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condivido con te le ultime notizie dalla Borsa LME relative alla scorsa settimana ed alcuni approfondimenti dal mondo dei metalli.

Il listino degli “industriali” evidenzia una marcata frammentazione, con i singoli metalli che si muovono in ordine sparso seguendo traiettorie contrastanti.

Il listino degli “industriali” sul finire della settimana ha messo in evidenza un aspetto che non si era mai presentato in una forma così nitida.

L’importante crescita di valore del Rame, avvenuta nel corso dell’ultima seduta e non seguita dal resto degli altri metalli, a esclusione dello Stagno, apre a nuove interpretazioni su come approcciare la Borsa non più come una struttura fatta di elementi omogenei, ma di singoli contesti isolati tra loro.

La crescita del Rame del 4% negli ultimi otto giorni ha avuto come sua opposta situazione il decremento del Nichel di oltre 2 punti percentuali e senza mettere in secondo piano la perentoria ripresa dello Stagno, che ha riportato la crescita dell’8% in riferimento alla quotazione dollari 3mesi.

I pesi di assegnazione per ogni singolo metallo nella determinazione dell’indice LMEX hanno fornito un valore settimanale positivo del 3% e questo in considerazione di una situazione di relativa stabilità dei prezzi degli altri elementi del listino di Borsa.

Fiammata rialzista per il Rame

La fiammata rialzista del Rame, avvenuta nel corso della seduta dell’8 maggio, in piena fase di rimodulazione ribassista del suo prezzo USD 3mesi, avrà bisogno di un tempo relativamente lungo per spegnersi, sebbene il metallo si sia già messo alle spalle il punto di massimo relativo per questo frangente.

Zinco stabile sui suoi valori massimi del periodo

Lo Zinco si manterrà al di sopra della linea di 3400 dollari, senza comunque avere velleità di ulteriori rialzi della sua quotazione, anche in considerazione del fatto che il suo momento di massima espansione di valore al LME ha avuto luogo proprio in concomitanza con la fase di correzione positiva del Rame.

Le Leghe, Ottone e Zama

Un atteggiamento diffuso di prudenza nell’adeguamento dei valori delle leghe potrebbe accompagnare i produttori a limitare gli effetti dei momentanei riposizionamenti al rialzo di Rame e Zinco. La pratica per la Zama si tradurrà in una conferma dei valori medi di prezzo attualmente elaborati, mentre per l’Ottone i produttori, soprattutto nel comparto barra, potrebbero dare sostegno alla fase di ripresa del “metallo rosso” aggiungendo qualche decina di euro per tonnellata alle quotazioni già in essere.

Alluminio tiene quota 3.500 USD 3mesi

L’Alluminio sta trovando una certa familiarità a collocarsi nella fascia di prezzo nei pressi della linea di 3500 dollari 3mesi e questa situazione, oltre a fornire un’indicazione di stabilità della quotazione di Borsa, sancirà di buon grado la fine di eventuali ulteriori criticità per il metallo da collegare alla crisi di Hormuz.

Caduta verticale per il Nichel

La caduta verticale della quotazione del Nichel sta evidenziando i limiti recenti di una progressione che aveva portato il metallo ai nuovi massimi, credendo che fossero i parametri relazionali su cui puntare. La sequenza di ribassi ha invece posto il Nichel verso una collocazione meno ambiziosa, dove la nuova soglia di massimo si collocherà non oltre i 19mila dollari 3mesi.

Piombo in equilibrio tra domanda e offerta

La ripresa dell’attività produttiva a pieno ritmo in Cina ha avuto nel Piombo il giusto effetto nel confermare che l’attuale quotazione di Borsa risulta essere la corretta sintesi tra le componenti domanda e offerta.

Stagno ancora oltre 50.000 dollari

Nella consapevolezza di assistere a una nuova proiezione oltre le proprie potenzialità da parte della quotazione LME dello Stagno, gli utilizzatori non hanno potuto che prendere atto di questo nuovo riposizionamento e che mancava dallo scorso febbraio. Il ridimensionamento della quotazione 3mesi è già in atto, ma i tempi saranno piuttosto lunghi per rivedere lo Stagno sotto i 50mila dollari.

Il deficit di alluminio primario accelera la guerra globale del rottame

Il mercato europeo dell’alluminio è in tensione strutturale, tra deficit di primario, corsa globale al rottame e fragilità energetiche. L’Europa è sempre più esposta alle dinamiche di drenaggio internazionale e alle distorsioni geopolitiche.

Nel mercato globale dell’alluminio, l’Europa si muove sempre più come uno spettatore, più che come un protagonista.

I flussi di rottame e metallo primario non seguono più logiche lineari, ma una rete di attrazioni concorrenti dove il prezzo decide più della geografia. È la fotografia che emerge dallo scenario recentemente tracciato dallo European Aluminium, che evidenzia come la materia prima sia ormai diventato un terreno di competizione globale.

