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condivido con te le ultime notizie dalla Borsa LME relative alla scorsa settimana ed alcuni approfondimenti dal mondo dei metalli.

I minimi relativi registrati a inizio settimana scorsa dai metalli “industriali” (Alluminio escluso) diventano i nuovi supporti chiave per convalidare l’attesa fase di rimbalzo del listino londinese

Gli effetti della guerra condotta da Israele e USA contro l’Iran sono in piena fase evolutiva, soprattutto per l’allargamento della zona di guerra all’intera penisola arabica e del Golfo Persico.

Le prevedibili tensioni sui prezzi delle materie prime energetiche, come gas e petrolio, che in uno stato di vera e propria emergenza sulle forniture provenienti da quell’area verso il mondo intero rappresentano una quota di circa il 30% in termini assoluti, necessiteranno di un piano alternativo nel trovare flussi di approvvigionamento e rotte marittime più sicure.

La chiusura dello Stretto di Hormuz coinvolge in modo significativo anche il comparto dei metalli e in particolare dell’Alluminio.

Gli impianti di produzione situati negli Emirati Arabi, tra i più importanti del mondo, da circa due decenni alimentano in modo significativo le filiere produttive dei semilavorati di questo metallo, poste in modo particolare nell’Europa del nord.

Al momento attuale e non si sa per quanto tempo ancora, non arriveranno più billette, piastre e pani dalla zona del Golfo.

L’immediato innalzamento del costo dell’energia ha ridisegnato nel corso degli ultimi otto giorni la mappa dei prezzi dollari 3mesi degli “industriali” che sono risultati tutti in diminuzione, a esclusione dell’Alluminio.

L’indice LMEX ha registrato un calo dell’1,5% su base settimanale e dove a contribuire maggiormente sono state le variazioni verso il basso di Rame, Nichel e Stagno, seppure in momenti differenti nel corso dell’intera ottava.

Rame da seguire con molta attenzione

La situazione del Rame è da seguire con la massima attenzione, soprattutto da un punto di vista dei parziali di quotazione che il metallo ha registrato nel corso degli ultimi otto giorni e in particolare per quello che è avvenuto durante la seduta del 3 marzo, quando ha registrato il suo punto di minimo relativo a ridosso della soglia di 12750 USD 3mesi, per poi da quella specifica situazione chiudere la settimana registrando un progresso molto vicino al punto percentuale.

Punto di minimo relativo per lo Zinco

Lo Zinco ha avuto anch’esso un punto di minimo importante nel corso dell’ottava appena conclusa e precisamente in avvio della seconda parte della seduta di giovedì 5, quando da quota 3280 dollari 3mesi si è riposizionato a oltre 3300 in chiusura della settimana.

Le Leghe, Ottone e Zama

La frazione positiva dello Zinco permetterà alla Zama di ribadire i valori medi di mercato recentemente raggiunti, senza quindi rappresentare dei possibili momenti di revisione al ribasso che potevano risultare possibili solo nel proseguire nello stato di debolezza del suo metallo di riferimento al LME.

La quotazione dell’Ottone risulterà abbastanza articolata nella sua definizione nel corso della settimana, anche in considerazione del fatto che il Rame e di riflesso lo Zinco, solo in apparenza stanno presentando dei valori improntati a profili di debolezza; pertanto, i ribassi delle basi prezzo dei “gialli” potrebbero essere giunti al loro epilogo.

Criticità estrema per l’Alluminio

L’Alluminio, come già accennato precedentemente, sta vivendo una situazione completamente slegata dalle dinamiche LME, dove a giocare un ruolo fondamentale saranno le problematiche della logistica marittima, essendo i semilavorati prodotti negli Emirati Arabi difficilmente rimpiazzabili da alternative analoghe provenienti da altre parti del mondo. L’individuazione della soglia massima relativa a quota 3430 dollari e proprio nelle fasi finali della seduta LME di venerdì 6 risulta dai contorni indefiniti nella fase di proiezione già in avvio di questa settimana.

Nichel in una fase di indecisione

Il Nichel portandosi a lambire la soglia psicologica dei 17mila dollari 3mesi, toccata come visto in precedenza per il Rame nel corso della seduta del 3 marzo, ha poi dato seguito a un’interessante proposizione rialzista del suo valore LME, correggendolo fino al 2,5% in chiusura di settimana.

Piombo in una fase di debolezza ormai cronica

Il Piombo sta scontando una debolezza dai caratteri cronici senza che l’effetto post-vacanze in Cina abbia ancora risollevato le sorti della sua quotazione dollari 3mesi al LME.

Stagno che ha passato la fase di shock e tende al rialzo

L’effetto shock per lo Stagno è stato di breve durata, ma estremamente intenso, la sua riproposizione oltre i 50mila dollari 3mesi non è ancora un fattore assodato, ma quello che occorrerà tenere in considerazione per questo metallo è l’attuale fase di allontanamento del minimo relativo registrato la settimana scorsa al LME, di quasi 4 punti percentuali.

