Buongiorno,
condivido con te le ultime notizie dalla Borsa LME relative alla scorsa settimana ed alcuni approfondimenti dal mondo dei metalli.
Per gli “industriali” il mercato intraprende un lento riposizionamento verso i picchi di inizio settembre.
Il quadro della situazione è ora completo.
L’ultimo dato in ordine di tempo e forse il più rilevante, è andato a riempire la sua casella, vale a dire la definizione dei tassi sul dollaro da parte della Federal Reserve.
Nulla di sorprendente e ampiamente previsto quello che è accaduto negli Stati Uniti, dove il quarto di punto di crescita dei saggi d’interesse rappresentava l’aspetto atteso da parte di tutti i mercati, banche centrali comprese.
La fase di assestamento è comunque in atto a livello valutario, con la moneta statunitense che riesce a fare la “voce grossa” solamente con l’euro, mentre nei confronti dello Yuan continua a mantenere uno stato di sofferenza, subendo la pressione sulla parità specifica a favore della divisa cinese.
Il “biglietto verde” difficilmente potrà imporsi come dominante verso le altre valute e allo stesso tempo, permettere al sistema bancario USA di rendere maggiormente onerosi i finanziamenti verso il comparto speculativo-finanziario.
A riguardo del perimetro di competenza, i metalli industriali, nell’ottava di Borsa appena conclusa il listino LME è ritornato in buona salute. Il salto negativo rilevato dieci giorni fa è stato annullato con l’indice LMEX a 5899 punti, in crescita dell’1,6% e a sole 3 unità dal massimo assoluto toccato nel corso della settimana conclusasi il 4 settembre.
Ripetuti massimi relativi per il Rame
Il Rame sta andando ben oltre il concetto di “inerzia rialzista” dopo la fase più che prevedibile di rilancio dai minimi toccati al termine delle convulse sedute LME del 10 e 11 settembre. I ripetuti massimi relativi toccati dal “metallo rosso” non lasciano intravvedere imminenti variazioni al ribasso del prezzo USD 3mesi in tempi ravvicinati.
Situazione analoga per lo Zinco
Una situazione analoga per lo Zinco, senza che questo metallo possa concedere spazi di recupero agli utilizzatori meno accorti o scettici. Il dato previsionale più probabile è il raggiungimento a breve dell’iconica soglia di 4mila USD 3mesi come quotazione LME.
Le Leghe, Ottone e Zama
Le leghe di Ottone e di Zama avranno quindi delle direzionalità certe verso nuove rimodulazioni rialziste, che potrebbero essere ulteriormente corrette all’insù nel caso in cui l’euro mantenesse ancora un livello di debolezza nei confronti del dollaro.
Situazione enigmatica per l’Alluminio
L’Alluminio si sta ponendo in una situazione piuttosto enigmatica all’interno del listino LME, dove il faticoso raggiungimento della soglia di 3300 USD dovrà trovare più presupposti propri e non al traino del momento favorevole degli altri “industriali”. Una settimana importante per l’Alluminio, dove le conferme dovranno provenire da una domanda effettiva di metallo e non da dinamiche soltanto speculative.
Incertezza per il Nichel
Il momento di recidere lo stato di familiarità che il Nichel sta avendo con le situazioni dei minimi relativi del prezzo LME non è ancora giunto in forma nitida. La reazione alla criticità della quotazione fortemente negativa del 15 settembre è stata notevole, fornendo al mercato un segnale importante nella sua collocazione di soglia, comunque al momento difficoltosa oltre la linea di 16500 USD 3mesi.
Piombo tra i più performanti del listino LME
Il Piombo nella sua collocazione di metallo “non protagonista” nell’articolato listino LME non sta sfigurando; anzi nei termini di una estemporanea classifica tra valori effettivi e crescite parziali, lo colloca, alla pari del Rame come metallo più performante del lotto. Gli spazi di crescita per il Piombo saranno quindi ben evidenti anche in questa “cinquina” di sedute LME.
Momento rialzista per lo Stagno
Lo Stagno nella sua importante entità di valore in dollari per tonnellata non potrà che continuare a determinare delle significative variabilità di prezzo, sia verso l’alto che in direzione opposta. La fase del metallo è al momento connotata come rialzista o se si preferisce, in un frangente di consolidamento dell’attuale valore e a un passo dal superare nuovamente l’importante linea di 54mila dollari 3mesi.
