Buongiorno,
condivido con te le ultime notizie dalla Borsa LME relative alla scorsa settimana ed alcuni approfondimenti dal mondo dei metalli.
Rame e Stagno volano ai massimi storici guidando il rialzo dei non ferrosi. La frenata dei prezzi di fine settimana non deve trarre in inganno: le previsioni escludono l’avvio di un trend ribassista per gli industriali.
Le recenti collocazioni dei prezzi degli “industriali”, nel caso del Rame e dello Stagno, massime nei valori di sempre e per gli altri metalli segnare delle riproposizioni anche se a distanza di parecchio tempo, hanno avuto come effetto generale quello di aprire nuove aree di collocamento delle rispettive quotazioni LME espresse in dollari 3mesi.
La fase di debolezza dei prezzi avvenuta nel corso dell’ultima seduta della scorsa ottava di Borsa non deve quindi essere considerata come il preludio di una nuova fase di arretramento allargato dell’intero listino.
Il risicato valore di variazione in negativo dello 0,45% dell’indice LMEX su base settimanale rappresenta poca cosa se rapportata alla crescita del 4,3 da inizio gennaio e ancora stabilmente oltre la linea dei 5mila punti.
Le avvisaglie sono quindi sufficientemente forti per assistere a nuovi posizionamenti di valori verso l’alto da parte dei principali metalli dell’assieme LME, dove il Rame fungerà da effetto traino per tutti gli altri “industriali”. Il principale fattore da tenere in considerazione sarà quindi quello riferito alla massa di denaro presente in ciascun ambito di prezzo e della sua quantificazione in relazione alla quotazione del momento per ogni metallo.
L’elevato livello di denaro su ciascuna quotazione LME determinerà una considerevole forma d’instabilità del prezzo e del suo indirizzo verso orientamenti ribassisti, all’opposto, le quotazioni tenderanno ad aumentare.
Rame nuovamente in prossimità del suo record
Il caso del Rame è estremamente importante, sceso in maniera significativa del 4% in riferimento al valore USD 3mesi nel corso della seconda parte della precedente ottava, è ora pronto a riposizionarsi in prossimità della linea del 13mila dollari.
Zinco giù e poi nuovamente in rialzo
La reattività del Rame sarà superiore a quella di molti altri metalli, a partire dallo Zinco, che tarderà a invertire il suo orientamento da ribassista a rialzista di almeno una seduta LME e dal grado di reattività che farà registrare il “metallo rosso”.
Le Leghe, Ottone e Zama
Le condizioni delle quotazioni delle leghe di Ottone e Zama saranno quindi correlate alle velocità in cui si rivaluteranno i prezzi di Rame e Zinco. Il prezzo del “giallo” beneficerà momentaneamente della mancanza di univocità degli orientamenti tra i due metalli in composizione e da alcune aree d’interesse nei termini di convenienza dei prezzi minimi registrati dalla barra tra giovedì 15 e venerdì 16 gennaio.
Il calcolo della valorizzazione del prezzo medio della Zama resterà sostanzialmente invariato è quindi una collocazione di massimo rispetto alle prime settimane lavorative del nuovo anno e a quelle riferite a dicembre.
Alluminio in cerca di stabilizzazione
L’orientamento della quotazione USD 3mesi dell’Alluminio sarà quella di trovarsi in un momento di stabilizzazione nei termini dei fattori domanda e offerta, sebbene la nuova ricomparsa della “backwardation” porterà il suo valore di Borsa a crescere nuovamente e puntando a replicare i massimi relativi registrati nelle prime settimane del 2026.
Nichel in stato di elevata variabilità
L’elevata variabilità del Nichel come quotazione USD 3mesi è sinonimo di un non ben chiaro livello di equilibrio nella definizione effettiva del valore del metallo al LME e comunque adeguato nel trovarlo sotto il tetto dei 18mila dollari.
Piombo in assestamento verso il basso
Il Piombo si collocherà al di sotto dei valori fatti segnare la settimana scorsa, segno che l’attuale livello di prezzo del metallo è frutto di una generale fase di crescita eccessiva del listino LME nel suo complesso.
