Buongiorno,
condivido con te le ultime notizie dalla Borsa LME relative alla scorsa settimana ed alcuni approfondimenti dal mondo dei metalli.
Il listino LME registra segnali diffusi di ripresa dei prezzi, confermando la fine della fase dei minimi relativi.
Una nuova fase si sta aprendo al LME, dove il susseguirsi dei cambiamenti di scenari riguardanti le entità dei listini giornalieri degli “industriali” sono ormai oltre misura fastidiosi.
Se otto giorni fa si parlava di una fase abbastanza accomodante delle quotazioni USD 3mesi dei metalli, l’inizio di questa nuova settimana potrebbe rappresentare il momento finale di una contestualità moderatamente ribassista, alla volta di un non meglio individuabile insieme d’indicazioni di valori più penalizzanti per gli utilizzatori.
La conferma che qualcosa sta innegabilmente mutando giunge dalla nuova rimodulazione verso l’alto dell’indice LMEX, il cui incremento frazionale di 64 unità ha corretto di un punto percentuale la sua collocazione precedente.
Un cambio di passo importante, sebbene non tutti gli “industriali” siano stati in grado di collocarsi nell’area positiva d’indirizzo stabilita dal dato statistico d’insieme.
L’Alluminio è risultato il metallo peggiore al LME, chiudendo la settimana in flessione di oltre l’1.5%, e il suo livello di prezzo USD 3mesi ritornare a quello di metà febbraio.
All’opposto il Rame, principale artefice e “contributore” della ripresa del listino di Borsa, registrando il 2% di progressione nel corso della settimana appena conclusa.
Sulla base degli ultimi rilevamenti, il listino degli “industriali” verrà di conseguenza ridefinito per ciascun metallo individuando le soglie massime o minime in cui incorreranno le nuove serie di quotazioni.
Rame effetto traino del listino
Il Rame confermerà le buone sensazioni che ha messo in evidenza nel corso di tutta la scorsa settimana al LME, diventando in aggiunta il vero effetto traino per l’intero listino degli “industriali”.
Zinco vicino ai massimi
L’avvicinamento alle linee di massimo che lo Zinco aveva tracciato tra le sedute del 6 e 8 ottobre, costituiscono per il metallo una conferma del trend positivo della sua quotazione 3mesi e quindi nell’immediato una nuova indicazione di tendenza a confermare il superamento di quota 3800 USD in questo avvio di settimana.
Le Leghe, Ottone e Zama
Gli ambiti positivi di Rame e Zinco porteranno alle inevitabili correzioni rialziste delle leghe di riferimento. L’Ottone metterà in revisione la correzione verso il basso evidenziata venerdì 9 ottobre, riprendendo la corsa rialzista fatta vedere nella prima parte della settimana appena conclusa, mentre la Zama avrà una progressione generata dalla reale crescita dello Zinco e non solo più basata sulle alchimie dei valori medi delle ultime quattro settimane.
Alluminio invece vicino ai minimi
Il tempo di recupero per rivedere l’Alluminio ai livelli di prezzo di qualche settimana fa, risulterà più lungo del previsto. Il motivo è rappresentato da una collocazione ancora piuttosto radicata della quotazione USD 3mesi nell’area di minimo del grafico, ipotizzando comunque nella prima parte di settimana la quotazione oltre la linea di 3080 dollari.
Nichel tra i più performanti
Le prerogative ci saranno tutte per considerare il Nichel, al termine dell’ottava in corso, come uno dei metalli più performanti del lotto LME, azzardando un allungo della sua quotazione 3mesi a ridosso di quota 16mila dollari.
Il Piombo prova a tornare oltre quota 1900
L’obiettivo più prossimo per il Piombo sarà quello di ricollocarsi oltre la soglia posta a 1900 USD 3mesi e un percorso che sarà raggiungibile senza particolari complicazioni.
