Buongiorno,
condivido con te le ultime notizie dalla Borsa LME relative alla scorsa settimana ed alcuni approfondimenti dal mondo dei metalli.
LME in ostaggio: la Borsa Metalli è “portata a spasso” dalla sola componente valutaria. Il cambio Euro/Dollaro domina.
L’unico elemento di certezza che continua a essere tale al LME è rappresentato dal ruolo guida del dollaro verso le principali valute e in particolare rispetto all’Euro.
Una settimana non certo favorevole per la moneta statunitense che, rispetto alla nostra valuta ha lasciato sul terreno lo 0,7% circa!
Nel bene o nel male il dollaro è ancora in grado di basare su di sé il ruolo d’indirizzo in qualsiasi contesto d’insieme riferito alle materie prime e gli “industriali” non si sottraggono a questo fenomeno. La variazione in ambito positivo dell’indice LMEX è stata prossima allo 0,8%, spostando in termini consuntivi una leggera penalizzazione dei valori assoluti dei prezzi di metalli e leghe determinati in euro.
Potenziale di crescita ancora inespresso per il Rame
Il Rame ha fatto vedere, soprattutto nei momenti centrali della settimana appena conclusa, che la sua area di potenziale crescita potrebbe essere anche superiore agli 11mila USD 3mesi, legando questa progressione al perdurare dello stato di debolezza del dollaro. Un campo di variabilità di circa due punti percentuali potenzialmente positivi e nel considerare l’ultimo riferimento di chiusura settimanale, in rapporto alla moneta USA, come un punto di minimo relativo d’indubbio interesse per il Rame.
Tensione sul prezzo dello Zinco
La tensione sul prezzo dollari 3mesi dello Zinco viene mantenuta elevata in considerazione della consistente quota di “backwardation” che persiste sul metallo ininterrottamente dalla prima settimana di settembre. La possibile escursione del prezzo 3mesi sotto la soglia dei 3mila dollari attribuibile allo Zinco dovrà quindi essere interpretata come temporanea.
Le Leghe, Ottone e Zama
Gli utilizzatori di Ottone e Zama dovranno necessariamente mantenere alto il livello di osservazione in riferimento ai due metalli che determinano le fissazioni di prezzo delle due leghe, senza sottovalutare la collocazione e relativi orientamenti, del rapporto di cambio tra euro e dollaro.
Minima flessione per l’Alluminio, ma non c’è cambio di prospettiva
La flessione messa in evidenza dall’Alluminio, essendo minima, non aprirà certo a possibili evoluzioni di cambio della sua tendenza del prezzo in dollari; pertanto, la “finestra” di leggero respiro che le contrattazioni al LME hanno concesso al metallo, non dovranno portare a un cambio di prospettiva da parte degli utilizzatori.
Momento di imponderabilità per il Nichel
La pesante flessione verso il basso che ha fatto registrare il Nichel nella seconda parte dell’ottava, apre la strada a scenari di elevata imponderabilità e questo in funzione del varco verso il basso della soglia dei 15mila dollari 3mesi, infranta per l’ultima volta nel corso della terza decade di agosto. Un cambio d’indirizzo per quanto riguarda la quotazione di Borsa del Nichel, alle condizioni attuali, potrebbe avvenire solamente attraverso una diffusa e veemente crescita del listino LME in termini generali, questo almeno nel breve termine.
Aspettative oltre le previsioni per il Piombo utilizzato nelle aziende cinesi
La richiesta di Piombo da parte del comparto produttivo cinese sta continuando a fornire aspettative oltre le previsioni e conseguentemente accrescere la quota di denaro che al LME viene orientata su di esso. La prosecuzione dello stato ascensionale del Piombo 3mesi in dollari non è quindi un fatto certo e soprattutto sostenibile per ancora lungo tempo.
Possibile ribasso di blanda entità per lo Stagno
Il repentino abbandono dello stato di “backwardation” da parte dello Stagno aprirà la strada a possibili rimodulazioni verso il basso del suo prezzo LME in dollari, seppure di blanda entità.
UNO SGUARDO ALLA REALTA’ PRODUTTIVA

Lattine in alluminio
La filiera dell’alluminio soffoca: troppo poco rottame e troppi concorrenti
La fuga di rottame verso l’Asia mette a rischio la disponibilità di materiale riciclato in Europa e negli Stati Uniti. Le industrie invocano dazi sui rottami.
La filiera dell’alluminio, in Europa e negli Stati Uniti, invoca a gran voce misure per trattenere più rottame all’interno dei mercati nazionali, altrimenti l’industria rischia di trovarsi senza materia prima mentre è costretta a fronteggiare costi sempre più elevati per i metalli primari.
