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condivido con te le ultime notizie dalla Borsa LME relative alla scorsa settimana ed alcuni approfondimenti dal mondo dei metalli.

I prezzi toccano i minimi relativi dopo lo choc del 10 settembre al LME

Ogni volta che la linea di un grafico percorre tracce inusuali, ci accorgiamo che il dinamismo del “tempo reale” rende superata ogni forma di logica, forse è più appropriato parlare di esperienze pregresse, portando a un totale disorientamento, che si tramuta sovente in immobilismo.

Le leggi economiche non prevedono questo stato di cose, come tutto quello che esiste in natura. I “monetaristi”, scuola di un pensiero economico di cui si è persa traccia da tempo immemore, agivano sulle valute e nei rapporti di cambio tra esse correggendo le criticità con le “svalutazioni”.

Le variazioni dei prezzi delle materie prime sono una costante di tutte le Borse merci, un fattore endemico. Le contromisure per rendere meno gravosi gli scompensi delle quotazioni devono avere un’origine moderna, vale a dire attuale o se si preferisce, adeguate ai momenti e che sono difficilmente concatenabili con accadimenti già visti e vissuti.

La revisione sui tassi dell’euro da parte della BCE è solo l’ultimo esempio in ordine di tempo. L’aumento dello 0.25% operato dalla Banca Centrale Europea è il classico battito d’ala di una farfalla, ma che sulle quotazioni dei metalli industriali ha scatenato un uragano.

Nel pomeriggio del 10 settembre le perdite di valore riportate dal listino londinese LME sono state estremamente rilevanti e qui elencate in USD/tonnellata e rapportate ai dati di chiusura del giorno precedente.

Il Rame è sceso di 650 dollari; l’Alluminio di 90; il Nichel di 280 e così per gli altri metalli, lo Zinco è calato di 200 e lo Stagno di 1400, esente da questi tracolli solamente il Piombo.

I forti cambiamenti in ottica ribassista di tutti gli “industriali” si sono tradotti in una significativa discesa dell’indice LMEX e ora collocato a 5806 punti, il riferimento più basso dalla seconda metà di agosto.

L’inevitabile passaggio dalla situazione di massimo relativo a quella di minimo ha riguardato tutti i metalli del listino LME. Il dettaglio e l’analisi va comunque condotta per ogni singolo elemento, soprattutto per verificare i tempi e le incidenze di reazione che a questo punto avranno in modo piuttosto diffuso tutti gli “industriali”.

Tentativo di risalita dal minimo relativo per il Rame

Il seppur tentennante intercedere del Rame nell’abbandono della soglia di minimo, ricomparsa il 10 settembre e ulteriormente acuita nelle prime battute della seduta del giorno successivo, segna una sensazione di “disagio” per il metallo guida del listino a popolare quotazioni che solo qualche giorno fa risultavano impossibili nelle loro riproposizioni nel breve periodo.

Zinco abbandonato dalla speculazione?

La struttura fortemente speculativa, che ha definito la quotazione dello Zinco da circa un trimestre, potrebbe aver perso molto della sua connotazione. La linea di minimo relativo, posta al di sotto della soglia di 3900 USD 3mesi sarà un riferimento di grande importanza nel ridare ampiezza o al contrario nuove forme di contrazione per il suo riferimento di Borsa.

Le Leghe, Ottone e Zama

Le quotazioni di Rame e Zinco in forte ribasso al LME hanno determinato dei nuovi assetti per le quotazioni delle leghe di riferimento e in particolare per l’Ottone, ritornato al livello di inizio mese e questo in poche ore. Il dubbio si concentra su due fattori e riguarderanno la reazione del “giallo” alle possibili instabilità dei metalli che compongono la lega e come si collocherà il dollaro nei confronti dell’euro.

La risposta risulta relativamente lineare, prevedendo per l’Ottone una lenta ma costante crescita lasciandosi alle spalle questa repentina fase di arretramento. La definizione della quotazione della Zama non subirà a breve significative variabilità verso il basso, utile ricordarlo, per la struttura del prezzo medio sulla base delle ultime quattro settimane e quindi anche quelle di agosto.

Alluminio sorpresa in positivo!

L’Alluminio sarà la sorpresa, in positivo, per le quotazioni LME. Il messaggio che dovrà passare sarà quindi la sua repentina crescita di valore, ricollocandosi in tempi veloci ai livelli di prezzo visti nella caratterizzazione del massimo relativo raggiunto circa otto giorni fa; quindi, in avvicinamento e superamento della soglia di 3320 dollari 3mesi.

