Buongiorno,
condivido con te le ultime notizie dalla Borsa LME relative alla scorsa settimana ed alcuni approfondimenti dal mondo dei metalli.
L’ultima settimana di Borsa ha evidenziato il buono stato di salute del listino LME. Le importanti proiezioni rialziste di Rame e Zinco hanno sostenuto il mercato, ma è stato soprattutto lo Stagno a distinguersi, tornando ai livelli di aprile 2022.
I prezzi degli “industriali”, espressi in dollari per tonnellata, sono ormai entrati in un’area di marcate definizioni delle quotazioni con scadenze 3mesi, che vedono come consuetudine l’omogeneità degli indirizzi e che in questa occasione stanno portando i metalli a riacquisire collocazioni rialziste rispetto ai rilevamenti di Borsa delle settimane precedenti.
Il dato che toglie ogni forma di dubbio su quanto appena affermato, è come sempre l’indice LMEX, cresciuto di 2,7 punti percentuali negli ultimi otto giorni e del 24% come progressione generale del comparto in un anno.
Un percorso di incrementi costanti iniziati a partire dalla seconda settimana di aprile.
Il punto di avvio, l’indomani della giravolta da parte della Casa Bianca sui dazi all’importazione di molti prodotti, metalli compresi e ancora oggi non definiti del tutto, in modo particolare per i luoghi di provenienza.
Le conferme in questa settimana sono venute principalmente dalla parte più “capitalizzata” del listino LME, indicata nel trio, Rame, Alluminio e Zinco.
Valutazioni al rialzo per Rame Alluminio e Zinco
Il Rame ha rivisto e superato stabilmente quota 11mila USD 3mesi, l’Alluminio ha varcato, seppure con una certa fatica, la linea dei 2900 e lo Zinco rinforzare la sua propensione positiva, abbondantemente oltre la linea dei 3mila dollari.
Settimana non rilevante per Nichel e Piombo ma Stagno record!
Una settimana non di rilevante importanza ha riguardato le catalogazioni dei prezzi LME di Nichel e Piombo, mentre di assoluta attenzione è stata la progressione al rialzo dello Stagno, che ha superato i 40mila USD 3mesi, riferimento che non si riproponeva più dall’aprile 2022.
Settimana importante per l’aspetto valutario (cambio Euro / Dollaro)
Una settimana che necessariamente dovrà dare indicazioni importanti, oltre che sul piano diretto dei prezzi dei metalli, anche sotto l’aspetto valutario, essendo in programma un’importante riunione della Federal Reserve, che dovrà fornire elementi di chiarezza sulla politica monetaria riferita al dollaro e tendenzialmente “accomodante” per i mercati.
Rame e Zinco euforici!
Gli “stati dell’anima” varieranno da metallo a metallo, dove Rame e Zinco confermeranno i loro ottimi momenti nelle collocazioni rialziste dei rispettivi prezzi USD 3mesi, con il primo che si avvicinerà alla linea dei 12mila e il secondo a mettere in sicurezza quella dei 3100 dollari.
Le Leghe, Ottone e Zama
I conti saranno quindi piuttosto semplici per definire le quotazioni di Ottone e Zama, destinate a correzioni verso l’alto dei loro rispettivi riferimenti.
Alluminio ancora in crescita ma meno entusiasmo
L’Alluminio seppure in crescita, non avrà modo di seguire i flussi positivi degli altri due metalli, tanto da poter già giudicare alquanto deludente la sua settimana di Borsa e soprattutto nelle prime battute.
Nichel finalmente a quota 15.000?
La tanto agognata quota 15mila USD 3mesi potrebbe essere raggiunta nelle prossime sedute LME del Nichel, un appuntamento che il metallo non sta onorando e consecutivamente, da ben tre settimane.
Facile mantenimento di quota 2000 per il Piombo
Il mantenimento della soglia fissata a 2mila dollari non dovrebbe rappresentare un problema di collocazione per la quotazione di Borsa del Piombo, soprattutto in un contesto che si preannuncerà non remissivo nel giudizio d’insieme a livello settimanale degli “industriali”.
Stagno record a 40.000, mai così in alto da aprile 2022!
Lo Stagno, letteralmente corroborato dalla quotazione raggiunta, i 40mila USD 3mesi non li toccava dall’Aprile 2022, cercherà di mantenere questo livello il più a lungo possibile e come visto per gli altri metalli, il presupposto pare essere collocato in ambito positivo.
