massimo appena citato è di circa 100 USD per il riferimento 3mesi, differenziale che andrà ad assottigliarsi velocemente già nella prima parte di questa settimana di Borsa.

Nichel in segno meno da oltre un mese

Al Nichel manca il segno più nelle variazioni intermedie con caratterizzazioni giornaliere da oltre un mese, portando il metallo a indebolirsi di quasi il 15% da inizio giugno nel riferimento in dollari. Nulla di eclatante al momento, ma anche il Nichel non mancherà e già nel corso di questa settimana di contribuire alla nuova visione rialzista del listino degli “industriali” come dato aggregato.

Piombo al massimo relativo del periodo

Una linea di crescita che vedrà anche il Piombo tra i protagonisti, grazie al “fresco” raggiungimento del livello di massimo relativo, lasciandosi alle spalle con un balzo del 2% la zona di minimo toccata in avvio di luglio.

Stagno in una sequenza di massimi relativi

Negli ultimi dieci giorni lo Stagno ha solo messo in evidenza correzioni in sequenza di massimi relativi, portando il valore di Borsa 3mesi in una crescita di oltre 2700 dollari. Una dimensione valoriale decisamente oltre misura a cui necessiterà considerare uno stato di rallentamento della sua quotazione LME, comunque non in termini di crollo strutturale del suo riferimento in dollari, ma di un riposizionamento verso il basso dai contorni più tecnici e di sostenibilità finanziaria per gli acquisti di Stagno.

Stabilimento NOVELIS – Sierre – Svizzera

Alluminio: in Svizzera entra in funzione il primo forno a spinta elettrico

Novelis ha avviato nello stabilimento di Sierre il suo primo forno elettrico a spinta per il preriscaldamento dei lingotti di alluminio.

La transizione energetica dell’industria dell’alluminio si misura sempre più sulla tecnologia degli impianti. L’avvio del primo forno a spinta elettrico di Novelis nello stabilimento di Sierre (Svizzera) rappresenta un passo in avanti in questa direzione, con l’obbiettivo di ridurre emissioni e consumi energetici intervenendo su una delle fasi più energivore della laminazione: il preriscaldamento dei lingotti.

Il nuovo impianto sostituisce il precedente sistema alimentato a gas naturale e viene utilizzato per portare i lingotti alla temperatura necessaria prima della laminazione.

Secondo l’azienda, il passaggio all’alimentazione elettrica consentirà di evitare circa 4.500 tonnellate di CO2 equivalente ogni anno, mentre il fabbisogno energetico dell’operazione dovrebbe diminuire di circa il 25% rispetto alla tecnologia precedente.

Il beneficio deriva soprattutto dalla minore intensità carbonica dell’elettricità impiegata, con una riduzione delle emissioni dirette e indirette, cioè quelle riconducibili agli Scope 1 e Scope 2.

Dalla sperimentazione alla produzione

Il progetto non nasce direttamente in fabbrica ma in un laboratorio. Il concetto del forno elettrico è infatti stato sviluppato nell’ambito dell’iniziativa Net Zero Lab Valais, lanciata da Novelis nel febbraio 2022 con l’obiettivo di individuare soluzioni in grado di avvicinare la produzione di alluminio alla neutralità climatica.

Dal punto di vista tecnico, il forno a spinta elettrico permette di movimentare i materiali attraverso una camera riscaldata in modo continuo, garantendo maggiore uniformità delle temperature e un controllo più preciso del processo. Caratteristiche che, oltre all’aspetto ambientale, possono tradursi anche in una migliore stabilità produttiva.

Il vero problema, come spesso accade per molte nuove tecnologie, è quello economico. L’elettrificazione industriale promette benefici ambientali, ma può funzionare solo se accompagnata da una disponibilità di energia a prezzi competitivi e sufficientemente stabile. Naturalmente, si tratta di un aspetto decisivo per un settore ad alta intensità energetica come quello dell’alluminio.

Il calore di scarto diventa una risorsa

L’intervento sul forno non rappresenta l’unico tassello della strategia di Novelis nello stabilimento svizzero. L’azienda ha infatti avviato studi con la società energetica Oiken per ampliare la rete di teleriscaldamento della città di Sierre.

L’obiettivo è quello di utilizzare il calore recuperato dai processi industriali per coprire tra il 20% e il 30% del fabbisogno energetico urbano. Il progetto si inserisce nel solco di una precedente iniziativa che già sfrutta il calore residuo proveniente dalla colata dell’alluminio per alimentare un vicino complesso edilizio.