Un grido d’allarme che fotografa la fragilità di un settore strategico, alle prese con tensioni geopolitiche, crisi dell’economia globale e una crescente ondata di protezionismo.
Un clima di sfiducia tra i commercianti di rottame in Europa
Per molti operatori europei del riciclo, il 2024 si chiude con luci molto più cupe del previsto. Il quadro macroeconomico resta incerto e gli effetti delle politiche commerciali aggressive di Washington e Pechino si fanno sentire.
Non stupisce, quindi, che il sondaggio periodico della Verband Deutscher Metallhändler (VDM, associazione dei commercianti e riciclatori di metalli tedeschi) mostri un settore pessimista, con oltre un terzo delle aziende prevede un peggioramento nei prossimi mesi, mentre solo una minoranza intravede una ripresa.
Le difficoltà non mancano: prezzi elevati dell’energia, importazioni a basso costo dalla Cina, domanda in calo dalle industrie chiave come automotive e costruzioni. Di conseguenza, si riducono anche gli acquisti di rottame, lasciando molti commercianti con piazzali colmi e margini sempre più sottili.
La battaglia per trattenere il rottame in UE e USA
Sia Bruxelles che Washington stanno valutando limiti all’export di rottame, considerato essenziale per sostenere la produzione locale di alluminio secondario. L’Europa, attraverso l’associazione European Aluminium (EA), chiede dazi del 30% sulle esportazioni. Negli Stati Uniti, l’Aluminium Association (AA) propone una stretta inizialmente mirata ai contenitori per bevande usati (UBCs), una delle fonti più pregiate di rottame.
La ragione è semplice: l’Asia assorbe quantità crescenti di materiale europeo, offrendo prezzi più alti grazie a sussidi pubblici e standard ambientali e salariali meno onerosi. Nel 2024 la UE ha esportato 1,26 milioni di tonnellate di rottame, un record che segna un aumento del 50% rispetto a cinque anni fa. Un flusso che sottrae risorse fondamentali a un’industria europea già in difficoltà.
Capacità produttiva a rischio
In Europa, circa il 40% del consumo di alluminio proviene dal riciclo. Ma la mancanza di rottame sta mettendo fuori uso circa il 15% della capacità totale dei forni di rifusione, pari a 12 milioni di tonnellate installate. Un paradosso per un continente che punta alla transizione verde e che, allo stesso tempo, deve fare i conti con un’offerta di rottame sempre più scarsa.
Negli Stati Uniti, l’AA propone un approccio più selettivo e cioè limitare solo l’export di rottame di alta qualità, come le lattine, lasciando per ora liberi i flussi di materiali meno pregiati. L’obiettivo è guadagnare tempo per modernizzare gli impianti di raccolta e selezione, migliorare il monitoraggio dei flussi commerciali e valutare eventuali restrizioni future anche sui rottami pronto-forno.
Cercasi regole per rimanere competitivi
Il dibattito sugli export control non è nuovo, ma ora assume toni più urgenti. La combinazione tra crisi economica, politiche protezionistiche e carenza di materia prima riciclata rischia di compromettere la competitività dell’industria dell’alluminio, proprio nel momento in cui la domanda globale di metalli green è destinata a salire.
Le due associazioni europea e statunitense, EA e AA, concordano su un punto centrale. Senza interventi che proteggano il rottame di qualità e senza investimenti significativi in nuove tecnologie, Europa e Stati Uniti continueranno a perdere terreno rispetto ai competitor asiatici.
APPROFONDIMENTO

Alluminio, un mercato diviso in due: pulito in Europa, fossile in Asia
Nel biennio 2023–2024 l’alluminio ha mostrato il suo doppio volto: in Europa è sempre più “green”, grazie a idroelettrico e nucleare, mentre in Asia continua a dipendere dal carbone.
C’è un paradosso che da anni accompagna l’alluminio.
È il metallo simbolo della transizione ecologica — leggero, riciclabile, essenziale per la mobilità elettrica e le energie rinnovabili — ma anche uno dei materiali più affamati di elettricità del pianeta. Per produrlo serve un’enorme quantità di energia e il modo in cui quest’energia viene generata sta ridisegnando le mappe dell’industria globale.
Nel biennio 2023–2024, mentre la produzione mondiale superava i 70 milioni di tonnellate, la vera battaglia non si è giocata sulla quantità, ma sulla qualità dell’elettricità che alimenta le fonderie. E a guardare i dati, il mondo dell’alluminio sembra ormai diviso in due: quello pulito, che sfrutta acqua e sole, e quello ancora ancorato al carbone.