Quest’anno si è molto parlato del Golfo Persico, che rappresenta circa il 9% della produzione mondiale di alluminio primario, ma supera il 20% dell’offerta globale se escludiamo la Cina. Per questo tutta la regione è un perno decisivo negli scambi internazionali.

Nel 2025 ha fornito circa 1,2 milioni di tonnellate di pani d’alluminio all’Unione Europea, pari al 19% delle importazioni esterne, mentre gli USA hanno assorbito circa il 20% del proprio fabbisogno dalla stessa regione.

Il nodo del primario e la fame di rottame

È noto che il sistema mondiale dell’alluminio si incrina quando la produzione primaria entra in tensione, proprio come sta accadendo in questo periodo. Secondo European Aluminium, il mercato globale potrebbe registrare quest’anno un deficit tra 1 e 2 milioni di tonnellate di alluminio primario, una carenza che si riflette immediatamente sulla domanda di rottame.

Paesi come Turchia e Giappone stanno già aumentando la loro dipendenza dal riciclo, mentre la competizione si è ormai fatta globale, con il rottame che è diventato la nuova frontiera strategica dell’alluminio.

La conseguenza è un’accelerazione dei prezzi e una pressione crescente sulle aree esportatrici, in particolare l’Europa, che storicamente è sia produttore sia esportatore netto.

Prezzi, distorsioni e geopolitica del metallo leggero

Le tensioni di mercato si leggono chiaramente nei numeri. Il macinato (rottame automobilistico) vale oggi in Europa circa 2.300 euro per tonnellata (dati Platts), con un aumento di 500 euro per tonnellata, pari al 28%, dall’inizio del 2026. Squilibri produttivi e restrizioni geopolitiche hanno ristretto la disponibilità di rottame, mentre il conflitto in Medio Oriente sta accelerando tutte queste tendenze.

Nel frattempo, l’India importa circa 2 milioni di tonnellate di rottame, di cui 415.700 tonnellate dal Golfo Persico (20%). Se questi flussi si riducessero, la pressione si sposterebbe direttamente sull’Europa come bacino alternativo e non protetto di approvvigionamento.

Europa tra export, import e rischio di drenaggio

Il paradosso europeo è ormai evidente a tutti visto che nel 2025 la EU ha esportato circa 1,3 milioni di tonnellate di rottame e ne ha importate 652.000. Un equilibrio fragile che espone il continente a un drenaggio costante di materia prima riciclabile.

Il rischio è concreto perché fino a 40.000 tonnellate annue di importazioni di rottame dal Golfo Persico potrebbero essere compromesse, mentre i flussi globali tendono a spostarsi verso chi paga di più.

In parallelo, circa un quarto dei produttori europei aveva già ridotto capacità di riciclo nel 2025, mentre impianti in Germania, Olanda e Italia sono stati chiusi o sono falliti negli anni precedenti. La conseguenza è una fragilità industriale che non nasce oggi, ma si è accumulata nel tempo, tra costi energetici e competizione globale distorta.

Investimenti, energia e il tentativo di riequilibrio

Nel caso dell’Europa, la tanto decantata transizione verde ha sempre avuto il limite dei costi. I forni europei dipendono in larga parte dal gas naturale e i prezzi dell’energia sono aumentati del 25–30% da inizio marzo, arrivando a 40–45 euro per MWh a metà aprile. Usare rottami è competitivo solo sulla carta, ma in realtà dipende dai margini reali.

Tra il 2024 e il 2028 sono previsti nuovi impianti di riciclo per circa 1 milione di tonnellate di capacità aggiuntiva. Nel 2025 la produzione da riciclo nella EU ha raggiunto 4,4 milioni di tonnellate contro 1,2 milioni di primario.

In questo contesto, Bruxelles sta valutando restrizioni all’export di rottame per ridurre le perdite di materiale strategico, con una decisione attesa entro il secondo trimestre 2026. È un tentativo di chiudere il circuito, ma anche il segnale che il libero mercato non è più tale.

I grandi fondi d’investimento abbandonano il tech e scommettono sui metalli

BlackRock, Fidelity e Regal Partners parlano di super-ciclo dei metalli. Tutto quello che c’è da sapere sulla grande scommessa sui metalli industriali.

Quando i grandi gestori dei fondi d’investimento parlano di super-ciclo, di solito conviene aspettare qualche trimestre prima di crederci.

Stavolta, però, i numeri raccontano una storia difficile da ignorare: gli asset negli ETF del settore minerario hanno superato 87,4 miliardi di dollari al 31 marzo, più che raddoppiando rispetto ai 37 miliardi di un anno prima. E la velocità con cui il denaro si è spostato lascia pochi margini al dubbio interpretativo.