Indicatori
Gli indici dei metalli chiudono una settimana positiva, consolidando una crescita su base annua che supera il 20% per tutti. Stabilità per il valore medio settimanale dell’EU ETS-CBAM, che resta ai massimi del 2025
UNO SGUARDO ALLA REALTA’ PRODUTTIVA

Alluminio a 3.000 dollari? Ma il rally è a rischio per la maxiofferta in arrivo dall’Indonesia
Il rally dell’alluminio rischia di non durare. L’imminente espansione produttiva dell’Indonesia potrebbe raffreddare i prezzi già entro fine 2026.
JPMorgan prevede che il prezzo dell’alluminio potrebbe avvicinarsi ai 3.000 dollari a tonnellata all’inizio del 2026, favorito dal rafforzamento dei prezzi del rame e da un mercato che, per ora, appare piuttosto teso.
Tuttavia, diversi analisti affermano che le prospettive diventeranno molto meno rosee una volta che nuova offerta indonesiana inizierà ad arrivare e ciò potrebbe avvenire più rapidamente di quanto il mercato si aspetti.
Per anni l’Indonesia ha dichiarato la sua ambizione di diventare un grande produttore di alluminio.
Oggi quelle promesse stanno assumendo contorni concreti. Smelter, raffinerie e progetti minerari stanno avanzando in parallelo, generando un impulso che potrebbe ridisegnare l’intero mercato regionale nei prossimi anni.
Cresce la capacità di allumina e metallo
Due progetti chiave, sostenuti da Bintan Alumina Indonesia e Borneo Alumina Indonesia, stanno proiettando la produzione nazionale di allumina verso la soglia dei sette milioni di tonnellate annue. Sul fronte del metallo, invece, la produzione primaria potrebbe quasi raddoppiare nel 2026, passando dalle attuali 815.000 tonnellate a circa 1,6 milioni.
Il salto arriverà soprattutto nella seconda metà dell’anno, quando entreranno in funzione diverse potlines sostenute da capitali cinesi. Un dettaglio non secondario per i mercati visto che l’arrivo di volumi aggiuntivi potrebbe frenare il rialzo dei prezzi che molti operatori si aspettano nel primo trimestre.
Le stime più accreditate indicano un 2026 che potrebbe chiudersi intorno ai 2.650 dollari per tonnellata, con una media annua di circa 2.800 dollari.
Il ruolo strategico di MIND ID
Il gruppo minerario statale MIND ID è uno dei pilastri di questa trasformazione. Il nuovo smelter di Mempawah, con una capacità prevista di 600.000 tonnellate annue, è tra i più grandi progetti industriali in corso nel Kalimantan Occidentale.
In combinazione con gli impianti già operativi di INALUM, l’Indonesia punta a raggiungere circa 900.000 tonnellate di capacità di fusione legate allo Stato entro il 2029, rafforzando così il controllo nazionale sulla filiera dell’alluminio.
L’avanzata dei privati
Anche gli investitori privati stanno moltiplicando gli sforzi. Adaro Minerals sta costruendo uno smelter alimentato da energie rinnovabili all’interno del gigantesco North Kalimantan Green Industrial Park. Il primo metallo è atteso per la fine del 2025, con una capacità iniziale di 500.000 tonnellate e un obiettivo di lungo periodo che punta fino a 1,5 milioni di tonnellate.
La controllata PT Alamtri Indo Aluminium ha inoltre stanziato circa 300 milioni di dollari per accelerare i lavori, confermando la volontà del gruppo di competere in un segmento destinato a crescere rapidamente.
Raffinerie in espansione
La trasformazione non riguarda soltanto la produzione di metallo. Entro la fine di quest’anno entreranno in funzione tre nuove raffinerie di allumina, cui se ne aggiungeranno altre tre entro il 2027. Si tratta di un potenziamento che moltiplicherà la capacità di raffinazione del paese e rafforzerà l’intera catena del valore.
La raffineria SGAR Phase I di MIND ID, già operativa a 1 milione di tonnellate, consuma ogni anno oltre 3 milioni di tonnellate di bauxite. La seconda fase porterà altri 1-2 milioni di tonnellate di capacità, sostenuta anche dalla miniera di Mempawah.
Una strategia per la domanda interna
Questi investimenti rispondono a una visione industriale di lungo periodo. L’Indonesia prevede un aumento significativo della domanda interna di alluminio, potenzialmente fino a sei volte nei prossimi trent’anni, alimentato da settori come veicoli elettrici, produzione solare e industrie a valle in rapido sviluppo.
Ridurre la dipendenza dalle importazioni è diventato un obiettivo politico centrale e l’espansione della filiera dell’alluminio rappresenta uno dei pilastri di questa strategia.
Con questa ondata di capacità in arrivo, l’Indonesia si appresta a diventare un attore molto più influente nel mercato mondiale dell’alluminio.
