Buongiorno,
condivido con te le ultime notizie dalla Borsa LME relative alla scorsa settimana ed alcuni approfondimenti dal mondo dei metalli.
Questa settimana si apre con un’aspettativa rialzista per gli “industriali”, con l’obiettivo di riportare il listino ai livelli di due settimane fa.
Il fare “di necessità virtù” è la sintesi che meglio si addice per giudicare quello che è avvenuto nell’ultima ottava al LME. I prezzi USD 3mesi dei metalli hanno beneficiato di una sorta di libera uscita da parte del mercato e così facendo hanno potuto esprimere liberamente le loro desiderate d’indirizzo.
In questo modo si è semplificato e non di poco, il lavoro degli operatori di Borsa e utilizzatori nell’intravvedere gli sviluppi dei prezzi nel breve termine.
Il solo dato riferito all’indice LMEX, in discesa di un punto percentuale nell’ultima settimana, non è in grado di rappresentare la reale portata dei movimenti di prezzo che hanno avuto gli “industriali” nel periodo.
Le ovvietà non sono mancate, come la decisione abbondantemente attesa della riduzione dello 0,25% dei tassi da parte della Federal Reserve, ma che ha comunque contribuito allo stato di difficile indicazione univoca del listino LME.
Una settimana di studio, la scorsa, che avrà in questa delle manifestazioni rilevanti nelle tendenze di tutti i metalli.
Rame a quota 10.000 come “residenza” abituale
Il Rame tornerà ad accendere la quinta cifra sui display della quotazione USD 3mesi, fornendo così ai mercati segnali discretamente chiari che quota 10mila sarà la residenza abituale della sua quotazione per un periodo piuttosto lungo, seppure anche la scorsa settimana non abbia dato segnali di inversioni repentine del suo valore in dollari.
Ipotesi molteplici sullo Zinco
La “backwardation” riferita allo Zinco continua a persistere e a crescere d’intensità, ma quello che fa riflettere è la contemporanea riduzione vista sul valore dollari 3mesi che in buona sostanza ha come neutralizzato le velleità rialziste attese su questo metallo solo otto giorni fa. Le ipotesi sono molteplici sullo Zinco, dall’avvio di una fase di volatilità dove il segno più sarà preponderante, a una ritrovata situazione di equilibrio tra domanda e offerta, governata dalle necessità di utilizzo diretto del metallo, escludendo coinvolgimenti da parte del comparto speculativo.
Le Leghe, Ottone e Zama
Le leghe aiuteranno Rame e Zinco a verificare le reali potenzialità di sviluppo dei loro prezzi al LME e dove la Zama nel suo più lineare assetto di definizione della quotazione di mercato metterà in evidenza il buon momento del suo metallo di riferimento, nonostante la flessione registrata nelle ultime sedute di Borsa.
Le cose saranno più complicate per l’Ottone e soprattutto per le incertezze dei produttori di questa lega e in particolare della barra, nel non aver trasmesso agli utilizzatori il reale stato della sua quotazione, vista la tenuta del Rame. Il “rosso”, pronto a stabilizzarsi oltre quota 10mila USD 3mesi, porterà a un adeguamento esigente del prezzo base della barra di ottone e questo per non aver provveduto la scorsa settimana a ripetuti aumenti frazionali del suo riferimento di mercato.
Alluminio, improbabile a breve il superamento di soglia 2700 USD/3 mesi
La parentesi della ricomparsa del prezzo dollari 3mesi al di sotto di quota 2700, si chiuderà per l’Alluminio nel corso della settimana, seppure l’operazione richiederà quasi il tempo dell’ottava e a riprova che, pur essendo questa la collocazione di prezzo più adeguata, saranno improbabili degli allunghi oltre tale soglia.
Il Nichel ha perso lo smalto dei giorni migliori
L’obiettivo del raggiungimento dei 15500 USD 3mesi resta sempre alla portata del Nichel, ma nelle ultime sedute della scorsa settimana la sensazione è stata quella di un metallo abbia perso lo smalto dei giorni migliori.
