Buongiorno,
condivido con te le ultime notizie dalla Borsa LME relative alla scorsa settimana ed alcuni approfondimenti dal mondo dei metalli.
Si avvia alla conclusione la fase di arretramento dei prezzi degli “industriali” nella valutazione in USD a 3mesi sul LME
Alla settimana che si è appena conclusa potrebbe essere attribuito il titolo di “grande rientro” e questo, avvalorato dalla cifra percentuale di contrazione dell’indice LMEX di 1,8 punti e collocata nell’ancora breve sequenza di questo 2026 come la più deludente.
Malgrado gli ultimi risultati però l’insieme valoriale dell’intero listino LME degli “industriali” si pone con un saldo positivo del 3,7% da inizio gennaio.
I dubbi vanno subito rimossi, il calo generalizzato dei prezzi USD 3mesi non rappresenterà l’inizio di una fase ribassista dei metalli e nemmeno occorrerà collegare questi arretramenti con l’imminente avvio del lungo periodo di vacanza che avrà luogo in Cina per i festeggiamenti del Capodanno e della Golden Week, dal 16 al 23 febbraio.
Il quadro d’insieme su base ottava, composto dal Rame in contrazione massima del 3%, l’Alluminio del 2.5, il Nichel di oltre 2 e una flessione verticale dello Stagno di ben 6 punti percentuali, ha indotto molti operatori di Borsa a pensare a una situazione complessiva molto pesante, ma le cose stanno nuovamente cambiando.
L’ultima seduta settimanale LME ha evidenziato una ripresa generalizzata di molti prezzi dollari 3mesi e che sarà collocabile come fase di ulteriore espansione nella prima parte di questa settimana e proprio dai metalli che appena menzionati hanno contribuito a trasformarla nella più deludente di questa prima frazione di nuovo anno.
Rame pronto a superare nuovamente quota 13.000
Il Rame, seppure in forma di analisi preventiva sia ancora collocato poco al di sotto della linea dei 13mila USD 3mesi, presenterà già nelle prime battute settimanali l’evidente stato di ripresa della sua quotazione LME ben oltre la soglia appena indicata, seppure sia ancora prematura l’idea che possa doppiare i massimi assoluti registrati a fine gennaio.
Zinco deludente ma pronto a risalire
Lo Zinco rimasto in una collocazione di area prezzi decisamente deludente per tutta la settimana scorsa, proprio nelle ultime battute della seduta LME di venerdì 6 febbraio ha fatto capire che la svolta di tendenza sarà imminente e abbinato a una fase di volatilità rialzista, eleverà rapidamente il suo riferimento oltre la soglia dei 3400 USD 3mesi.
Le Leghe, Ottone e Zama
Le stime positive riposte sulle quotazioni LME di Rame e Zinco avranno effetti anche sulle leghe di riferimento di questi due metalli. L’Ottone recupererà molto velocemente il terreno perso da tutte le basi prezzo nel corso dell’ultima settimana e con buona probabilità anche superare gli accumuli negativi degli ultimi otto giorni. Lo Zinco permetterà alla Zama di rivedere al rialzo il suo riferimento medio mensile, seppure già collocato ai massimi del periodo e tutto dipenderà dalla progressione che il metallo di base farà segnare al LME.
Anche per l’Alluminio sono previsti nuovi rialzi
L’Alluminio è nuovamente atteso a un’ulteriore prova di conferma che l’attuale riferimento 3mesi sia da considerare a tutti gli effetti sottostimato e la soglia di 3100 dollari rappresentare il punto di partenza di una nuova progressione di carattere rialzista.
Il Nichel ripunta i 18.000 USD / 3 mesi toccati a gennaio
Il Nichel pur riprovando il “brivido” di ricollocarsi sotto la linea dei 17mila USD 3mesi avrà proprio da questo riferimento il suo punto di rilancio verso valori più consoni, visto che nel corso del mese di gennaio aveva messo in evidenza una soglia di appartenenza prezzo in prossimità, se non oltre, i 18mila dollari.
Piombo sempre più correlato alle vicende cinesi
La Cina e il Piombo sono sempre di più correlati tra loro, questo per affermare che le vicende di questo metallo sono direttamente collegate a quelle del paese che ne assorbe la maggiore quantità a livello mondiale e le imminenti giornate festive porteranno a ridimensionare ulteriormente il suo valore dollari 3mesi al LME.
Potenziali ulteriori ribassi per lo Stagno
L’attuale collocazione di prezzo dello Stagno, posta a meno 18% dal suo “picco”, risentirà di una forma di ulteriore e rapido assestamento ribassista, generato anche da un basso livello di liquidità, ma che manterrà comunque la sua quotazione dollari 3mesi a un livello di prezzo comparabile con quello della prima decade di gennaio.
UNO SGUARDO ALLA REALTA’ PRODUTTIVA

Dagli USA all’Europa: le nuove rotte dell’alluminio canadese
Nonostante gli USA paghino premi record, l’alluminio canadese continua a fluire verso l’Europa, favorito da status duty-free, profilo low-carbon e minori rischi operativi.