UNO SGUARDO ALLA REALTA’ PRODUTTIVA

Semilavorati di alluminio: il vuoto del Golfo apre spazio alla Cina nella filiera occidentale
La Cina sta attenuando l’impatto della perdita di produzione di alluminio nel Golfo con esportazioni record di leghe e semilavorati. Sollievo a breve termine per il mercato LME ma, nel lungo periodo, rischiamo il trasferimento di attività di trasformazione industriale dall’Occidente verso il sistema produttivo cinese.
La guerra con l’Iran ha sottratto al mercato occidentale una parte rilevante della produzione del Golfo, riportando al centro una verità che il commercio globale preferisce ignorare finché funziona e cioè che la filiera dell’alluminio è solida solo finché la geografia non si mette di traverso.
In questo contesto si è inserita la Cina, primo produttore mondiale di alluminio, che ha aumentato le esportazioni di metallo primario, leghe e semilavorati. In qualche modo, il sistema cinese sta offrendo ossigeno a una catena occidentale sotto pressione, attenuando nel breve periodo l’impatto delle minori disponibilità provenienti dal Golfo.
Gli impianti cinesi a pieno regime sfruttano la buona sorte proprio in un momento in cui la domanda interna ha perso un po’ di slancio.
I flussi in uscita dalla Cina contribuiscono a ridurre l’ansia sulle consegne fisiche e a contenere il sovrapprezzo bellico che ha colpito i prezzi LME. Tuttavia, più l’Occidente si abitua al prodotto cinese per compensare l’emergenza, più concede terreno lungo la catena del valore.
Il fisco decide che cosa esce dalla Cina
Per capire cosa sta davvero succedendo, non basta guardare alle tonnellate che arrivano dalla Cina ma occorre seguire il fisco cinese. Il metallo primario è soggetto a una tassa all’esportazione del 30%, mentre leghe e semilavorati possono lasciare il paese a imposta zero.
Il risultato è una prevalenza nell’export di barre, vergella, tubi e altre lavorazioni intermedie, oltre alle leghe.
Le esportazioni di leghe stanno crescendo molto più rapidamente visto che sono quasi raddoppiate a 238.500 tonnellate nel primo semestre del 2026. A giugno, la Cina è tornata esportatrice netta di leghe per la prima volta dal 2019.
Ancora più rilevante è il movimento dei semilavorati. Sempre secondo Reuters, tra gennaio e giugno, le esportazioni hanno raggiunto 3,2 milioni di tonnellate, in aumento del 18% rispetto all’anno precedente. A giugno sono state spedite 695.000 tonnellate, record mensile.
Il sollievo del mercato coincide con lo spostamento delle fabbriche
Barre, tubi e vergella non sostituiscono una tonnellata di alluminio primario persa nel Golfo nello stesso punto della catena produttiva. L’effetto è che riducono la domanda di metallo non lavorato sostituendolo nelle fasi successive. La disponibilità di semilavorati cinesi raffredda il fabbisogno di primario occidentale, ma trasferisce lavorazione, margini e competenze industriali verso la Cina.
Se un utilizzatore trova in Cina non solo il metallo, ma anche il prodotto già trasformato, il rischio è che l’urgenza bellica apra una scorciatoia commerciale destinata a sopravvivere alla guerra.
Non è una preoccupazione nuova. Le esportazioni cinesi di semilavorati sono da tempo al centro delle contestazioni di numerosi governi occidentali, che hanno risposto con dazi antidumping elevati su una vasta gamma di prodotti.
Eppure, le barriere commerciali mostrano tutta la loro fragilità quando la filiera interna è in affanno e, mentre la politica industriale invoca resilienza, il mercato compra dove trova disponibilità e prezzo conveniente.
La stessa Pechino aveva provato a correggere la traiettoria eliminando, da dicembre 2024, il rimborso del 13% dell’IVA sulle esportazioni di prodotti. La misura aveva avuto effetti visibili visto che nel 2025 i volumi erano scesi del 18%, mentre i trasformatori cinesi si erano orientati maggiormente al mercato interno. La guerra con l’Iran ha però rimesso in moto l’export perché ha incontrato un Occidente in difficoltà e un mercato cinese poco ricettivo.
Produzione record, domanda debole e premio di guerra evaporato
La disponibilità cinese nasce da un equilibrio interno tutt’altro che brillante. Secondo gli analisti di Citi, la domanda di alluminio in Cina è rimasta sostanzialmente piatta nel primo semestre del 2026, penalizzata soprattutto dalla debolezza dei comparti tradizionali e dell’edilizia. Quando il mercato domestico non assorbe, l’export torna a essere la valvola naturale di un sistema produttivo sovradimensionato rispetto alla domanda immediata.