Profilo basso per il Nichel

Il Nichel manterrà un profilo ancora basso di prezzo, a evidenziare le difficoltà di questo metallo ad acquisire un equilibrio di mercato che lo riporti almeno al raggiungimento della linea ideale posta a 17mila USD 3mesi, ma al momento distante 4 punti percentuali. Un percorso che potrebbe essere più agevole da coprire in presenza di un effetto traino costituito da un impatto positivo determinato dalla crescita diffusa di tutto il listino LME.

Il Piombo ha risentito meno dell’arretramento del listino

Il Piombo non è stato esente dalla difficile situazione in cui si è trovato l’insieme degli “industriali”, ma la sua attuale compressione del valore di Borsa in un intervallo raccolto nel “fazzoletto” di circa dieci Dollari/tonnellata, ha ridotto al minimo la percezione dell’arretramento diffuso.

Stagno, è finito il ribasso?

Lo Stagno, tra tutti i metalli LME, è ancora quello che non ha terminato il suo percorso di adeguamento ribassista, aprendo la settimana di Borsa con un equilibrio di valore piuttosto precario, coincidente con il valore di minimo relativo a ridosso della linea di 53300 USD 3mesi, quotazione che il metallo non aveva più in archivio dalla prima parte di luglio.

L’alluminio del Venezuela fa gola a Glencore e Mercuria. Venalum torna strategica

Venalum, con 430.000 tonnellate annue di capacità installata, torna al centro dell’interesse occidentale mentre le tensioni in Medio Oriente sostengono i prezzi dell’alluminio.

Il più grande impianto di alluminio primario dell’America Latina torna a interessare i grandi commercianti di materie prime. Glencore e Mercuria Energy Group starebbero discutendo separatamente con il governo del Venezuela possibili intese su Venalum, la fonderia statale situata a Puerto Ordaz, nello Stato di Bolívar.

Il punto, secondo quanto riportato da Bloomberg, non sarebbe una semplice fornitura e sul tavolo ci sarebbero gestione dell’impianto e accesso al metallo prodotto.

Non sono noti termini economici, volumi, durata né l’effettiva struttura societaria delle eventuali operazioni. Ma la sostanza è che il metallo venezuelano è tornato a essere un’opzione strategica, proprio mentre il mercato internazionale guarda con crescente nervosismo alle filiere dell’alluminio.

Per anni, il Venezuela è stato trattato dai mercati occidentali come un territorio troppo rischioso, troppo esposto politicamente e troppo difficile da inserire in una catena di approvvigionamento affidabile. Ora l’interesse sembra riemergere non perché siano spariti i problemi, ma perché l’offerta globale affidabile è diventata un bene più raro e più costoso.

Una fonderia grande, ma non automaticamente pronta

Venalum, acronimo di Industria Venezolana de Aluminio, fu fondata nel 1973 e avviò le operazioni di fusione nel 1978. L’impianto è controllato per l’80% dal Venezuela, mentre il restante 20% fa capo a un consorzio giapponese. La società indica una capacità installata di 430.000 tonnellate annue di alluminio primario, un dato che la colloca al vertice del comparto latino-americano.

La sua posizione non è casuale. Puerto Ordaz è il cuore del sistema metallurgico venezuelano, costruito attorno alla disponibilità di energia idroelettrica e alle rilevanti riserve nazionali di bauxite. In teoria, è il tipo di combinazione che ogni operatore dell’alluminio vorrebbe avere: materia prima, energia e vocazione all’export concentrate nello stesso perimetro industriale.

Ed è qui che entrano in scena i trader. Un impianto come Venalum può offrire controllo o priorità di accesso ad un flusso fisico di metallo, in un settore dove energia, logistica, manutenzione e stabilità politica sono decisivi.

Per Glencore e Mercuria, l’interesse avrebbe quindi la logica di garantire opzioni sull’offerta prima che il mercato vada in deficit conclamato.

Il Medio Oriente rende più preziosa ogni tonnellata di alluminio alternativa

L’interesse per Venalum arriva mentre il conflitto in Medio Oriente rende più fragile la percezione dell’offerta globale di alluminio. La regione del Golfo rappresenta circa l’8% della produzione mondiale di alluminio primario e approssimativamente il 23% dell’offerta realizzata fuori dalla Cina (dati dell’International Aluminium Institute).

