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condivido con te le ultime notizie dalla Borsa LME relative alla scorsa settimana ed alcuni approfondimenti dal mondo dei metalli.

Nuovo massimo relativo per il listino degli “industriali”, ma per i prezzi LME a 3mesi in dollari si prospetta una correzione al ribasso

I mercati sono da sempre dei fenomeni dinamici e i soggetti che ne formano le loro ossature devono necessariamente trovare delle immediate strategie di adattabilità a ogni cenno di cambiamento.

Un concetto che si basa su una delle leggi fondanti dell’economia, quella della domanda e dell’offerta, che sarebbe utile riprendere e ripassare bene proprio in questo periodo.

Una delle parole più abusate al giorno d’oggi è resilienza, senza quasi conoscerne il significato e ancora meno essere consapevoli di cosa rappresenti in fisica e in meccanica la misurazione di laboratorio, essendo la proprietà di un materiale a resistere a sollecitazioni esterne senza spezzarsi, tornando poi alla forma originale.

Il dato che manca diffusamente a chi opera con le commodity, rientrando a pieno titolo anche i metalli industriali, è l’attribuzione della dinamicità insita in un prezzo di Borsa; quindi, a dover pensare o meglio posizionare esattamente la quotazione di riferimento in una scala di valori adeguata e volutamente scollegata da logiche comunicative dettate dagli organi d’informazione di qualsiasi natura.

La nuova collocazione rialzista di oltre 1 punto percentuale su base settimanale dell’indice LMEX esprime molto bene il significato, rappresenta una variazione non certo qualificabile come importante, ma decisiva per attualizzare l’intera sequenza del listino londinese composta da importanti massimi relativi in riferimento ai prezzi dollari 3mesi.

Serie di massimi relativi per il Rame

La serie ravvicinata dei due massimi relativi registrati dal Rame, hanno decretato i confini della progressione rialzista iniziata formalmente nella parte centrale della seduta LME di mercoledì 8 luglio. Una rapida crescita del “metallo rosso” che ha riposizionato il suo massimo oltre quota 13.500 dollari 3mesi, replicando il dato di Borsa visto in avvio dell’ultima ottava interamente di competenza del mese di giugno.

Fine della corsa al rialzo per lo Zinco?

Lo Zinco ha raggiunto il suo obiettivo toccando e poi superando quota 3600 USD 3mesi, una rincorsa iniziata a fine maggio e che visti i riscontri di chiusura della settimana appena messa alle spalle ha evidenziato una sorta di “termine corsa” per il metallo.

Le Leghe, Ottone e Zama

Le leghe composte da Rame e Zinco, grazie ai risultati di questi due metalli si sono ricollocate su livelli alti, in particolare l’Ottone, sebbene prima di raggiungere il suo massimo settimanale ha registrato un andamento piuttosto ondivago, probabilmente in nuova riproposizione nei prossimi giorni, viste le soglie massime prevedibilmente raggiunte dai due elementi di lega. La Zama non risentirà di variazioni particolari, vista la sua determinazione, che, come consuetudine, viene calcolata dalla media settimanale LME della quotazione dello Zinco.

In vista assestamento al ribasso per l’Alluminio

L’Alluminio sarà una delle delusioni della settimana che ha appena avuto inizio, dove il punto di massimo relativo raggiunto in avvio della seduta LME dello scorso venerdì non sarà più replicato nei prossimi otto giorni di Borsa, definendo una linea di assestamento della quotazione 3mesi in prossimità di 3150 dollari.

Proiezione rialzista per il Nichel

La buona proiezione rialzista del Nichel non si tradurrà in un’ulteriore forma d’incremento del suo riferimento 3mesi in dollari oltre la soglia di massimo raggiunta nella seduta conclusiva della scorsa ottava LME, restando comunque il momento di prezzo migliore delle ultime due settimane.

Punto di arrivo a 1900 per il Piombo

Il punto di arrivo al termine di questa ottava potrebbe essere per il Piombo quello di ritrovare la quotazione 3mesi oltre la soglia di 1900 dollari e che manca in abbinamento al metallo dalle ultime sedute di giugno.

Piccolo inciampo per lo Stagno

Un piccolo “inciampo” per lo Stagno nel corso della giornata di Borsa del 9 luglio, ricollocando la sua quotazione al di sotto della soglia di 52500 USD 3mesi. Uno stop temporaneo che pochi operatori e utilizzatori hanno letto come opportunità interessante, considerando che lo Stagno ha poi chiuso la settimana in prossimità di 53500 dollari e senza che si possano evidenziare aggiustamenti ribassisti a stretto giro.