Sul fronte opposto, la produzione primaria cinese è cresciuta del 2,2% nei primi sei mesi dell’anno, secondo l’International Aluminium Institute. Le fonderie operano ormai vicine, o persino leggermente oltre, il tetto di capacità annuale fissato da Pechino a 45 milioni di tonnellate. La distanza tra produzione in crescita e consumo interno debole spiega perché la Cina possa sostenere esportazioni così elevate.
Le scorte registrate allo Shanghai Futures Exchange si sono ridotte nelle ultime settimane, ma restano a 422.097 tonnellate, sopra le 358.000 tonnellate dell’inventario LME, incluso il metallo fuori warrant. Il dato non significa che tutto il materiale sia immediatamente disponibile per chiunque, né che la logistica sia irrilevante.
Indica però che la Cina conserva un cuscinetto fisico superiore a quello visibile nel sistema londinese, un elemento che conta quando l’offerta del Golfo diventa improvvisamente incerta.
Il mercato LME ha già tradotto questa situazione in un raffreddamento dei prezzi dell’alluminio. Il contratto a tre mesi, salito a un massimo di quattro anni di 3.787,50 dollari per tonnellata all’inizio di giugno, è tornato a 3.270 dollari. È appena circa 100 dollari sopra i livelli precedenti all’attacco di Stati Uniti e Israele contro l’Iran del 28 febbraio. Il premio di guerra si è in gran parte sgonfiato perché il mercato vede nella Cina un fornitore capace di contenere la scarsità.
Questa discesa offre respiro ai compratori, ma non va confusa con una soluzione strutturale del problema. Le quotazioni del metallo hanno perso terreno, mentre il problema industriale si è semplicemente spostato più a valle.
Il costo nascosto della stabilizzazione
Per gli utilizzatori occidentali, il prodotto cinese rappresenta oggi una risposta utile ad una crisi che altrimenti sarebbe ben peggiore. Senza l’aumento delle spedizioni cinesi, la perdita di produzione nel Golfo avrebbe probabilmente pesato di più su disponibilità, tempi e prezzi. Nel breve termine, la Cina sta salvando le industrie dell’Occidente.
Ma le conseguenze negative a più lungo termine cadranno addosso però ai produttori occidentali di semilavorati. Una maggiore importazione di leghe, barre, vergella e tubi può comprimere i margini, ridurre i volumi lavorati localmente e indebolire la posizione commerciale di aziende già strette tra energia costosa, concorrenza globale e domanda incerta.
La crisi dell’offerta primaria rischia così di diventare una crisi di trasformazione industriale nei paesi importatori.
Se le industrie occidentali recupereranno produzione dal Golfo ma nel frattempo perderanno quote nei semilavorati, si ritroveranno con un pugno di mosche. Il tampone cinese sul mercato dell’alluminio rischia di ridisegnare stabilmente il mercato di chi trasforma l’alluminio, nella parte della filiera dove si accumula il maggior valore.
APPROFONDIMENTO

Più protezione, meno mercato: la spirale dei dazi UE che ci costerà l’export
Dall’acciaio al CBAM, passando per i macchinari: l’Europa rincorre ogni squilibrio commerciale con nuovi dazi e nuove barriere, innescando una spirale protezionistica che rischia di tagliarla fuori dai mercati export, lasciando ai concorrenti asiatici il vantaggio competitivo che Bruxelles pensava di difendere.
Quando il protezionismo commerciale smette di essere una difesa e diventa qualcosa d’altro?
Prendiamo il caso dell’Unione Europea quando, nell’ottobre 2025, ha varato le nuove misure sull’acciaio con una quota tariffaria libera da dazi fissata a poco più di 18 milioni di tonnellate annue, praticamente la metà rispetto ai livelli recenti, e un dazio del 50% su tutto ciò che supera quella soglia.
Numeri pensati per riportare il mercato alle condizioni del 2013, prima della prima ondata di acciaio a basso costo arrivata dalla Cina. Fin qui, la logica industriale si può anche capire.
Il problema è quello che è successo dopo. Le associazioni degli importatori, che avrebbero dovuto beneficiare di un mercato più aperto, hanno chiesto a gran voce che i dazi venissero estesi anche ai prodotti a valle, cioè a tutto ciò che viene fabbricato con l’acciaio protetto.
Non è difesa, è rappresaglia mascherata da politica commerciale: se io perdo competitività per colpa vostra, allora tutti gli altri devono pagare lo stesso prezzo. È una logica che si autoalimenta e che, non a caso, si sta ripetendo quasi identica con il CBAM, il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere.