Stagno in crescita ma controllata
Lo Stagno aprirà la sua ottava presentando nitidamente due elementi. Il primo riguarda il minimo relativo della settimana scorsa, ormai alle spalle e il secondo, che la crescita dello Stagno non seguirà un andamento rialzista fatto di picchi difficilmente gestibili.
UNO SGUARDO ALLA REALTA’ PRODUTTIVA 1

Alluminio in discesa: il mercato ridimensiona la paura della scarsità
L’alluminio arretra, mentre si riduce il premio per il rischio approvvigionamento. Dollaro, tassi e domanda deludente stanno cambiando le aspettative sul futuro prossimo dei prezzi.
Le scorte di metallo restano limitate, ma l’alluminio scende.
Per chi compra metallo e deve garantirsi le consegne fisiche, la disponibilità immediata è ancora un problema, ma per chi fa trading sul LME la domanda che circola nelle trading room è: “Quanto della scarsità temuta nei mesi precedenti si materializzerà davvero? “.
La correzione delle quotazioni dell’alluminio tra fine settembre e inizio ottobre nasce soprattutto da questo riprezzamento, accompagnato da un dollaro forte, tassi elevati e consumi meno convincenti del previsto.
Il prezzo a pronti è passato da 3.248 dollari a tonnellata il 28 settembre a 3.204 dollari il 30 settembre. Sono 44,5 dollari in meno, circa l’1,37%: una prima ritirata dopo che le quotazioni avevano superato i 3.300 dollari. Poi il movimento ha accelerato e il 1° ottobre l’alluminio ha perso 84 dollari, il 2,62%, e ha chiuso a 3.120 dollari a tonnellata. Il 9 ottobre scende ancora, a 3.041 dollari. Il bilancio complessivo dal 28 settembre al 9 ottobre supera i 205 dollari di ribasso.
La coincidenza con la Festa Nazionale cinese contribuisce alla cautela degli acquirenti in Cina. Prima della pausa, gli acquisti sul mercato interno rallentano e gli operatori cominciano a chiedersi se l’alta stagione dei consumi sarà in linea con le attese. Intanto, sul mercato finanziario, le ragioni dei rialzisti sembrano sempre meno convincenti.
Il rischio nel Golfo pesa meno, il dollaro pesare di più
L’aumento dei prezzi degli ultimi mesi aveva incorporato le preoccupazioni per il Medio Oriente. La regione del Golfo è un polo importante della produzione e delle esportazioni di alluminio primario e i trasporti attraverso lo Stretto di Hormuz, la disponibilità energetica e la continuità delle fonderie erano diventati elementi centrali nella valutazione del rischio.
Ma il recupero graduale di alcuni poli produttivi e logistici ha ridimensionato il timore di interruzioni gravi e il mercato ha cominciato a dar loro un peso diverso. Prima gli operatori cercavano di valutare quali forniture potessero fermarsi, ora guardano a quanto rapidamente possano tornare disponibili.
A favorire le vendite è intervenuto anche il contesto finanziario.
Tra fine settembre e inizio ottobre, rendimenti elevati dei titoli del Tesoro statunitensi a lungo termine e un dollaro forte hanno penalizzato le materie prime quotate nella valuta americana. I tassi elevati, inoltre, frenano le aspettative sulla produzione e sulla domanda finale. L’alluminio si trova così esposto su entrambi i fronti, con meno ottimismo tra gli operatori finanziari e acquisti industriali insufficienti a sostenere prezzi alti.
La domanda cinese delude, ma non spiega tutto
Il picco stagionale di settembre-ottobre in Cina non ha prodotto il miglioramento atteso. Gli utilizzatori hanno privilegiato acquisti legati alle necessità immediate, evitando di accumulare metallo costoso. L’alta stagione cinese non si è tradotta in consumi effettivi.
Fuori dalla Cina, neppure la domanda fisica sembra offrire un sostegno adeguato a prezzi elevati. Anche i mercati dei rottami e dell’alluminio secondario non mostrano uno slancio capace di rilanciare le quotazioni. Il metallo disponibile resta relativamente poco, ma gli acquirenti non sembrano disposti a pagare qualsiasi prezzo.