È un esempio di integrazione industriale che cerca di valorizzare energia destinata altrimenti a disperdersi. In un contesto in cui ogni chilowattora assume un valore crescente, recuperare energia significa anche migliorare l’efficienza complessiva dell’intero sistema produttivo e territoriale.

La decarbonizzazione passa dagli investimenti

Secondo il direttore dello stabilimento di Sierre e responsabile degli impianti di riciclo europei di Novelis, Serge Gaudin, il nuovo forno rappresenta un ulteriore passo verso l’obiettivo di operazioni a emissioni neutre, inserito nella strategia aziendale 3×30.

Ma l’aspetto più interessante non è tanto l’obiettivo dichiarato quanto il metodo scelto per raggiungerlo. L’azienda punta infatti a estendere progressivamente l’elettrificazione e l’integrazione di fonti energetiche a basse emissioni anche ad altri siti produttivi della propria rete.

Anche in questo caso, risulta evidente come la decarbonizzazione industriale non dipende soltanto dalla disponibilità di nuove tecnologie, ma dall’equilibrio tra investimenti, costo dell’energia e competitività internazionale.

Gli impianti possono diventare più efficienti, ma se il contesto energetico non accompagna questa trasformazione il rischio è che la sostenibilità rimanga confinata ai singoli progetti invece di diventare un reale vantaggio industriale.

APPROFONDIMENTO

Simbolo dell’Alluminio nella tavola periodica degli elementi

L’alluminio secondario non è più il fratello povero del primario e… cambia tutto

Il prezzo del rottame di alluminio sfiora ormai quello del primario mentre il CBAM europeo ridisegna i margini della filiera.

C’è un numero che sta silenziosamente riscrivendo le regole del settore dell’alluminio in Europa. Si tratta del rottame che viaggia ormai a oltre il 90% del prezzo dei pani primari quotati al London Metal Exchange (LME). Lo dice il Segretario Generale di FACE, Mario Conserva.

E quando il materiale di scarto costa quasi quanto il metallo vergine, l’intera logica economica della filiera secondaria va ripensata da capo. È un cambio di paradigma che sta ridisegnando chi guadagna e chi perde nella catena del valore dell’alluminio.

Il conto del carbonio sta arrivando

Produrre una tonnellata di alluminio primario tramite il processo Hall-Héroult richiede circa 14.000 chilowattora, contro appena 500 per rifondere la stessa quantità di rottame. Un risparmio energetico del 97%, che si traduce in circa 1,47 dollari per chilogrammo di metallo prodotto, un vantaggio che per un rifusore da 200mila tonnellate annue vale oltre 290 milioni di dollari di margine teorico.

Qui entra in scena il Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM), il meccanismo europeo che calcola i costi carbonici sulle emissioni incorporate nei prodotti importati.

Il rottame post-consumo, per convenzione contabile, ha zero carico carbonico a monte ed è considerato neutro perché l’energia della sua prima vita è già stata “pagata” altrove. Questa singola regola contabile sta per decidere quali filiere produttive sopravviveranno nel prossimo decennio, penalizzando pesantemente il primario cinese e indiano alimentato a carbone.

L’Europa finanzia i propri concorrenti

Ma tutta questa storia ha anche un risvolto amaro e paradossale dal momento che l’Europa genera circa sette milioni di tonnellate di rottame l’anno, frutto di investimenti in raccolta differenziata di qualità, con tassi di ritorno del vuoto a rendere straordinari, soprattutto in Germania e Scandinavia. Eppure, circa 1,2 milioni di tonnellate di quel materiale lasciano ogni anno il continente, dirette verso mercati con scala di fusione e politiche commerciali più aggressive.

Se quel rottame restasse in casa, la dipendenza europea dal primario importato calerebbe di quasi il 24%. Invece i prezzi domestici dello scarto sono saliti dell’80% dal 2019, spinti dalla domanda globale, rendendo la competizione con operatori asiatici a energia più economica una battaglia persa in partenza.

Nel frattempo, l’India applica dazi all’importazione di rottame per proteggere la propria industria, la Malesia impone dazi all’export, mentre la Cina, primo importatore mondiale con 2,3 milioni di tonnellate annue, tassa al 15% le proprie esportazioni di scarti.

La geografia instabile del primario

La Cina produce da sola circa 43 milioni di tonnellate di alluminio primario l’anno, quasi metà dell’offerta mondiale, con i paesi del Golfo a coprire buona parte del resto. È una dipendenza strutturale dei paesi occidentali che oggi viene messa sotto pressione da tre fronti contemporaneamente.