Le preoccupazioni per possibili interruzioni delle forniture hanno sostenuto i prezzi del metallo, cresciuti di quasi il 10% dall’inizio dell’anno. Non serve che l’offerta venga fisicamente interrotta per produrre effetti sui prezzi poiché in mercati già tesi, il timore di una rottura logistica o geopolitica viene spesso prezzato prima della rottura stessa.

Questo spiega perché un impianto venezuelano, con una capacità teorica di 430.000 tonnellate annue, possa acquisire improvvisamente centralità nelle strategie di approvvigionamento.

Non perché sia la soluzione ai problemi globali dell’alluminio, né perché una trattativa possa trasformare in pochi mesi una capacità nominale in output esportabile. Il suo valore sta piuttosto nella possibilità di aggiungere una fonte al mosaico delle forniture. Nell’alluminio, come in molte materie prime, la diversificazione è tornata ad essere un grande valore aggiunto.

Il metallo torna al centro della partita venezuelana

Un eventuale accordo su Venalum si inserirebbe nella più ampia corsa alle risorse naturali venezuelane. Petrolio, oro, minerali e ora alluminio compongono un catalogo che torna appetibile per aziende e governi alla ricerca di sicurezza fisica delle forniture.

Il rischio, naturalmente, è scambiare un potenziale industriale per disponibilità immediata dal momento che una fonderia non è un giacimento e il metallo non esce da una capacità installata per semplice volontà negoziale.

Restano da chiarire le condizioni operative dell’impianto, le garanzie sull’energia, il destino della produzione, il ruolo dello Stato venezuelano e il perimetro delle eventuali autorizzazioni internazionali. La vera partita non è conquistare Venalum sulla carta, ma renderla una fonte credibile di metallo per il mercato.

Per ora, Glencore e Mercuria sembrano muoversi in anticipo su questa possibilità, dimostrando che l’alluminio non è soltanto una commodity industriale, ma un elemento sempre più politico delle catene produttive.

Quando le forniture del Golfo Persico entrano nella lista delle variabili di rischio, perfino il Venezuela può tornare da periferia problematica a riserva strategica da corteggiare con prudenza.

La Cina consolida il controllo sulla filiera globale dell’alluminio

La Cina ha quasi esaurito lo spazio per aumentare la propria produzione interna di alluminio, ma sta aggirando il vincolo domestico con efficienza operativa e investimenti in Indonesia, Kazakistan e Angola. Il tetto produttivo di Pechino non ferma la leadership cinese, ma la sposta lungo la geografia mondiale della filiera.

Gli impianti cinesi di alluminio stanno lavorando quasi al limite fisico, sostenuti da prezzi a Shanghai in prossimità dei massimi degli ultimi tre mesi, da costi dell’allumina depressi e da margini che ingolosiscono qualsiasi produttore. Quando fondere alluminio è molto redditizio, ogni tonnellata di capacità produttiva torna buona.

La produzione cinese ha superato per alcuni mesi il tetto di 45 milioni di tonnellate annue fissato dal governo. Non è però la prova di una liberalizzazione del settore, visto che il limite normativo resta in vigore e il suo aggiramento passa soprattutto dal miglioramento dell’efficienza operativa degli impianti esistenti.

Qui sta la differenza rispetto al passato. Nel 2017 la Cina intervenne dopo una fase di espansione caotica, durante la quale l’aumento delle capacità metallurgiche aveva cominciato a pesare seriamente sul sistema elettrico nazionale. La soglia dei 45 milioni di tonnellate fu concepita come una linea di contenimento per un comparto che stava correndo più velocemente della rete che lo alimentava.

Il limite esiste, ma la capacità effettiva si allarga

La capacità indicata sulle licenze non coincide sempre con quella realmente esprimibile da un impianto modernizzato. Miglioramenti nella gestione delle celle, nella continuità operativa e nell’efficienza tecnica consentono di estrarre più metallo dalla stessa struttura produttiva.

Secondo le stime di AZ Global, in agosto le fonderie cinesi hanno lavorato al 99,7% di una capacità effettiva stimata in 45,26 milioni di tonnellate. In pratica, la Cina può ancora limare qualche inefficienza, ma non dispone più di uno spazio interno per aumentare la produzione primaria. L’offerta nazionale ha raggiunto una zona in cui ogni incremento marginale diventa più difficile, più costoso e più dipendente dalla perfezione operativa.

