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condivido con te le ultime notizie dalla Borsa LME relative alla scorsa settimana ed alcuni approfondimenti dal mondo dei metalli.

Industriali ai minimi: Rame, Alluminio e Nichel toccano livelli di prezzo (USD 3m) particolarmente interessanti per il mercato

La settimana che si è appena conclusa al LME ha messo in evidenza un’elevata variabilità dei prezzi USD 3mesi degli “industriali”, dove le concentrazioni massime di queste situazioni si sono verificate su Rame, Alluminio e Nichel.

Nel corso della seduta di Borsa di venerdì 13 febbraio ha avuto poi luogo il momento di definizione del minimo relativo attribuibile nel suo complesso al listino londinese e questo nello spazio temporale delle ultime due settimane di contrattazioni.

L’indice LMEX ha riportato una flessione per la terza settimana consecutiva, seppure dall’effetto meno impattante rispetto all’indicazione del periodo precedente, lo 0.5% contro l’1.8, ma in grado di posizionare poco sotto i 4 punti percentuali la progressione positiva del listino riferito all’anno in corso.

La sensazione è quindi quella di trovarsi in una collocazione di “punto zero” generalizzato a riguardo dei prezzi dollari 3mesi di tutti i metalli LME. Una situazione oltretutto generata da uno stato di sostanziale neutralità sotto l’aspetto valutario e nella conversione in euro dei valori degli “industriali”, individuabile su base settimanale nella perdita dello 0.2% della nostra moneta rispetto al dollaro.

Rame in flessione – minimo relativo del periodo

Il Rame prima di toccare la stabilizzazione di minimo individuata al termine dell’ottava appena conclusa ha provato ripetutamente a collocarsi oltre soglie che si proiettavano oltre i 13300 dollari 3mesi, ma senza trovare “udienza” da parte del mercato. Il livello dei 13mila USD 3mesi sarà velocemente riguadagnato per il metallo guida del LME, evidenza per cui i prezzi di fine settimana scorsa hanno rappresentato delle interessanti opportunità, intercettabili anche con strumentazioni basiche di “market intelligence”.

Un leggero riassetto e realizzi anche per lo Zinco

Una situazione pressoché analoga per lo Zinco il cui stato di quotazione LME, seppure preso in considerazione dal mercato come “valore alto”, rappresenterà il punto di avvio per una nuova serie di ricollocazioni rialziste.

Le Leghe, Ottone e Zama

Gli aspetti previsionali per le quotazioni delle leghe di Ottone e Zama saranno inevitabilmente le rendicontazioni delle variabilità attese e appena esposte sul Rame e sullo Zinco, andando così a evidenziare le buone occasioni che si erano manifestate al termine della settimana appena conclusa sulle basi prezzo dei semilavorati “gialli” e “grigi”.

Presto nuovi rialzi in vista per l’Alluminio

Il tempo sarà leggermente più accomodante, una o due sedute al massimo, per decidere su come si dovrà gestire l’Alluminio, anche se risulterà evidente che questo metallo a breve abbandonerà il minimo relativo fatto segnare al termine della scorsa seduta di Borsa.

Nichel molto instabile in questo periodo

Il Nichel nella sua forte instabilità registrata di recente al LME ha messo in evidenza che la soglia di prezzo posta al di sotto dei 17mila USD 3mesi risulta ancora un’ipotesi percorribile, sebbene con sporadiche puntate, ma che renderanno questo metallo il meno stabile come indirizzo di fondo dell’intera compagine degli “industriali”.

Momento di stanca per le quotazioni del Piombo

Il Piombo, come già evidenziato in molteplici occasioni, risentirà di una fase di domanda debole a causa degli stop produttivi in Cina; pertanto, i movimenti di Borsa saranno notevolmente ridotti, come la liquidità posta come sottostante, mantenendo la sua quotazione USD 3mesi relativamente debole.

Come finirà la contesa sullo Stagno tra speculatori e utilizzatori?

Un’interessante fase di compromesso tra il comparto degli speculatori e quello degli utilizzatori diretti di Stagno si concretizzerà nel corso delle prime sedute settimanali.

Un verdetto difficile da scrivere, così come la cronaca degli eventi di questi ultimi due mesi, che se da un lato vede un insieme di soggetti che ha puntato a una crescita fuori controllo dello Stagno al LME, gli speculatori e uscire dalla vicenda con marginalità meno ambiziose, dalla parte opposta si trovano coloro che il metallo lo impiegano nei propri processi produttivi e che lo dovranno ancora acquistare a prezzi elevati per “capricci” altrui.

UNO SGUARDO ALLA REALTA’ PRODUTTIVA

Billette di alluminio primario

Alluminio primario verso nuove capacità produttive entro fine 2026 (+4,6%)

La capacità globale di alluminio primario è attesa in forte crescita entro il 2026. Le tempistiche dei nuovi impianti asiatici saranno determinanti per l’andamento dei prezzi.