Il Piombo regge quota 2000
Il Piombo regge e sfrutta il momento interlocutorio del listino LME, riportandosi oltre quota 2000 dollari 3mesi, seppure in molti trovano eccessivo questo posizionamento di prezzo per un metallo che piace sempre meno a livello ambientale, ma indispensabile per la realizzazione di molti prodotti.
Stagno sensibile ai cambi tra domanda e offerta
La forza dello Stagno è quella di essere il metallo più “sottile” in termini di sottostante e come tale, estremamente sensibile ai cambi di peso delle componenti domanda e offerta che gli ruotano intorno e dove il varco al di sotto di quota 34mila USD 3mesi non è certo la sua collocazione più gradita.
UNO SGUARDO ALLA REALTA’ PRODUTTIVA

Addio all’abbondanza di alluminio: si apre la stagione del deficit
Dopo decenni di surplus, il mercato dell’alluminio si avvia verso una crisi di segno opposto: scarsità strutturale di metallo.
Per decenni il mercato dell’alluminio è stato sinonimo di abbondanza.
Le scorte elevate hanno alimentato operazioni speculative e reso difficile immaginare un vero scenario di scarsità. Oggi, però, la situazione sta cambiando e gli analisti parlano di un futuro segnato da deficit strutturali e prezzi destinati a salire.
Nel tempo non sono mancati episodi di tensione sul contratto dell’alluminio al London Metal Exchange (LME). Ma si è trattato di scontri tra banche e trader sul controllo delle scorte, più che di mancanza reale di metallo. Il cosiddetto “stocks financing trade” si è sempre basato sulla disponibilità di grandi surplus, utilizzati come pedina nei giochi di magazzino. Oggi, però, quella base di abbondanza non è più scontata.
Citi avverte: deficit come non si vedeva da 20 anni
Secondo Citi, il mercato sta “camminando nel sonno” verso i più grandi deficit degli ultimi due decenni. Per evitare una vera carenza, il prezzo dovrebbe stabilizzarsi ben oltre i 3.000 dollari per tonnellata, rispetto agli attuali 2.700. La domanda è quindi inevitabile: come può un settore storicamente in eccesso ritrovarsi di fronte a un imminente squilibrio?
La risposta arriva da Pechino. In vent’anni la produzione cinese di alluminio primario è esplosa da 4 a 43 milioni di tonnellate, pari al 60% dell’offerta mondiale. Questo boom ha inondato i mercati internazionali con semilavorati, culminati l’anno scorso in esportazioni record di 6,7 milioni di tonnellate.
Ma il governo ha fissato un limite massimo di 45 milioni di tonnellate annue, ormai quasi raggiunto. Senza un allentamento di questo tetto, la crescita produttiva della Cina è destinata a fermarsi. Non a caso, le esportazioni di prodotti trasformati sono già calate del 9% nei primi sette mesi dell’anno, mentre le importazioni di metallo primario sono aumentate dell’11%.
Il nodo russo e lo svuotamento delle scorte
Le sanzioni hanno escluso l’alluminio russo prodotto dopo aprile 2024 dalle consegne al LME. Una quota crescente di queste forniture è stata dirottata verso la Cina, privando l’Exchange di una delle sue principali fonti di liquidità fisica.
Il risultato è visibile: le scorte totali del LME, comprese quelle off-warrant, sono scese da oltre un milione di tonnellate a poco più di 700.000. Quattro anni fa erano più di tre milioni. Anche se tra giugno e agosto sono stati registrati 156.000 tonnellate di nuovi warrant, si è trattato in realtà di metallo riciclato dal sistema interno, non di vere nuove immissioni.
Gli annullamenti recenti di quasi 100.000 tonnellate confermano che i giochi di scorte proseguono, ma con un bacino di liquidità molto più piccolo.
Il combinato di freno cinese e calo delle scorte ha spinto gli analisti a guardare con attenzione a nuovi poli produttivi. L’unica vera speranza sembra essere l’Indonesia, dove le aziende cinesi stanno investendo in fonderie come parte di una strategia di delocalizzazione.