Per i produttori, la situazione è resa ancora più favorevole dalla disponibilità di allumina, materia prima essenziale per la produzione di alluminio. Il tetto imposto alla fusione non è stato accompagnato da un vincolo equivalente sulla capacità nazionale di raffinazione dell’allumina. Il risultato è una condizione di eccesso strutturale dell’input, con prezzi molto bassi. Le fonderie beneficiano così di un’offerta di metallo interna limitata e di allumina sovrabbondante che amplifica i margini di profitto.

L’Indonesia diventa l’estensione industriale di Pechino

Se la crescita non può più avvenire liberamente in casa, deve spostarsi altrove. La risposta cinese non è un arretramento, ma un ampliamento geografico della sua industria dell’alluminio.

L’Indonesia è il terreno più favorevole. Il paese dispone già di parchi industriali costruiti con capitale e competenze cinesi per il trattamento del nichel, oltre a infrastrutture energetiche e logistiche che riducono tempi e costi di avvio.

Il gruppo Tsingshan, protagonista del boom indonesiano del nichel, ha stretto alleanze con Huafon Group e Xinfa Group per sviluppare rispettivamente le fonderie Hua Chin e Juwan. La filiera del nichel funziona da piattaforma e una volta create energia, porti e aree industriali, anche l’alluminio può arrivare molto più rapidamente.

Hua Chin è entrata in funzione lo scorso anno con una capacità annua di 480.000 tonnellate e a maggio ha chiesto la registrazione del proprio marchio HCAI presso il London Metal Exchange. Juwan, invece, ha spedito il primo alluminio negli Stati Uniti a marzo; a giugno lo ha fatto anche PT Alamtri Resources Indonesia, società nella quale la cinese Zhejiang Lygend Mining detiene una quota di minoranza. L’obiettivo non è soltanto produrre metallo in un paese a minori vincoli, ma renderlo commerciabile, riconoscibile e consegnabile nei circuiti finanziari e fisici dell’Occidente.

Dal Kazakistan all’Atlantico, la capacità cerca nuovi sbocchi

L’Indonesia è la destinazione più avanzata, ma non è l’unica. In Kazakistan, Xinfa sta preparando un parco industriale integrato con una capacità pianificata di 2,4 milioni di tonnellate annue di alluminio. East Hope Group lavora invece a un progetto integrato che parte dalla bauxite, passa attraverso l’allumina e arriva al metallo primario. Chi controlla l’intera sequenza, dalla miniera alla colata, riduce la dipendenza dai mercati intermedi e consolida potere negoziale.

In Angola, un consorzio cinese guidato da Hebei Huatong Wire and Cables Group sostiene una nuova fonderia nella zona franca di Barra do Dande. La prima fase, da 120.000 tonnellate, è stata realizzata con attrezzature trasferite dalla Cina. È probabile che provengano da un vecchio impianto dismesso per consentire l’apertura di una struttura più moderna in patria.

La collocazione angolana affacciata sull’Atlantico ha un valore che supera la capacità iniziale del progetto. Accorcia la distanza fisica e commerciale dai mercati occidentali e rende la presenza cinese meno dipendente dalle rotte di esportazione asiatiche. Il controllo della filiera dell’alluminio si sposta dalla semplice quota produttiva alla capacità di presidiare nodi industriali, porti, energia e mercati di destinazione.

Il predominio non si misura più solo in tonnellate cinesi

La Cina rappresenta già circa il 60% della produzione mondiale di alluminio, ma la quota è del 63% se teniamo conto della perdita di produzione nel Golfo durante la guerra con l’Iran. La concentrazione nelle mani della Cina aumenta tanto per l’espansione cinese quanto per l’assenza, o la fragilità, degli altri produttori.

Le nuove fonderie sostenute da capitali e gruppi industriali cinesi rafforzano questa dinamica. Non si tratta soltanto di delocalizzazione produttiva, né di una banale corsa verso energia meno costosa. È un modo per trasferire all’estero capacità, tecnologie e relazioni commerciali mantenendo il baricentro decisionale vicino ai grandi gruppi cinesi. Il limite dei 45 milioni di tonnellate non ha ridotto l’influenza della Cina ma l’ha resa più sofisticata e più internazionale.

Per l’Occidente, il problema non è limitarsi a constatare che serve più alluminio. Servono energia competitiva, autorizzazioni, capitali e una politica industriale capace di durare oltre un ciclo elettorale. Finché questi elementi resteranno frammentati, le dichiarazioni sulla sicurezza delle forniture sono solo parole al vento.

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