Il settore mondiale dell’alluminio primario sta attraversando una fase abbastanza contraddittoria. Da un lato persistono criticità legate ai costi energetici, alla volatilità della domanda e alle tensioni geopolitiche; dall’altro la capacità produttiva continua ad aumentare.

Infatti, secondo le più recenti analisi diffuse da SMM, entro il 2026 la capacità globale potrebbe crescere di circa 20,9 milioni di tonnellate, avvicinandosi a 77,16 milioni complessivi.

La produzione nel 2025 è salita solo marginalmente, attestandosi intorno a 73,78 milioni di tonnellate contro i 73,01 milioni del 2024. Si tratta del ritmo di crescita più contenuto degli ultimi cinque anni, segnale di un mercato ancora condizionato da limiti strutturali.

Asia protagonista: focus su Indonesia e Cina

Il principale elemento di equilibrio del mercato resta la Cina, che mantiene un tetto nazionale di circa 45 milioni di tonnellate di capacità elettrolitica. Nel 2025 il sistema produttivo ha operato vicino al 97%, lasciando poco spazio a ulteriori espansioni interne.

Questo vincolo spinge nuovi investimenti all’estero, con l’Indonesia indicata come uno dei poli di crescita più dinamici. Il paese sta sviluppando una filiera integrata dalla bauxite all’alluminio, con potenziali vantaggi competitivi legati alla disponibilità di materia prima e, se garantita, di energia a costi contenuti.

Parallelamente emergono nuove applicazioni che alimentano la domanda: sistemi di accumulo energetico, data center, infrastrutture idroelettriche e fotovoltaiche. A ciò si aggiunge l’effetto sostituzione rispetto al rame, favorito dal differenziale di prezzo tra i due metalli.

               Produzione globale 2021-2025

Prezzi, deficit e nuovi equilibri di mercato

Le prospettive indicano un deficit globale potenziale intorno a 200 mila tonnellate nel 2026, che potrebbe ampliarsi fino a 600 mila tonnellate qualora impianti in aree come il Mozambico dovessero fermarsi.

Nonostante la forza mostrata dalle quotazioni su LME e SHFE tra fine 2025 e inizio 2026, l’espansione indonesiana sta già contribuendo a rivedere al ribasso alcune stime di prezzo, in precedenza vicine ai 3.000 dollari per tonnellata.

Nel breve termine si prevede quindi un mercato in tensione, seguito da un possibile riequilibrio o surplus quando i nuovi progetti entreranno pienamente in funzione dopo il 2027.

Investimenti e criticità operative

In Cina gli ampliamenti avvengono soprattutto tramite sostituzione di impianti meno efficienti. Un esempio è il progetto del gruppo Wanji nella Mongolia Interna, destinato a rimpiazzare strutture più datate nello Henan.

In Indonesia, invece, la strategia di integrazione verticale incontra ostacoli finanziari e regolatori. Diversi progetti di raffineria di allumina risultano rallentati dopo il divieto di esportazione di bauxite del 2023. Tra i casi emblematici figura l’impianto di PT Tianshan Alumina Indonesia, fermo anche per questioni legate all’utilizzo del territorio.

Questi ritardi sono cruciali per il mercato: un’accelerazione delle nuove capacità anticiperebbe il ritorno a un surplus, mentre ulteriori slittamenti manterrebbero condizioni di scarsità più a lungo.

Domanda globale e sostenibilità del modello asiatico

La domanda continua a gravitare soprattutto attorno all’Asia, trainata da edilizia, automotive e nuove infrastrutture energetiche. Tuttavia, resta aperta la questione della sostenibilità di una filiera così concentrata geograficamente, sia sotto il profilo energetico sia logistico.

Per operatori industriali e trader il fattore decisivo nei prossimi due anni sarà la reale tempistica dei nuovi impianti del Sud-Est asiatico. Da essa dipenderanno prezzi, strategie di approvvigionamento e scelte di investimento lungo l’intera catena del valore.

Immagine generata con IA

La lunga marcia verde dell’alluminio cinese ridisegna la geografia industriale globale

L’industria cinese dell’alluminio sta attraversando una profonda e sistematica trasformazione. La competizione industriale si sta spostando da una battaglia di scala e costi a una competizione globale di vantaggi green e a basse emissioni di carbonio.

La trasformazione dell’industria cinese dell’alluminio sta assumendo dimensioni strutturali e conseguenze che travalicano i confini nazionali.

Pechino ha infatti avviato negli ultimi anni una strategia di rilocalizzazione produttiva su larga scala, spostando milioni di tonnellate di capacità dalle storiche aree carbonifere del nord verso regioni meridionali e occidentali più ricche di energia rinnovabile.

Un passaggio che segna un cambio di paradigma per uno dei comparti industriali più energivori e, al tempo stesso, più strategici per la manifattura globale.