Stagno che segna il record di sempre e tende a stabilizzarsi verso l’alto
Al termine di alcune sedute decisamente “inopportune” per la determinazione della quotazione dello Stagno, il metallo ha ritrovato un equilibrio più congruo rispetto alle progressioni viste all’inizio della precedente ottava di Borsa. Una soglia che collocandosi a 47mila dollari renderà più attendibile il prezzo dello Stagno, nonostante gli ancora presenti presupposti rialzisti.
UNO SGUARDO ALLA REALTA’ PRODUTTIVA

Prezzi record e offerta fragile: la metamorfosi silenziosa dei mercati dei metalli
Rame, stagno, alluminio e argento stanno diventando metalli strategici, spinti da prezzi record, scarsità di offerta e tensioni geopolitiche.
L’inizio del 2026 sta segnando una svolta profonda per i mercati dei metalli, con un rally che non riguarda più soltanto i tradizionali beni rifugio ma investe l’intero comparto delle materie prime metalliche.
Oro, argento, rame e stagno hanno aggiornato i massimi storici, sostenuti da una combinazione di fattori finanziari, geopolitici e strutturali che sta riscrivendo le gerarchie tra metalli base e metalli strategici.
Dal ciclo finanziario alle tensioni geopolitiche
Il movimento rialzista ha trovato un primo impulso nelle aspettative di un allentamento della politica monetaria statunitense e in un dollaro relativamente debole, che rende le materie prime denominate in valuta americana più accessibili per molti compratori.
A questo si è aggiunto il cosiddetto degradement trade, cioè la crescente diffidenza verso titoli di Stato e valute, alimentata dall’aumento dei livelli di debito, ha spinto gli investitori verso asset reali, in particolare i metalli preziosi.
I numeri raccontano l’eccezionalità del fenomeno: l’oro ha messo a segno un rialzo del 65% nel corso del 2025, mentre l’argento è balzato di quasi il 150%, la miglior performance annuale per entrambi dal 1979. A metà settimana, l’argento ha superato per la prima volta quota 90 dollari l’oncia con un balzo intraday del 5,6%, mentre l’oro ha ritoccato un nuovo record assoluto.
La spinta asiatica e la febbre speculativa
Un ruolo decisivo è arrivato dalla Cina. Il miglioramento del sentiment sui mercati finanziari del paese, accompagnato da dati commerciali che mostrano un boom delle esportazioni e segnali di resilienza dell’attività industriale, ha attirato capitali sui mercati delle materie prime.
Sullo Shanghai Futures Exchange (SHFE), i volumi di scambio sono aumentati sensibilmente dalla fine di dicembre e l’open interest complessivo sui sei principali metalli di base ha raggiunto un massimo storico.
In questo contesto, rame, nichel e litio sono diventati terreno fertile per una nuova frenesia speculativa, sostenuta da fondi e trader con ampia liquidità. Come riportato da Bloomberg, quando è l’oro a muoversi per primo segnala spesso una perdita di fiducia nelle valute fiat e in questo caso molti asset reali appaiono sottovalutati, favorendo un rally per le materie prime industriali.
Offerta sotto pressione e metalli sempre più strategici
Al di là della componente finanziaria, il mercato sta iniziando a prezzare problemi strutturali sul lato dell’offerta. Le miniere e le fonderie globali faticano a tenere il passo con la domanda: il rame ha subito nel 2025 una serie di interruzioni rilevanti, l’alluminio è stato frenato da limitazioni produttive in Cina e le esportazioni di stagno sono state ridotte dall’Indonesia, secondo fornitore mondiale.
È qui che emerge il cambio di paradigma più significativo. Metalli industriali a lungo considerati ampiamente disponibili – come rame, alluminio o stagno – stanno assumendo caratteristiche tipiche dei metalli rari, diventando di fatto strategici per la transizione energetica, le infrastrutture e la sicurezza industriale.
Una trasformazione che, come sottolineano diversi esperti, sta ampliando la platea di investitori consapevoli della natura strutturale di questa tendenza.