Il Qatar sospende la produzione di alluminio e i prezzi corrono oltre i 3.300 dollari

L’alluminio corre verso l’alto dopo lo stop produttivo annunciato da Qatalum, joint venture tra il produttore statale del Qatar e Norsk Hydro ASA, che ha avviato una fermata controllata degli impianti dichiarando forza maggiore sulle consegne.

Il mercato ha reagito immediatamente e sul London Metal Exchange l’alluminio è salito oltre i 3.330 dollari per tonnellata. Il movimento è tanto più significativo perché avviene in un contesto di generale cautela sugli asset industriali, segno che il fattore offerta sta prevalendo nel breve periodo.

Secondo Bloomberg, alla base della decisione di Qatalum vi è la carenza di gas naturale innescata dall’escalation militare che coinvolge l’Iran e diversi paesi dell’area.

QatarEnergy ha annunciato l’interruzione della produzione di alluminio e di alcuni prodotti chimici a seguito della chiusura del principale impianto di gas naturale liquefatto, colpito indirettamente dagli attacchi.

Israele ha intensificato i bombardamenti su Teheran, mentre missili iraniani hanno colpito obiettivi in Qatar, Bahrein e Oman. Anche Iraq e Qatar hanno sospeso attività in siti energetici strategici. In questo contesto, l’alluminio diventa un termometro della vulnerabilità energetica dal momento che le fonderie dipendono da forniture stabili e a basso costo di gas e ogni interruzione si traduce in rischi immediati di fermata.

Il Medio Oriente rappresenta circa il 9% della produzione mondiale di alluminio e quasi un quinto dell’offerta al di fuori della Cina. Gran parte del metallo prodotto negli Stati del Golfo è destinato all’export verso Asia, Europa e Stati Uniti.

Il quadro resta però bifronte. Se da un lato il premio al rischio sostiene le quotazioni, dall’altro un conflitto prolungato potrebbe indebolire le principali economie, alimentare inflazione energetica e comprimere la domanda di metalli industriali.

Alluminio ai massimi da quattro anni dopo la dichiarazione di forza maggiore del Bahrein (Alba)

L’alluminio torna ai livelli di quattro anni fa e lo fa in modo repentino.

A spingere le quotazioni è stata la decisione di Aluminium Bahrain (Alba) di sospendere le consegne ai clienti attivando le clausole di forza maggiore nei contratti di fornitura, a causa delle difficoltà di transito attraverso lo Stretto di Hormuz.

La reazione del mercato è stata immediata: sul London Metal Exchange le quotazioni hanno toccato quasi 3.340 dollari a tonnellata, segnando un massimo che non si vedeva dalla primavera del 2022. Da inizio anno il metallo industriale registra un progresso superiore al 9%, sovraperformando anche il rame, tradizionale barometro del ciclo industriale.

Non si tratta solo di un movimento tecnico. Il mercato sta prezzando un rischio logistico sistemico che colpisce uno dei principali snodi del commercio globale di metalli.

Ogni anno oltre 5 milioni di tonnellate di alluminio primario prodotto in Medio Oriente attraversano lo Stretto di Hormuz. In senso inverso viaggiano enormi volumi di bauxite e allumina, indispensabili per alimentare le fonderie della regione. Non serve un’interruzione fisica della produzione per destabilizzare il mercato. È sufficiente che si inceppi la logistica.

Il conflitto in Iran ha riacceso timori che erano già latenti sul mercato dell’alluminio.

Prima dell’escalation, il mercato si stava preparando a un irrigidimento dell’offerta per la prevista chiusura dello smelter Mozal in Mozambico, importante per il mercato europeo. Ora il rischio è che le tensioni nel Golfo amplifichino un quadro già teso.

Secondo le stime di Goldman Sachs, una perdita di produzione regionale per un mese potrebbe spingere le quotazioni fino a 3.600 dollari a tonnellata. Non è una previsione estrema, ma uno scenario condizionato alla durata delle interruzioni.

Per i trasformatori europei e asiatici il problema non è solo il prezzo LME, ma la certezza delle consegne. L’alluminio primario è spesso legato a specifiche tecniche, certificazioni e standard qualitativi che non consentono sostituzioni rapide tra fornitori.

Un’ondata di dichiarazioni di forza maggiore lungo la filiera potrebbe tradursi in ritardi, rinegoziazioni contrattuali e maggiore volatilità dei premi regionali. In un contesto già segnato da costi energetici elevati e transizione industriale, l’incertezza logistica si aggiunge come ulteriore fattore di pressione.

Alluminio: la crisi del Golfo mette più pressione sui premi che sull’offerta

L’escalation nel Golfo spinge al rialzo i premi fisici dell’alluminio, soprattutto in Europa, senza per ora compromettere in modo strutturale l’offerta globale. Il vero rischio è nella durata delle tensioni e nei costi logistici ed energetici.

Nel caso dell’alluminio, il conflitto che si è scatenato nel Golfo Persico ha innescato un rischio immediato che non sembra essere una drastica contrazione dell’offerta globale, quanto piuttosto un aumento dei premi fisici, in particolare in Europa.