Più produzione possibile, ma conta anche dove arriva
I prezzi alti hanno migliorato le condizioni economiche per alcune fonderie che avevano ridotto l’attività a causa dei costi energetici o della scarsa redditività. La possibilità di riavviarle entra ora nei calcoli degli operatori, insieme ai nuovi progetti in Asia, Medio Oriente e Asia centrale.
L’Indonesia occupa un posto importante in queste aspettative. Gli investimenti nella produzione di allumina e alluminio, affiancati dalle infrastrutture energetiche, possono modificare nel tempo l’approvvigionamento asiatico.
Un’altra variabile riguarda i semilavorati cinesi. Se la trasformazione mantiene livelli produttivi elevati mentre i consumi interni recuperano troppo lentamente, una quota maggiore di prodotti potrebbe cercare sbocco all’estero. La convenienza dipenderà dai prezzi, dai premi regionali e dai margini ottenibili con le esportazioni.
Per gli operatori di Europa e Nord America, quindi, non basta seguire la produzione mondiale. Occorre capire quali mercati attireranno il materiale, considerando dazi, energia, rischi logistici e differenze di prezzo. In altre parole, un aumento dell’offerta globale non garantisce automaticamente maggiore disponibilità nelle aree geografiche in cui serve.
Dopo le festività, la verifica passa dagli ordini
L’area dei 3.000 dollari a tonnellata dovrebbe essere un’area di sostegno solida, ma per ricostruire una dinamica rialzista duratura serviranno conferme sostanziali, ben oltre un eventuale indebolimento del dollaro.
La prima conferma riguarda la ripresa degli ordini, degli acquisti a pronti e dell’attività degli utilizzatori cinesi dopo la Festa Nazionale. La seconda è commerciale e cioè quanto materiale cinese raggiungerà i mercati esteri e come cambieranno le rotte regionali. La terza riguarda la produzione, dai recuperi nel Medio Oriente ai riavvii delle fonderie, fino all’effettiva entrata in funzione delle nuove capacità.
Se i consumi accelereranno e l’offerta recupererà più lentamente delle attese, le scorte contenute potranno tornare a sostenere i prezzi. Se invece gli ordini resteranno deboli mentre le forniture aumenteranno, il premio accumulato durante i timori di interruzione potrà ridursi ancora.
Per chi opera nell’alluminio, è importante confrontare la velocità degli acquisti reali con quella delle forniture in arrivo. È su questo scarto, più che sul solo livello dei magazzini di borsa, che si giocherà la tenuta delle quotazioni.
UNO SGUARDO ALLA REALTA’ PRODUTTIVA 2

Alluminio, prezzi tranquilli e scorte ai minimi: la crisi del Golfo non è finita
L’alluminio è tornato poco sopra i 3.000 dollari, ma la crisi del Golfo resta visibile nella filiera con premi elevati, produzione limitata e scorte LME ai minimi.
Quasi 3 milioni di tonnellate di capacità produttiva colpite e, otto mesi dopo, un prezzo tornato al punto di partenza.
L’alluminio a tre mesi sul London Metal Exchange (LME) scambia poco sotto i 3.000 dollari per tonnellata, all’incirca il livello di inizio febbraio, prima che Stati Uniti e Israele lanciassero l’operazione Epic Fury contro l’Iran. Guardando soltanto le quotazioni, sembrerebbe una crisi archiviata, ma per gli operatori del settore la questione è tutt’altro che risolta.
Gli attacchi missilistici iraniani agli impianti del Golfo Persico e il blocco dello stretto di Hormuz hanno sconvolto produzione e trasporti. Il mercato ha però trovato un’ancora di salvezza nelle maggiori quantità di alluminio dall’Indonesia e dalla Cina.
Una soluzione di emergenza che sembra tranquillizzare gli operatori finanziari, ma che non ha per nulla normalizzato le forniture di metallo.