I prezzi potrebbero continuare a rafforzarsi all’inizio del 2026, ma l’ingresso di grandi volumi nella seconda parte dell’anno potrebbe cambiare rapidamente il quadro, portando maggiore equilibrio, o pressione, sul mercato globale.
APPROFONDIMENTO

La Cina che non vuole più importare: un problema globale che nessuno sa come risolvere
La crescente spinta della Cina verso l’autosufficienza industriale minaccia di svuotare il commercio globale: Pechino esporta tutto, importa sempre meno e costringe il resto del mondo a scegliere tra maggiore competitività o protezionismo.
La domanda che circola sempre più spesso tra economisti e decisori politici è semplice e inquietante: che cosa vorrà importare la Cina nel futuro?
La risposta che emerge da Pechino è altrettanto chiara, ma tutt’altro che rassicurante.
In un paese che vede l’autosufficienza come garanzia di sicurezza nazionale, quasi nulla sembra destinato a essere acquistato dall’estero, se non temporaneamente e solo in attesa che l’industria domestica colmi l’ultimo tratto di strada tecnologica.
Ad eccezione di alcune materie prime e dei beni più sofisticati — semiconduttori, software avanzati, aeromobili commerciali e macchinari di altissima precisione — la Cina punta a produrre tutto internamente. Non solo per soddisfare la propria domanda, ma anche per esportare. Le ambizioni industriali e tecnologiche del paese sono ormai così avanzate che molte delle importazioni attuali vengono considerate una fase transitoria.
Questa visione si accompagna ad una profonda percezione di vulnerabilità, poiché Pechino ritiene l’uso delle restrizioni all’export da parte di Washington un tentativo di contenerne l’ascesa. Da qui la determinazione a ridurre ogni forma di dipendenza dall’estero.
Un mondo senza scambi commerciali?
Secondo il Financial Times, il punto centrale, tuttavia, non riguarda l’autosufficienza in sé, ma le conseguenze globali di una Cina che non vuole più acquistare beni dall’estero. Se un paese da cui molti dipendono per la crescita industriale smette di importare, come può il resto del mondo continuare a commerciare con esso?
Le economie avanzate — dagli Stati Uniti all’Europa, passando per Giappone e Corea del Sud — hanno bisogno di esportare per sostenere l’occupazione. Se la Cina offre tutto ciò che serve ai propri consumatori e alle proprie imprese e contemporaneamente inonda il mercato globale con le sue esportazioni, l’equilibrio commerciale internazionale diventa insostenibile.
La recente revisione al rialzo, da parte di Goldman Sachs, delle previsioni sul PIL cinese al 2035 lo dimostra con chiarezza. L’aumento delle stime non porterà maggiore domanda globale, ma un’erosione delle quote di mercato altrui, soprattutto europee. La Germania, in particolare, rischia un impatto negativo fino a 0,3 punti di crescita nei prossimi anni.
Le soluzioni possibili e quelle impossibili
La risposta più logica dovrebbe arrivare da Pechino stessa. La Cina potrebbe stimolare i consumi interni, rivalutare la propria valuta, rimuovere gli ostacoli strutturali che limitano la domanda e frenare i sussidi a favore della produzione industriale. Tuttavia, le priorità indicate nelle linee guida del prossimo piano quinquennale mostrano un orientamento opposto: ai primi posti restano manifattura e tecnologia, mentre i consumi compaiono solo in terza posizione.
Come evidenzia l’analisi del Financial Times, ciò lascia agli altri paesi solo due strade.
La prima consiste nel diventare più competitivi, riducendo costi e rigidità, favorendo innovazione e produttività. Un percorso che implica riforme profonde e una revisione del ruolo dello stato sociale, non perché indesiderabile, ma perché non sostenibile in un contesto di concorrenza globale così aggressiva.
La seconda strada è quella che molti temono: il ritorno al protezionismo. Se la Cina continuerà a esportare molto e importare poco, le economie avanzate potranno essere costrette a difendere interi settori industriali tramite dazi e barriere.
Un approccio potenzialmente devastante per il sistema commerciale globale e non privo di rischi geopolitici, considerando la probabile reazione di Pechino.
Un equilibrio che si sta spezzando
La verità è che la Cina, perseguendo una strategia mercantilista sempre più rigida, rischia di rendere il commercio globale un gioco a somma zero. Se Pechino comprerà dall’estero soltanto materie prime essenziali e pochi beni di consumo, il resto del mondo sarà costretto a fare altrettanto, riducendo drasticamente la complessità e l’interdipendenza che hanno caratterizzato gli ultimi decenni di globalizzazione.
Il nodo non è politico o ideologico, ma strutturale.
Senza flussi commerciali reciproci, non esiste un mercato globale che possa durare a lungo.
Il tempo per correggere questa rotta si sta rapidamente esaurendo.
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