Il Medio Oriente rappresenta circa l’8% della capacità produttiva mondiale di alluminio primario. Non si tratta di una quota dominante, ma è sufficiente a incidere sugli equilibri delle rotte commerciali, soprattutto perché la regione dipende in modo strutturale dallo Stretto di Hormuz per esportare metallo e importare allumina. Tra i principali poli produttivi figurano Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Bahrein.

In questo contesto, anche senza una chiusura totale del passaggio marittimo, l’aumento dei costi assicurativi, dei noli e i ritardi nelle spedizioni rappresentano un fattore immediato di tensione sui prezzi fisici.

Il fattore tempo: scorte di allumina e rischio produttivo

La tenuta delle fonderie mediorientali dipende dalla durata dell’interruzione dei flussi commerciali attraverso Hormuz. In condizioni normali, gli impianti mantengono riserve di allumina per circa tre o quattro settimane. Ciò significa che brevi shock logistici possono essere assorbiti senza impatti significativi sulla produzione.

Il quadro cambia radicalmente in caso di tensioni prolungate. Superata la soglia delle scorte operative, il rischio si trasferirebbe rapidamente sulla produzione primaria, con conseguenze ben più profonde sulle disponibilità globali. Per ora, però, il mercato sconta soprattutto un rischio logistico e finanziario, più che una carenza strutturale di metallo.

Europa in prima linea: premi già tirati

L’Europa è l’area più esposta. Quasi un quinto delle importazioni europee di alluminio proviene dal Medio Oriente, quota cresciuta negli ultimi anni dopo il ridimensionamento dei flussi dalla Russia. In un mercato già caratterizzato da disponibilità limitata e da premi elevati sia con dazio pagato sia non pagato, ogni ulteriore attrito logistico si traduce in una pressione quasi automatica sui differenziali.

Secondo S&P Global, il 27 febbraio, il premio duty-paid in magazzino a Rotterdam è stato valutato tra 370 e 395 dollari per tonnellata, con una media a 382,50 dollari, in aumento di 12,50 dollari su base settimanale. Anche il premio duty-unpaid ha registrato un analogo incremento, attestandosi mediamente a 305 dollari per tonnellata. Un segnale chiaro che la tensione si sta scaricando prima sui premi che sulle quotazioni di borsa.

Stati Uniti: il cuscinetto dei dazi, ma solo fino a un certo punto

Negli Stati Uniti i premi del Midwest restano strutturalmente sostenuti per effetto dei dazi all’importazione. Questo meccanismo limita nel breve termine lo spazio per ulteriori rialzi esplosivi, ma non elimina la vulnerabilità del prezzo marginale. Se il Golfo dovesse generare perturbazioni più ampie, anche il mercato statunitense vedrebbe amplificarsi le tensioni sui costi di approvvigionamento.

In sostanza, il sistema tariffario agisce come un cuscinetto parziale, non come una barriera impermeabile.

Asia divisa: pressione su Giappone e Corea, Cina più protetta

In Asia l’impatto appare differenziato. Paesi come Giappone e Corea del Sud potrebbero essere costretti a ribilanciare le forniture verso Canada, India o Africa, con inevitabili ripercussioni sui premi regionali.

La Cina, al contrario, sembra relativamente più isolata dagli shock mediorientali grazie ai solidi legami commerciali con la Russia. Nel 2025 Pechino ha incrementato del 54% su base annua le importazioni di alluminio russo, tra rottame, metallo non lavorato e prodotti finiti, raggiungendo il livello record di 2,3 milioni di tonnellate (dati GTAS). Un canale che attenua l’esposizione diretta al Golfo, pur non immunizzando il paese da un eventuale aumento dei costi energetici globali.

LME mosso dalle “breaking news” e dal sentiment

Per quanto riguarda le quotazioni al London Metal Exchange, il movimento resta fortemente guidato dalle notizie dal Golfo e dal sentiment. Per innescare un rialzo strutturale sarebbe necessaria la prova di una perturbazione duratura dell’offerta fisica.

Va però ricordato che il conflitto si inserisce in un contesto già delicato dove la Cina mantiene un tetto autoimposto alla capacità produttiva di 45,5 milioni di tonnellate e le scorte di alluminio presso le principali borse risultano inferiori alle medie degli ultimi cinque anni. Non è una crisi conclamata, ma è un terreno meno solido di quanto apparisse solo pochi trimestri fa.

Margini sotto pressione: energia e noli

A differenza del petrolio, l’alluminio non è un bersaglio diretto delle tensioni militari. Tuttavia, l’aumento dei prezzi energetici e dei costi di trasporto rischia di comprimere i margini dei produttori a livello globale. Anche in assenza di una vera e propria carenza di metallo, il costo di trasformazione e consegna può salire in modo significativo.

Il quadro complessivo suggerisce quindi uno scenario di premi in aumento, con l’Europa in posizione più vulnerabile, piuttosto che una radicale rivalutazione dell’offerta mondiale. Il baricentro del rischio resta logistico e finanziario. Ma in un mercato con scorte ridotte e capacità vincolate, la linea di confine tra tensione e squilibrio può diventare sottile.

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