Nel solo primo trimestre del 2026, gli investitori hanno immesso 8,24 miliardi di dollari nel comparto minerario. La cifra colpisce ancora di più se la si confronta con i primi tre mesi del 2025, quando i dazi annunciati dal presidente Donald Trump avevano prodotto deflussi per 2,52 miliardi.

Dal tech ai metalli: perché adesso?

BlackRock, il più grande gestore di fondi d’investimento del mondo, parla apertamente di fasi iniziali di un super-ciclo delle materie prime, identificando nella rotazione dal tech ad alto valore ai cosiddetti hard assets il motore principale del movimento.

In effetti, l’indice tecnologico Morningstar U.S. Technology Index ha perso il 9% nel primo trimestre, mentre le azioni di BHP e Rio Tinto, i due colossi globali del settore minerario, hanno toccato massimi storici nello stesso periodo.

Il punto centrale, secondo gli esperti di BlackRock, è che l’intensità materiale del PIL sta aumentando grazie alle infrastrutture di rete, ai data center, ai veicoli elettrici e alle stazioni di ricarica. Tutto questo richiede rame, alluminio, acciaio, terre rare.

E a differenza del boom trainato dall’urbanizzazione cinese degli anni Duemila, la domanda attuale è geograficamente distribuita tra Intelligenza Artificiale, elettrificazione e spesa per la difesa, tre driver che si rafforzano a vicenda anziché dipendere da un’unica variabile.

Secondo Fidelity, il super-ciclo nel mining e nell’energia è già arrivato, accelerato dalla guerra in Iran e dalla nuova priorità alla sicurezza delle forniture.

I grandi investitori stanno uscendo da aziende software vulnerabili alla disruption dell’AI per rifugiarsi in realtà con vantaggi competitivi più duraturi, come i produttori di minerali critici. Un altro gestore di fondo come Harding Loevner ritiene che Rio Tinto, con le sue attività di rame e alluminio, si trovi all’intersezione di tutto, con una domanda proveniente da data center, applicazioni industriali, infrastrutture militari.

Oro da parte, rame al centro

Interessante notare come nel mezzo dell’attuale crisi geopolitica, l’oro abbia perso terreno. Per esempio, secondo Reuters, il VanEck Gold Miners ETF ha ceduto 710 milioni di dollari nel solo mese di marzo, pur rimanendo in positivo di quasi un miliardo da inizio anno. Il rame, invece, ha attirato 198 milioni nel mese.

I mercati non stanno cercando un rifugio, ma stanno scommettendo su una risposta concreta dell’economia reale. La crisi con l’Iran non viene interpretata come uno shock da cui difendersi con l’oro, ma come un catalizzatore di investimenti in sicurezza energetica e infrastrutture fisiche, che richiedono appunto rame, acciaio, terre rare.

I flussi in entrata su fondi petroliferi e gas, quasi sei miliardi netti nel primo trimestre secondo i dati della società di ricerca ETFGI, rafforzano questa tesi. Si punta su chi estrae, trasforma e distribuisce energia e metalli, non su chi ne protegge il valore nominale.

Per Regal Partners, il rame è all’intersezione di tutto ed è criticamente sottoapprovvigionato. I prezzi potrebbero raddoppiare o triplicare nel prossimo decennio.

Mercati piccoli, oscillazioni grandi

In tutto questo va considerato che i mercati dei metalli sono piccoli, molto piccoli rispetto agli standard della finanza globale. I volumi di futures su metalli come rame e alluminio al London Metal Exchange hanno raggiunto 21 trilioni di dollari l’anno scorso; quelli sull’oro al CME hanno superato i 25 trilioni.

Cifre ragguardevoli, ma del tutto inferiori agli 85 trilioni del Nasdaq-100 o ai 135 trilioni dell’S&P 500. Naturalmente, quando i grandi capitali si riversano in mercati ristretti, la volatilità si amplifica.

Anche il comparto minerario e dei metalli rimane anche una fetta minuscola dell’azionario globale visto che le prime cinque società minerarie rappresentano appena lo 0,4% dell’indice MSCI ACWI, contro il 16,8% delle prime cinque aziende tecnologiche. Metals e mining pesano lo 0,57% del mercato totale degli ETF azionari.

Questo significa che una rotazione anche parziale dai grandi indici tech può muovere il settore in modo sproporzionato, sia in salita che in discesa, come dimostra la brusca inversione di flussi tra i due primi trimestri a confronto.

C’è infine un’ironia strutturale che pochi amano sottolineare e cioè che i capitali investiti nel settore potrebbero diventare benzina per l’inflazione. L’afflusso di capitali accelera i prezzi dei metalli, che alimentano i costi energetici e industriali, in un contesto già sotto pressione per l’impatto della crisi iraniana sui mercati energetici.

Un circolo vizioso che la narrativa del super-ciclo tende a lasciar fuori dall’inquadratura.

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