Hormuz torna a pesare sull’alluminio: assicurazioni al 3% e filiera del Golfo nei guai

La crisi tra Stati Uniti e Iran riporta Hormuz al centro del mercato dell’alluminio: premi guerra verso il 3%, produzione GCC fragile e logistica dell’allumina più costosa.

Lo Stretto di Hormuz torna a essere il punto debole più costoso della catena dell’alluminio.

La riaccensione dello scontro fra Stati Uniti e Iran, dopo gli attacchi contro tre navi commerciali nell’area, ha riportato il rischio bellico dentro i contratti di trasporto, nei bilanci degli armatori e, inevitabilmente, nei prezzi del metallo.

Le polizze contro il rischio guerra per le navi nel Golfo sono salite, secondo quanto riferito ieri da Reuters, da circa il 2% del valore della nave verso il 3% nelle ultime 48 ore. Questo aumento di non poco conto arriva mentre la filiera regionale non ha ancora rimesso completamente in ordine i pezzi dopo la prima fase della crisi.

La tensione non riguarda soltanto il passaggio fisico delle navi. L’International Maritime Organization ha invitato armatori, Stati di bandiera e operatori a non esporre gli equipaggi a pericoli inutili e alcune unità hanno navigato senza trasmettere la propria posizione.

Una potenza industriale dipendente dal mare

I paesi del Golfo Persico (GCC) nel 2025 hanno prodotto 6,16 milioni di tonnellate di alluminio primario, con oltre l’80% della produzione destinato all’export. È un sistema costruito per vendere metallo al mondo, ma che dipende dal mare anche per ricevere l’allumina e la bauxite necessarie a produrlo.

La crisi precedente aveva già mostrato il grado di esposizione. Le consegne di allumina verso Aluminium Bahrain, Emirates Global Aluminium e Qatalum erano state interrotte e anche la raffineria di allumina di Al Taweelah, controllata da EGA, aveva incontrato difficoltà nell’approvvigionamento marittimo di bauxite.

Ad aprile, la produzione primaria dei GCC era scesa a 330.000 tonnellate, contro una capacità installata annua di 6,23 milioni di tonnellate, equivalenti a circa 520.000 tonnellate mensili. Ma la produzione regionale si era quindi assestata attorno ai due terzi della capacità, stretta fra carenze di materie prime, vincoli energetici e attacchi agli impianti.

Qualcosa si era mosso a fine giugno ed EGA aveva riavviato 89 celle di riduzione ad Al Taweelah. Ma ripristinare una cella non equivale a ripristinare una filiera. Finché navigare nel Golfo resta una scelta da rivalutare ogni giorno, la normalizzazione industriale rimane più un auspicio che una condizione acquisita.

L’allumina aggira lo Stretto, ma a caro prezzo

Durante la prima interruzione delle forniture, i produttori hanno cercato soluzioni alternative. I porti di Sohar, Duqm (Oman) e Fujairah (UAE) hanno assunto un ruolo maggiore, consentendo l’arrivo dell’allumina attraverso percorsi meno dipendenti da Hormuz e il successivo inoltro via camion o attraverso scambi intra-GCC. La logistica ha dimostrato di poter aggirare il blocco, ma non di poterlo fare gratuitamente.

A maggio, le importazioni marittime di allumina nei paesi GCC, escludendo i flussi interni alla regione, erano risalite a 520.000 tonnellate. Tolto il fabbisogno regolare dello stabilimento di Sohar, circa 440.000 tonnellate sarebbero arrivate ai forni del Golfo. Almeno 220.000 tonnellate erano presumibilmente state preparate in Cina, dopo essere state acquistate inizialmente in Australia e Indonesia.

Il sovraccosto complessivo di nolo, movimentazione, riesportazione e trasporto su gomma per alcune partite deviate è stato stimato tra 100 e 160 dollari per tonnellata. Un peso rilevante se confrontato con i 300-350 dollari per tonnellata ai quali l’allumina FOB Australia veniva trattata dalla fine del 2025.

La deviazione logistica può quindi assorbire una quota enorme del valore della materia prima stessa. E adesso il rialzo delle coperture assicurative aggiunge un nuovo strato di costo a una soluzione già nata come ripiego.