Europa, il cuore dell’alluminio “verde”
L’Europa è oggi il principale laboratorio dell’alluminio a basse emissioni. Le fonderie del continente producono circa 6,7 milioni di tonnellate di metallo all’anno, ma la differenza rispetto ad altre aree del mondo non è nella quantità, bensì nel modo in cui questa viene ottenuta.
Nel 2023 l’industria europea ha utilizzato 108.357 GWh di energia idroelettrica, salita a 111.284 GWh nel 2024. Un piccolo incremento, ma significativo in un settore dove ogni gigawattora “pulito” conta. A questo si aggiungono il nucleare e altre rinnovabili, che insieme coprono quasi i due terzi dell’elettricità impiegata.
Risultato: le emissioni medie per tonnellata di alluminio europeo si collocano tra le più basse al mondo, spesso sotto le 13 tonnellate di CO₂ equivalente. Tuttavia, questa virtù ha un prezzo. Dopo la crisi energetica del 2022, i costi dell’elettricità sono schizzati alle stelle, mettendo in difficoltà molte fonderie. L’Europa, insomma, è un esempio di sostenibilità industriale, ma anche di quanto la transizione possa essere fragile se non è accompagnata da energia accessibile.
Il gigante cinese e l’ombra del carbone
Se l’Europa rappresenta la coscienza verde del settore, la Cina resta il suo motore, ma alimentato dal carbone. Con oltre 42 milioni di tonnellate prodotte nel 2024, pari a circa il 59% della produzione mondiale, il paese domina il mercato globale.
Il problema è che questa produzione si basa ancora per la maggior parte su 399.000 GWh di elettricità da carbone. È vero che negli ultimi anni Pechino ha iniziato a spostare parte della capacità produttiva verso province più “verdi” come Yunnan e Sichuan, dove prevale l’idroelettrico, ma la transizione procede a singhiozzo. Le siccità, i limiti della rete e la dipendenza strutturale dal carbone frenano qualsiasi cambiamento radicale.
In altre parole, finché la Cina continuerà a essere il fulcro dell’alluminio mondiale, il metallo resterà intrappolato in un modello ad alta intensità di emissioni.
E il resto del mondo?
Dall’altra parte del continente asiatico, i paesi del GCC (Gulf Cooperation Council) — Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Qatar e Arabia Saudita — seguono un percorso tutto loro. Qui l’alluminio è alimentato da un sistema energetico prevalentemente autonomo, basato su centrali a gas naturale integrate con crescenti quote di rinnovabili.
Nel 2023 le fonderie del Golfo hanno prodotto 6,22 milioni di tonnellate, salite a 6,31 milioni nel 2024, generando da sole oltre 76.800 GWh di elettricità. I governi dell’area stanno investendo in mega-impianti solari, progetti di idrogeno e sistemi di efficienza industriale. L’obiettivo è mantenere la competitività anche in un mercato dove i clienti finali dovrebbero premiare i fornitori con le impronte di carbonio più basse.
Meno rumorosi, ma strategicamente fondamentali, sono i produttori di alluminio delle Americhe e dell’Oceania.
In Sud America, la produzione di circa 1,47 milioni di tonnellate si appoggia quasi interamente su energia idroelettrica. In Nord America, dove si producono circa 3,9 milioni di tonnellate, l’idroelettrico domina ancora, anche se in alcune zone degli Stati Uniti la rete mostra limiti di capacità. Complessivamente, però, il profilo emissivo dell’alluminio nordamericano resta nettamente più favorevole rispetto all’Asia.
Anche l’Oceania, guidata dall’Australia, con 1,88 milioni di tonnellate prodotte, continua a sfruttare un’elevata quota di energia idroelettrica.
In Africa, le cifre produttive sono modeste — circa 1,59 milioni di tonnellate — ma il problema è nella qualità dell’energia. Quasi tutta proviene da centrali a carbone (oltre 11.000 GWh nel 2023), rendendo l’alluminio africano tra i più inquinanti del pianeta.
Neppure l’Asia fuori dalla Cina riesce ancora a liberarsi del peso dei combustibili fossili. Paesi come India, Malesia e Indonesia stanno sperimentando modelli di produzione più puliti, ma la lentezza nello sviluppo delle reti elettriche e delle fonti rinnovabili frena i progressi.
In definitiva, il mondo produce ormai due tipi di alluminio: quello alimentato dai fossili e quello alimentato dal futuro.
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