L’alluminio canadese continua a muoversi lungo rotte apparentemente controintuitive, in un contesto di mercato segnato da volatilità estrema, incertezze sui dazi e scorte ridotte ai minimi. In queste condizioni, una parte rilevante del metallo canadese finisce in Europa.
Dazi USA e riorganizzazione della catena globale
L’introduzione di dazi al 50% sulle importazioni di alluminio negli Stati Uniti ha profondamente modificato gli equilibri del mercato globale. Nel corso del 2025, la domanda statunitense è stata coperta in larga misura attraverso il progressivo utilizzo delle scorte interne, piuttosto che con un aumento delle importazioni.
Questa scelta ha consentito al mercato USA di reggere nel breve periodo, ma ha lasciato in eredità un sistema fragile, oggi esposto a rischi significativi. Con i magazzini sempre più scarichi, i premi americani dell’alluminio (Midwest premium) hanno iniziato a salire e hanno raggiunto livelli record. In questo scenario, in teoria, il metallo fisico dovrebbe venir attratto dal mercato americano.
Il ruolo chiave del metallo canadese
Tuttavia, l’alluminio canadese ha trovato nell’Europa una destinazione più conveniente. Il materiale beneficia infatti dello status duty-free e di un profilo green favorevole, elementi che ne aumentano l’attrattività per i compratori europei.
Tra gennaio e novembre 2025, sono arrivate a Rotterdam 326.562 tonnellate di P1020 (alluminio primario) di origine canadese, un volume significativo che conferma come il Vecchio Continente abbia assorbito una parte rilevante dei flussi deviati dal mercato statunitense.
Un’accelerazione delle consegne si è registrata nella parte finale del 2025, quando diversi operatori hanno anticipato gli arrivi in vista dell’entrata in vigore del Carbon Border Adjustment Mechanism europeo (CBAM).
Tuttavia, anche a inizio 2026, si stima l’arrivo di almeno due navi al mese, sostenute da obblighi contrattuali e, soprattutto, dall’elevato livello di rischio percepito sul mercato USA.
Scorte USA ai minimi e premio Midwest record
La progressiva erosione delle scorte statunitensi sta ora mostrando i suoi effetti. Secondo gli analisti di S&P Global Energy CERA, le giacenze domestiche di alluminio primario negli USA sono scese a 150.000-175.000 tonnellate, rispetto alle circa 200.000 tonnellate di fine dicembre 2025.
In questo contesto, il premio spot sulle transazioni di alluminio negli Stati Uniti è a 103,95 centesimi di dollaro per libbra, un livello senza precedenti che incorpora non solo il valore di sostituzione del metallo fisico, ma anche un vero e proprio premio per il rischio.
Secondo diversi operatori, il prezzo attuale sarebbe circa 5 centesimi/libbra sopra il valore di sostituzione, con un extra destinato a compensare l’incertezza legata a possibili cambiamenti tariffari e alla scarsità di materiale disponibile.
Volatilità LME e rischio fisico
A complicare ulteriormente il quadro contribuisce l’elevata volatilità del prezzo LME. Poiché il costo effettivo del dazio è funzione del prezzo base, ogni oscillazione LME si traduce in una variazione immediata del costo di importazione negli Stati Uniti.
Questo elemento ha spinto molti operatori a ridurre l’esposizione fisica sul mercato USA. Diversi trader dichiarano di operare ormai “alla giornata”, evitando impegni su grandi volumi e privilegiando strumenti derivati per gestire il rischio di prezzo.
Il risultato è un mercato che, pur apparendo teoricamente più remunerativo sulla carta, viene percepito come strutturalmente instabile.
Europa meno rischiosa, ma con una domanda troppo debole
Sul fronte europeo, l’inizio dell’anno è stato caratterizzato da una domanda fiacca, anche a causa di livelli di stock già elevati presso molti consumatori. Il premio duty-paid per l’alluminio P1020 a Rotterdam è tra i 340 e i 360 dollari per tonnellata (dati Platts), un livello che riflette un equilibrio ancora fragile tra disponibilità e consumo finale.
Questa combinazione di domanda contenuta e prezzi USA molto elevati sta però innescando un nuovo fenomeno.
Alcuni detentori di alluminio canadese in Europa stanno valutando, o hanno già avviato, spedizioni di ritorno verso gli Stati Uniti. L’operazione risulta particolarmente interessante per chi ha acquistato il metallo quando il prezzo LME era più basso e, di conseguenza, il costo del dazio risultava meno penalizzante.
Il mercato osserva con attenzione questi flussi inversi, consapevole che anche un piccolo segnale di cambiamento sul fronte tariffario potrebbe amplificarli rapidamente.
In un contesto così instabile, la sensazione diffusa tra gli operatori è quella di dover convivere con un elevato livello di incertezza.
Il mercato globale dell’alluminio sta diventando strutturalmente incerto?