Il prezzo della sicurezza entra in fattura

Le assicurazioni contro il rischio guerra vengono in genere stipulate per sette giorni e riesaminate ogni 24-48 ore. Alcuni assicuratori marittimi hanno già suggerito ai clienti di sospendere i transiti nello Stretto. In una filiera che ragiona su carichi, finestre portuali e turni di produzione, il tempo è diventato una variabile geopolitica.

Il salto dal 2% verso il 3% va letto alla luce dei numeri già emersi a marzo. Per una petroliera dal valore compreso fra 200 e 300 milioni di dollari, un tasso del 3% poteva significare un premio sullo scafo di circa 7,5 milioni di dollari, contro i circa 625.000 dollari della tariffa precrisi (0,25%). La guerra non alza soltanto i prezzi delle merci ma trasforma il diritto di attraversare una rotta in una voce di costo molto pesante.

Premi fisici già sotto pressione

L’alluminio aveva già incorporato una consistente quota di rischio. Il contratto sul London Metal Exchange aveva raggiunto 3.707,50 dollari per tonnellata il 1° giugno, massimo dal marzo 2022.

A fine maggio, il premio europeo duty-paid era aumentato del 73% dall’inizio del conflitto, toccando il record di 621 dollari per tonnellata. Negli Stati Uniti, il premio Midwest aveva raggiunto 2.557 dollari per tonnellata. Con il metallo al LME attorno a 3.670 dollari, il costo complessivo stimato arrivava a circa 6.200 dollari per tonnellata per i consumatori statunitensi e a 4.300 dollari per gli acquirenti europei.

Anche le origini del metallo si sono ridisegnate. Nel 2025, i fornitori del GCC hanno rappresentato il 16% delle importazioni statunitensi di alluminio, pari a 1,95 milioni di tonnellate. Nel frattempo, il metallo canadese ha cercato più spazio in Europa e le spedizioni sono salite del 276% rispetto al 2024, oltre 590.000 tonnellate, mentre le esportazioni verso gli Stati Uniti sono diminuite del 25%, a circa 2 milioni di tonnellate.

Un rischio che il mercato conosce, ma non può ignorare

Il punto non è stabilire se lo Stretto verrà chiuso, né inseguire previsioni solenni su una crisi che cambia assetto in poche ore. Il problema immediato è che la semplice possibilità di interruzione sta già imponendo costi industriali, assicurativi e commerciali alla filiera.

Il Golfo Persico dispone di impianti, porti alternativi e capacità di adattamento. Tuttavia, i numeri mostrano il limite di questa resilienza, con una produzione scesa a 330.000 tonnellate mensili in aprile, allumina reindirizzata con extra-costi fino a 160 dollari per tonnellata e premi assicurativi vicini al 3% del valore della nave.

Per il mercato dell’alluminio, Hormuz è tornato dunque a essere il punto in cui la disponibilità di allumina e il prezzo finale del metallo si incontrano, per portare ancora tanti dispiaceri ai consumatori di alluminio.

AI nelle fonderie di alluminio: una necessità per proteggere i margini

L’intelligenza artificiale può ridurre costi ed emissioni nelle fonderie di alluminio, ma soltanto se dati, sensori, competenze e modelli restano aderenti alla realtà fisica dell’impianto.

L’industria dell’alluminio primario non sta cercando nell’intelligenza artificiale una nuova moda da convegno. Sta cercando margini, dove i margini si sono assottigliati fino a diventare una questione di sopravvivenza industriale.

Prezzi dell’allumina instabili, investimenti richiesti dalla transizione energetica e regimi di costo del carbonio come il CBAM dell’Unione Europea stanno schiacciando una filiera già esposta alla volatilità dei prezzi dell’energia.

Nel cuore del processo produttivo di alluminio primario c’è ancora la vecchia elettrolisi Hall-Héroult, con allumina disciolta in criolite fusa, attorno a 980 °C, e una corrente enorme che separa il metallo usando anodi di carbonio consumabili.

Il minimo termodinamico teorico è circa 6,2 kWh per chilogrammo, ma le perdite nella vasca, nei conduttori e agli elettrodi portano normalmente il fabbisogno industriale fra 13,5 e 15,0 kWh per chilogrammo.

Di conseguenza, l’elettricità incide per circa il 35% sul costo di produzione e qui si capisce perché qualche decimale di efficienza è così importante.