Appena introdotto, il riflesso politico è già quello di allargarlo, irrigidirlo, applicarlo alla fase di lavorazione successiva.
Anche i costruttori di macchinari si accodano
La spirale ha trovato un nuovo protagonista nei produttori europei di macchinari, che hanno irrigidito la propria posizione politica chiedendo più protezione dalla concorrenza cinese, più strumenti, più barriere.
È lo schema che si ripete stadio dopo stadio, con i dazi sull’acciaio che alzano i costi per chi costruisce macchinari e con i costruttori di macchinari che chiedono protezione. Ma le misure protettive sui macchinari alzano i costi per chi gestisce gli impianti e questi ultimi finiscono per chiedere protezione a loro volta.
Nel frattempo, dal lato istituzionale, il segnale è arrivato forte e chiaro. Denis Redonnet, il Chief Trade Enforcement Officer della Commissione Europea, ha dichiarato a metà luglio di quest’anno davanti agli eurodeputati che Bruxelles continuerà “nei prossimi mesi, dove necessario e giustificato” a adottare misure di difesa commerciale sia strutturali che situazionali e che è più che probabile l’adozione di misure unilaterali entro la scadenza fissata per ottobre 2026 dal commissario al Commercio Maroš Šefčovič per i negoziati con la Cina.
Il primo luglio la UE aveva già raddoppiato i dazi su alcune importazioni di acciaio e ridotto le quote settoriali, un’anteprima di quello che potrebbe estendersi ad altri comparti nelle prossime settimane. Quando la volontà politica c’è già, trovare la cornice narrativa per giustificarla diventa un dettaglio tecnico.
Thorsten Gerber, CEO di Gerber Group, l’ha detta senza troppi giri di parole: “La UE ha sviluppato una straordinaria capacità di rispondere a ogni problema con la stessa soluzione: più protezione, più dazi, più burocrazia. A un certo punto ci saremo protetti così a fondo che non resterà più nulla da proteggere “.
Una battuta che suona cinica, ma che fotografa con esattezza il meccanismo in corso.
La logica della spirale, portata alle sue conseguenze
Nessuno a Bruxelles sembra aver capito questa catena fino in fondo. Ogni stadio della filiera che si protegge genera costi che lo stadio successivo deve compensare, chiedendo a sua volta protezione. È un domino che non si ferma da solo, perché ogni misura crea l’incentivo per la misura successiva.
E alla fine, quando la catena si esaurisce, chi paga il conto sono i cittadini attraverso prezzi più alti, e le aziende attraverso mercati export perduti.
Perché è qui che questa spirale smette di essere un problema soltanto europeo. Se l’Europa erige barriere a ogni stadio della produzione, prima o poi smetterà anche di esportare.
E questo, per i concorrenti asiatici, non è un rischio, è un regalo. Prodotti europei resi artificialmente più cari dai dazi a monte diventano automaticamente meno competitivi sui mercati terzi, quelli degli Stati Uniti, del Brasile, del Giappone, dell’Australia.
Non serve che i concorrenti facciano nulla di particolare, basta che l’Europa continui a incamerare costi lungo la propria filiera perché il vantaggio si sposti altrove da solo.
Senza export non c’è capitale, senza capitale non c’è materia prima
Il punto che spesso si perde di vista è che protezionismo e autosufficienza non sono la stessa cosa e la seconda dipende in larga parte dalla prima. Senza ricavi da esportazione, non ci sono risorse per finanziare le importazioni di materie prime, che per un continente povero di risorse come l’Europa restano indispensabili quasi per ogni filiera industriale.
Il Critical Raw Materials Act, con i suoi obiettivi al 2030 (10% della domanda annua estratta internamente, 40% della capacità di lavorazione localizzata in Europa), parte da una base che nel frattempo si è ristretta piuttosto che ampliata.
L’estrazione interna era già attorno all’8% quando gli obiettivi sono stati fissati, la lavorazione al 24%, e il continente ha perso metà della sua capacità di fusione dell’alluminio primario tra il 2019 e il 2023. Dieci dei ventisei materiali critici necessari per la transizione energetica, semplicemente, non vengono ancora riciclati.
Nessun sistema di riciclo e nessuna normativa può trasformare da sola un continente povero di risorse in un continente autosufficiente, se contemporaneamente si smonta la capacità di generare le entrate necessarie a comprare quelle stesse risorse altrove.
È qui che la spirale protezionistica smette di essere una questione di principio e diventa un problema di sostenibilità economica.
L’Europa rischia di proteggersi fino a rendersi irrilevante proprio nei mercati che dovrebbe difendere.
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