Nel 2024 la produzione cinese di alluminio elettrolitico ha raggiunto 43,8 milioni di tonnellate, circa il 60% dell’offerta mondiale. Di questa capacità, circa 13 milioni di tonnellate provengono ormai da nuovi impianti situati in aree caratterizzate da energia pulita e costi di sviluppo contenuti, come Yunnan, Sichuan, Xinjiang e Mongolia Interna.

Politiche ambientali e limiti produttivi guidano la trasformazione

Il processo non è frutto esclusivamente di dinamiche industriali, ma risponde a una precisa regia politica. Dal 2017 la Cina ha fissato un tetto annuo alla produzione domestica di alluminio pari a 45,5 milioni di tonnellate.

A questa misura si sono aggiunti il divieto di nuovi impianti in zone già soggette a severe politiche antinquinamento e l’obiettivo climatico nazionale di raggiungere il picco delle emissioni di CO₂ entro il 2030 e la neutralità carbonica entro il 2060.

Il meccanismo di “capacity swap” impone che ogni nuova fonderia costruita nelle regioni meridionali o occidentali comporti la chiusura di capacità equivalente nei poli settentrionali alimentati a carbone. Questa politica sta accelerando il riequilibrio geografico della produzione, favorendo impianti alimentati da idroelettrico, solare ed eolico.

Secondo il Financial Times, il comparto dell’alluminio rappresenta un banco di prova per politiche analoghe in altri settori industriali energivori.

Dalla competizione sui costi a quella sul carbonio

Il cambiamento non riguarda solo la collocazione degli impianti ma la natura stessa della competizione industriale. La disponibilità di energia rinnovabile a basso costo sta diventando un fattore competitivo tanto quanto il prezzo del lavoro o l’efficienza logistica.

Un esempio emblematico è il polo industriale di Wenshan, nello Yunnan, dove nuove fonderie sorgono accanto a reti di trasmissione ad alta tensione alimentate da impianti idroelettrici, con colline circostanti ricoperte da pannelli solari e turbine eoliche. Qui vengono prodotti semilavorati e leghe destinate a settori chiave come mobilità elettrica, elettronica e trasporti ad alta velocità.

Parallelamente sono in programma nuove infrastrutture logistiche, tra cui una linea ferroviaria prevista intorno al 2030 per collegare l’area ai mercati interni e al Sud-Est asiatico.

Il caso Hongqiao e il ruolo delle grandi imprese

Tra i protagonisti della trasformazione spicca China Hongqiao, maggiore gruppo privato cinese dell’alluminio per volumi produttivi. L’azienda prevede di completare entro l’anno il secondo impianto nello Yunnan, portando la capacità locale a circa 4 milioni di tonnellate annue, oltre il 60% della propria produzione totale.

Sempre secondo il Financial Times, i due nuovi impianti hanno richiesto investimenti complessivi per circa 45,6 miliardi di yuan (circa 6,5 miliardi di dollari). La società stima che il trasferimento, insieme agli investimenti in rinnovabili, possa ridurre di circa due terzi le proprie emissioni di carbonio.

Pressioni internazionali e nuovi equilibri commerciali

La strategia di decarbonizzazione cinese si inserisce anche in un contesto commerciale in evoluzione. Il meccanismo europeo di adeguamento del carbonio alle frontiere (CBAM) prevede infatti un costo aggiuntivo per le importazioni ad alta intensità emissiva, inclusi acciaio e alluminio. Ciò spinge i produttori cinesi a rendere più sostenibili le filiere per mantenere competitività sui mercati occidentali.

Allo stesso tempo, la vicinanza della produzione cinese al tetto autoimposto di circa 45 milioni di tonnellate mantiene l’offerta globale relativamente rigida, contribuendo a sostenere i prezzi e incentivando alcune aziende ad espandere la capacità all’estero.

Le criticità aperte: filiere, territori e geopolitica

Non mancano tuttavia elementi di tensione. Le regioni settentrionali tradizionalmente legate all’industria pesante rischiano un ridimensionamento economico, mentre alcune aziende stanno investendo in Indonesia per garantirsi l’approvvigionamento di bauxite, una dinamica che secondo osservatori ambientali potrebbe sostenere nuova produzione elettrica a carbone nel paese asiatico.

Vi sono inoltre preoccupazioni legate alle catene di approvvigionamento per la quota crescente di produzione situata nello Xinjiang, che, come evidenziato da Human Rights Watch, potrebbero risentire delle tensioni politiche nella regione colpita dalla repressione di Pechino.

Competizione tra territori e fattore energia

La transizione sta innescando anche una competizione serrata tra governi locali cinesi, molti dei quali offrono incentivi fiscali, energia a basso costo, terreni e sussidi alla ricerca per attrarre investimenti industriali. Il costo dell’elettricità resta uno dei fattori decisivi nella scelta delle nuove localizzazioni, soprattutto per un settore energivoro come l’alluminio.

In prospettiva, la capacità di garantire energia rinnovabile abbondante e stabile potrebbe diventare il principale driver competitivo per l’industria globale dei metalli non ferrosi.

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