La cella elettrolitica come campo di battaglia

In una potline (linee di celle elettrolitiche), una cella fuori equilibrio non resta quasi mai un problema locale. Può alterare l’andamento della linea, alzare la tensione e favorire l’anode effect, con emissioni di perfluorocarburi come CF₄ e C₂F₆. L’efficienza di un impianto di questo tipo è quindi il risultato di migliaia di deviazioni da contenere ogni giorno.

Per questo gli impianti più avanzati stanno guardando oltre i modelli tradizionali, quelli che producono un allarme ma non spiegano al tecnico il perché dell’anomalia lungo la linea. Infatti, nel caso dei sistemi di controllo di processo con intelligenza artificiale, l’Explainable AI ha il pregio di informare gli ingegneri della produzione con una catena causale verificabile, invece di chiedergli di credere ciecamente ad un algoritmo.

Il caso della filiale di Chalco Guizhou (Cina), su celle da 230 kA, mostra quanto questa distinzione possa pesare. Un sistema diagnostico esperto, basato su rappresentazione ibrida della conoscenza e collegato via OPC UA e Modbus TCP, ha ottenuto il 94,2% di accuratezza diagnostica; in sei mesi ha mantenuto risparmi energetici pari a 137 kWh/t e ridotto del 32,5% la frequenza degli effetti anodici. Il beneficio annuo complessivo dichiarato è stato di 333.714 CNY per cella, con ritorno dell’investimento in 2 mesi e mezzo.

Vedere i difetti prima del fermo

L’AI non lavora soltanto sul bagno elettrolitico. Sta entrando anche nella gestione degli anodi, un’area dove le inefficienze meccaniche producono costi significativi. Un’asta anodica con difetti geometrici può bloccare l’assemblaggio e sottrarre tempo utile alla produzione.

Modelli di deep learning come Fast R-CNN permettono di riconoscere simultaneamente difetti di forma appartenenti a classi differenti, quasi in tempo reale. Il vantaggio non è sostituire un ispettore con una telecamera, ma rendere sistematico un controllo che altrimenti resta intermittente e soggettivo.

Anche nella colata, l’automazione sta passando dalle promesse alla realtà. Il centro tecnologico di RUSAL ha sviluppato un sistema di visione artificiale e reti neurali per analizzare la microstruttura delle billette, incluse quelle in lega 6xxx destinate all’estrusione. L’analisi, che richiedeva da un’ora e mezza fino a quattro ore, viene restituita in 15 minuti su otto parametri microstrutturali.

Sensori, dati e ambiente ostile

Anche il migliore degli algoritmi non serve però a molto se i dati che lo alimentano sono degradati, intermittenti o semplicemente impossibili da acquisire. In una fonderia di alluminio, le sovrastrutture possono raggiungere 70 °C e, vicino alle sbarre anodiche, i campi magnetici superano gli 800 Gauss. In queste condizioni, il problema non è addestrare un modello di AI, ma far sopravvivere i dati in un ambiente fisico tanto estremo.

I sensori tradizionali cablati soffrono l’interferenza elettromagnetica proprio nei punti dove servirebbero informazioni affidabili. Le fibre ottiche distribuite, o DOFS, affrontano il problema usando la luce invece del segnale elettrico.

Integrando i dati delle fibre con modelli di apprendimento combinato, fra cui CatBoost, LightGBM e Random Forest, è possibile monitorare la temperatura delle barre catodiche con un margine d’errore inferiore a 2,1 °C.

L’obiettivo è intercettare incrementi anomali prima che una perdita di metallo o un danno refrattario diventino un evento critico, come fa il sistema indicato che riduce dell’85% il tempo di preallarme rispetto alle ispezioni manuali.

Dalla singola cella alla fabbrica connessa

Ma la vera partita si gioca quando controllo di processo, manutenzione, qualità e consumi diventano integrati per costruire una raccolta dati continua che renda efficace il legame tra output produttivo e consumo energetico.

Nel caso, per esempio, di Emirates Global Aluminium, sono stati implementati oltre 80 casi d’uso personalizzati di intelligenza artificiale, con oltre 123 milioni di dollari di valore generato.

Certamente l’industria dell’alluminio non può permettersi di attendere una soluzione perfetta, così come non deve scambiare l’automazione per la certezza di margini economici automatici.

Tuttavia, il sistema operativo di una fonderia sarà sempre più digitale nei prossimi anni, anche se dovrà ancora restare saldamente ancorato alla metallurgia, alla manutenzione e alle persone che tengono in equilibrio tutto il sistema.

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