Il soccorso asiatico tiene in piedi il mercato
Secondo l’International Aluminium Institute, tra febbraio e maggio la produzione di alluminio primario del Golfo è diminuita di 2,8 milioni di tonnellate su base annualizzata. A pesare sono stati la fermata forzata dell’impianto di Al-Taweelah, di Emirates Global Aluminium, i danni allo stabilimento di Aluminium Bahrain e le difficoltà logistiche degli altri produttori della regione.
Le riparazioni e il graduale riavvio delle attività hanno permesso qualche recupero. Ad agosto, tuttavia, il ritmo produttivo annualizzato era di 3,5 milioni di tonnellate: ancora 2,6 milioni sotto i livelli precedenti alle ostilità.
La Cina sta contribuendo a fornire ossigeno al mercato. Il dazio del 30% sulle esportazioni ha limitato le vendite all’estero di metallo primario, ma tra gennaio e agosto le esportazioni di leghe sono raddoppiate rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, raggiungendo 349.000 tonnellate. Quelle di piastre, lamiere e nastri sono aumentate di 774.000 tonnellate, fino a 4,46 milioni.
Anche i nuovi impianti indonesiani di proprietà cinese stanno accelerando. A luglio, l’Indonesia ha esportato 114.000 tonnellate di alluminio primario, un record mensile.
E il cambiamento riguarda anche le destinazioni, dal momento che circa metà delle esportazioni dell’anno precedente finiva in Cina, mentre dall’inizio della guerra i carichi si sono distribuiti tra Asia, Europa e persino Stati Uniti.
I premi raccontano quello che le quotazioni nascondono
La maggiore disponibilità asiatica ha fatto scendere i premi fisici dai massimi di giugno. Gli acquirenti giapponesi hanno negoziato per le consegne del quarto trimestre un sovrapprezzo di 255 dollari per tonnellata rispetto alla quotazione LME a pronti, il 35% in meno del trimestre precedente. Anche in una delle aree relativamente meglio rifornite, procurarsi alluminio continua quindi a costare più di prima.
In Europa la pressione è maggiore. Il premio europeo con dazio pagato rilevato dal CME quota 559 dollari per tonnellata, il doppio del livello di fine febbraio. Numeri che evidenziano la distanza tra quotazione finanziaria e condizioni effettive di approvvigionamento.
Gli acquirenti statunitensi pagano ancora di più. Il premio del Midwest raggiunge 2.312 dollari per tonnellata sopra il prezzo a pronti. In questo caso incidono anche i dazi del 50% sulle importazioni imposti dal presidente Donald Trump.
Scorte al minimo, tregua fragile
I premi elevati richiamano nella filiera fisica il metallo disponibile e lasciano sempre meno materiale nei magazzini di borsa. Le scorte registrate sul LME sono scese a 238.625 tonnellate, il minimo di questo secolo. Gran parte del metallo rimasto è di origine russa, una caratteristica che ne riduce l’attrattiva per molti compratori occidentali.
Si sta assottigliando anche la riserva fuori warrant, cioè il metallo non coperto dai titoli di magazzino della borsa. Queste scorte diminuiscono da febbraio e sono arrivate a 73.509 tonnellate: il valore più basso dall’introduzione della relativa rilevazione LME nel 2020.
La tensione tra le diverse scadenze dei contratti si è attenuata rispetto a giugno, quando il prezzo a pronti superava quello a tre mesi di oltre cento dollari per tonnellata. Dopo una fase di lieve contango, con il contratto a termine più caro del metallo immediatamente disponibile, il prezzo a pronti è però tornato a segnare un piccolo premio. Un segnale contenuto, ma coerente con una filiera ancora sotto pressione.
Finché i premi fisici resteranno così alti, anche le scadenze più vicine del mercato londinese potranno continuare a risentirne. L’alluminio ha dimostrato di saper assorbire una perdita produttiva improvvisa e imponente grazie a nuove forniture e rotte commerciali ridisegnate.
Il risultato è un prezzo apparentemente tranquillo, sostenuta però da scorte sempre più esigue e da compratori che pagano ancora caro l’accesso al metallo.
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