Sulla carta, i progetti potrebbero aggiungere fino a 7 milioni di tonnellate di capacità entro fine decennio. Ma in pratica, la mancanza di energia disponibile e i costi elevati rendono probabile un risultato molto più modesto: appena 2,3 milioni di tonnellate l’anno entro il 2030, secondo le stime di Citi.
La crisi che verrà: troppa domanda, poco metallo
La prospettiva sembra essere quella di una domanda globale di alluminio che continuerà a crescere, sospinta soprattutto dai settori legati alla transizione energetica, come auto elettriche e pannelli solari. L’offerta, invece, rischia di restare indietro.
Non si tratterà più di crisi da sovrapproduzione, come negli anni ’90 con il crollo dell’URSS o negli anni 2000 con l’eccesso cinese. La prossima crisi dell’alluminio sarà di natura opposta: mancherà metallo per soddisfare i consumi.
E questa volta, il mercato dovrà abituarsi a prezzi più alti, forse stabilmente sopra i 3.000 dollari a tonnellata.
APPROFONDIMENTO

L’Intelligenza Artificiale rischia di prosciugare il rame mondiale
La corsa ai data center per l’Intelligenza Artificiale sta moltiplicando la domanda di rame. Rischiamo un deficit globale di 6 milioni di tonnellate entro il 2035.
La corsa globale alla costruzione di data center per l’Intelligenza Artificiale (AI) potrebbe trasformarsi in una miccia per il mercato del rame, già sotto pressione. Secondo un nuovo rapporto di BloombergNEF, entro il 2035 il deficit di offerta potrebbe raggiungere i 6 milioni di tonnellate, spingendo i prezzi a livelli record.
Gli analisti stimano che la richiesta di rame da parte del settore AI si attesterà in media intorno alle 400.000 tonnellate l’anno per il prossimo decennio, con un picco di 572.000 tonnellate previsto nel 2028. In totale, entro il 2035 i data center potrebbero accumulare un fabbisogno superiore a 4,3 milioni di tonnellate.
A questa impennata si aggiunge la crescita della domanda da comparti strategici come la trasmissione elettrica e l’energia eolica, dove il consumo di rame è destinato quasi a raddoppiare nello stesso periodo. Il problema è che la produzione globale, oggi stimata in 29 milioni di tonnellate, resterà ben lontana dalle 35 milioni necessarie per soddisfare la domanda complessiva.
Perché i data center “divorano” rame
Paradossalmente, mentre i fondamentali puntano a un mercato sempre più teso, il prezzo del rame è in calo. A fine luglio, un crollo del 20% in seguito all’annuncio di dazi da parte del presidente statunitense Donald Trump ha trascinato le quotazioni a 4,49 dollari per libbra (9.900 dollari per tonnellata).
Tuttavia, secondo BNEF, il quadro cambierà rapidamente: i prezzi potrebbero toccare i 13.500 dollari per tonnellata già nel 2028, quando il divario tra domanda e offerta sarà più marcato.
In un singolo progetto di data center, il rame può rappresentare fino al 6% della spesa in conto capitale. È insostituibile sia per la sua conduttività elettrica, che ottimizza il trasferimento di energia, sia per la sua conduttività termica, essenziale nei sistemi di raffreddamento ad alte prestazioni per i server. Inoltre, la duttilità del metallo lo rende ideale per componenti compatti come connettori e barre conduttrici.
Un settore in piena espansione
L’elenco delle applicazioni è lungo: cavi di alimentazione, busbar, connettori elettrici, scambiatori e dissipatori di calore, fino alle prese di distribuzione elettrica. Basti pensare che il solo data center da 500 milioni di dollari di Microsoft a Chicago ha richiesto oltre 2.100 tonnellate di rame per essere completato.
Le prospettive di crescita della capacità infrastrutturale sono impressionanti. Solo in Nord America, il valore del mercato dei data center passerà dai 33 miliardi di dollari del 2020 ai 70 miliardi nel 2030, fino a 185 miliardi nel 2040.
Un’espansione che, senza adeguati investimenti nelle miniere e nelle filiere produttive, rischia di rendere il rame una risorsa sempre più scarsa e costosa, con effetti a catena su tecnologia, energia e industria globale.
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