In Guinea, snodo cruciale per la bauxite con 183 milioni di tonnellate esportate, il governo ha imposto tagli ai volumi di export per sostenere i prezzi. Dato che circa il 70% di quella bauxite finisce già in Cina, i tagli concentrano ulteriormente il controllo cinese e alzano il rischio di approvvigionamento per gli acquirenti occidentali.

Nello Stretto di Hormuz, l’allargarsi del conflitto con l’Iran ha di fatto militarizzato una rotta marittima vitale per l’export di alluminio primario dal Golfo, gonfiando i premi assicurativi e creando un premio fisico alla consegna scollegato dal prezzo base LME.

Infine, l’alluminio russo, bandito dai magazzini LME occidentali, viene dirottato verso i mercati asiatici a prezzi scontati, riscrivendo i benchmark di riferimento e dimostrando quanto la dipendenza dal primario importato sia ormai un rischio geopolitico a tutti gli effetti.

Il rottame sporco non è primario travestito

La tentazione di considerare il secondario come un sostituto perfetto del primario è ingenua dal punto di vista metallurgico. L’alluminio fuso assorbe ferro, rame, silicio e zinco dai flussi di rottame contaminati e il ferro in particolare precipita in fasi intermetalliche fragili che innescano microfratture sotto carico meccanico.

Per decenni la soluzione è stata la diluizione, mescolando metallo secondario contaminato con grandi volumi di primario puro, oppure declassandolo a leghe da fonderia pesante destinate ai blocchi motore a combustione interna.

La transizione verso i veicoli elettrici, che non richiedono blocchi motore, sta chiudendo per sempre quel bacino di assorbimento del materiale declassato.

Uno studio peer-reviewed sulla lega 6181 per lastre automotive rivela che le varianti ad alto contenuto di rottame superano il primario in resistenza meccanica, con circa 20 MPa in più su snervamento e trazione grazie al rame e magnesio residui che agiscono da rinforzanti in soluzione solida.

Il vero limite è la formabilità dinamica poiché l’esponente di incrudimento più basso fa localizzare la deformazione prima, causando assottigliamenti e rotture negli stampaggi profondi ad alta velocità che le linee OEM moderne non tollerano.

La rivoluzione della cernita e del design

Ad oggi, la “scienza delle leghe sporche” non punta più a purificare il secondario fino a farlo somigliare al primario, ma a progettare famiglie di leghe che tollerino la contaminazione controllata, intrappolando gli elementi tramp (impurità) in siti reticolari innocui tramite processi termomeccanici mirati.

Tutto questo però non serve a nulla se le famiglie di leghe incompatibili finiscono insieme nel forno.

Qui entra la Laser-Induced Breakdown Spectroscopy (LIBS), cioè un laser ad alta energia che vaporizza ogni pezzo di rottame sul nastro trasportatore, generando un microplasma che gli spettrometri leggono istantaneamente per identificare la lega esatta prima che getti d’aria pneumatici la smistino nel flusso corretto.

Il risultato è un rottame già in specifica all’ingresso del forno, che elimina il bisogno di correzione con primario e di fatto aggira la tariffa CBAM.

In parallelo, i costruttori di autoveicoli più lungimiranti adottano il Design for Recycling (DfR), progettando carrozzerie con un’unica famiglia di lega compatibile considerando che la struttura che oggi entra in un’auto tornerà rottame tra 12 o 15 anni e il DfR garantisce che sarà già pulita alla fonte, prima ancora di arrivare al frantumatore.

Il primario sopravvive, ma perde il trono

A questo punto c’è che si domanda se il secondario cannibalizzerà completamente il primario. La risposta metallurgica ed economica è no, ma il margine sì.

Il primario resterà indispensabile per due motivi concreti. Il primo è che la domanda macroeconomica globale, specie nei paesi in via di sviluppo che costruiscono reti elettriche e infrastrutture ex novo, richiede volumi che il bacino di rottame attuale non può coprire.

Inoltre, finché LIBS e DfR non raggiungeranno una saturazione globale totale, servirà comunque una base di metallo puro per diluire gli elementi tramp nelle fusioni più complesse.

Ma la sua funzione economica sta cambiando pelle e da motore fondante del profitto industriale sta passando a ingrediente tassato e commoditizzato, usato quasi come correttivo per le fusioni secondarie.

Evitando gli investimenti miliardari per gli smelter greenfield, la penalità energetica di 1,47 dollari al chilo e la tassa carbonica CBAM di 75,36 euro a tonnellata, i rifusori secondari si ritagliano un vantaggio strutturale che i produttori primari non possono replicare.

Il futuro della filiera, insomma, non appartiene più a chi scava, ma a chi ricicla.

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