APPROFONDIMENTO

Non esistono nemici esterni dell’economia UE: i problemi sono tutti interni
I problemi economici della UE non sono per colpe esterne, ma per limiti interni al suo stesso mercato. Barriere, squilibri e un’eccessiva dipendenza dall’export continuano a frenare lo sviluppo dell’economia europea.
L’Europa tende a spiegare le proprie difficoltà economiche guardando all’esterno. Concorrenza globale, tensioni geopolitiche, importazioni a basso costo.
Il racconto dominante individua spesso fuori dai confini dell’Unione le cause della crescita debole e delle fragilità industriali. Eppure, un’analisi più attenta mostra come molti dei problemi che frenano l’economia europea siano generati all’interno del suo stesso perimetro.
Un mercato unico che unico non è
Il mercato unico europeo è formalmente uno dei pilastri dell’Unione, ma nella pratica continua a essere frammentato. Barriere normative, differenze amministrative, ostacoli culturali e preferenze dei consumatori creano frizioni che limitano la libera circolazione di beni e servizi.
Queste rigidità producono costi economici rilevanti, paragonabili a veri e propri dazi, pur non essendo imposte doganali nel senso classico.
Secondo stime basate su analisi economiche recenti, tali frizioni equivalgono a un dazio implicito pari a circa il 65% per i beni e addirittura al 100% per i servizi. Non si tratta di dazi espliciti, ma di perdite di efficienza legate a ostacoli politici, strutturali e culturali che rendono complesso e costoso operare su scala europea.
Prosperità costruita più sull’export che sul mercato interno
Uno degli aspetti più critici del modello europeo è la forte dipendenza dalle esportazioni. La crescita e la prosperità dell’Unione non si sono sviluppate principalmente grazie alla domanda interna, ma attraverso l’accesso ai mercati esteri.
Questa impostazione emerge chiaramente anche nelle scelte di investimento: una quota significativa dei capitali europei viene allocata fuori dall’Europa, in particolare negli Stati Uniti.
Circa il 10% degli investimenti azionari europei, pari a circa 6.500 miliardi di euro, è oggi investito in titoli statunitensi. Questo dato evidenzia come una parte rilevante della ricchezza europea sia legata all’andamento dell’economia americana, rafforzando una dipendenza strutturale che espone l’Europa a rischi esterni.
Il paradosso delle importazioni come capro espiatorio
Di fronte alle difficoltà del mercato interno, il dibattito politico europeo tende spesso a spostare l’attenzione sulle importazioni, dipinte come una minaccia per l’industria e l’occupazione. Tuttavia, l’Unione Europea non dispone di un mercato interno omogeneo paragonabile a quello statunitense, e questo rende gli effetti delle politiche commerciali molto diversi.
Le differenze economiche e salariali all’interno della UE sono profonde. Il confronto è emblematico: mentre negli Stati Uniti il reddito pro capite dello stato più povero, il Mississippi, è solo marginalmente inferiore a quello degli stati più ricchi, in Europa il salario medio mensile lordo in Bulgaria, pari a 617 euro, rappresenta appena il 12% di quello danese, che supera i 5.000 euro.
In un contesto così diseguale, l’imposizione di dazi alle frontiere esterne colpisce in modo sproporzionato industrie, consumatori e potere d’acquisto dei cittadini europei.
Dazi e costi nascosti per industria e consumatori
I dazi sulle importazioni, inclusi quelle applicati a settori come l’acciaio o quelli legate ai meccanismi di adeguamento del carbonio alle frontiere (CBAM), hanno effetti che vanno oltre la protezione di alcuni comparti.
Esse tendono a tradursi in un aumento dei prezzi lungo tutta la filiera, con ricadute sia sul mercato interno sia sulla competitività delle esportazioni europee.
Esperienze consolidate mostrano come misure di questo tipo possano generare aumenti significativi dei prezzi al consumo. In un’economia già caratterizzata da un’elevata dipendenza dall’export, l’aumento dei costi di produzione rischia di indebolire ulteriormente la posizione delle imprese europee sui mercati internazionali.
Un problema interno, non esterno
L’Europa, in realtà, non soffre di un problema di importazioni. Il nodo centrale risiede nella difficoltà di far funzionare pienamente il proprio mercato interno. Vendere beni e servizi all’interno dell’Unione è spesso più complesso che esportarli fuori dai confini europei, a causa di regolamentazioni stratificate e non armonizzate.
Le leve politiche per stimolare la domanda interna e rafforzare il mercato unico esistono, ma vengono utilizzate in modo insufficiente. Piuttosto che affrontare queste criticità strutturali, il dibattito pubblico tende a concentrarsi su presunti nemici esterni, rinviando riforme che potrebbero rilanciare la crescita dall’interno.
Per quanto possa sembrare che questa analisi critica provenga da ambienti euroscettici o ostili all’integrazione europea, è la stessa presidente della Banca Centrale Europea (BCE), Christine Lagarde, ad aver descritto recentemente con chiarezza come molti dei problemi economici dell’Unione siano in larga misura autoindotti.
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