Dazi, backwardation e nuove distorsioni di mercato
A complicare ulteriormente il quadro si aggiungono le turbolenze commerciali. Le prospettive di nuovi dazi sulle importazioni negli Stati Uniti hanno sostenuto in particolare rame e argento. Nel caso del rame, l’attesa di una decisione della Casa Bianca entro fine anno ha spinto molti operatori ad anticipare le spedizioni verso i porti statunitensi.
Il mercato guarda inoltre all’esito di un’indagine americana ai sensi della Sezione 232, che potrebbe estendersi anche ai metalli preziosi come argento, platino e palladio. L’effetto collaterale è una crescente backwardation con i prezzi spot che superano quelli a termine, segnalando tensioni a breve sul fronte dell’offerta.
Secondo UBS, per l’argento questa condizione è diventata quasi permanente, creando un circolo in cui prezzi elevati e attività speculativa si alimentano a vicenda.
Tra entusiasmo e cautela
Non mancano però le voci prudenti. Citigroup e Goldman Sachs prevedono un raffreddamento dei prezzi del rame entro la fine dell’anno, evidenziando una domanda fisica cinese più debole dalla fine del 2025.
Al tempo stesso, l’attrattiva dei metalli preziosi come bene rifugio resta elevata, anche alla luce di un contesto geopolitico sempre più instabile che va dalle imprevedibili mosse dell’amministrazione Trump alle tensioni in Medio Oriente e in America Latina.
Citi ha recentemente rivisto al rialzo le sue stime trimestrali, portando le previsioni per oro e argento rispettivamente a 5.000 e 100 dollari l’oncia. UBS invita invece a considerare salutare una fase di consolidamento, pur riconoscendo che lo slancio attuale rende difficile andare controcorrente.
In questo scenario, una cosa appare chiara: la distinzione tradizionale tra metalli comuni e metalli strategici si sta assottigliando.
La nuova era dei mercati delle materie prime vede sempre più spesso rame, stagno o alluminio al centro di dinamiche che un tempo erano riservate ai metalli rari, con implicazioni profonde per prezzi, politiche industriali e strategie di investimento.
APPROFONDIMENTO

Le miniere nel ghiaccio della Groenlandia diventano lo stress-test dell’Occidente
La pressione statunitense sulla Groenlandia segna una svolta nei rapporti transatlantici: la sicurezza NATO non è più una garanzia a costo fisso, ma un accordo variabile, in cui risorse minerarie, spesa militare e sovranità diventano moneta di scambio in un equilibrio geopolitico sempre più instabile.
Le parole pronunciate a bordo dell’Air Force One hanno avuto l’effetto di una scossa tellurica nelle capitali europee. Quando il presidente Donald Trump ha definito “inaccettabile” qualsiasi soluzione che non preveda un controllo statunitense sulla Groenlandia, il messaggio è apparso inequivocabile: non una proposta, ma una pretesa.
Il riferimento alla NATO, chiamata a “guidare il processo”, ha completato il quadro, trasformando un’ipotesi geopolitica in una prova di forza sull’architettura stessa dell’Alleanza Atlantica.
Al di là della terminologia diplomatica, ciò che è cambiato è il modello di prezzo della partnership transatlantica. Per decenni, la sicurezza fornita dagli Stati Uniti è stata una garanzia a costo fisso o, in altre parole, allineamento politico e basi militari in cambio di protezione. Oggi quel prezzo è cambiato, soggetto agli umori dell’esecutivo americano.
L’Articolo 5 della NATO, sempre più incerto e sempre meno automatico
La NATO è sempre stata concepita come uno strumento binario: si è dentro o si è fuori, protetti o esposti. L’Articolo 5 ne rappresenta il cuore. Ma i segnali arrivati dagli Stati Uniti, in particolare il rifiuto di escludere azioni unilaterali sulla Groenlandia, hanno introdotto un elemento di incertezza in quella che doveva essere una clausola automatica.
A Bruxelles, la pazienza strategica che ha caratterizzato le reazioni europee negli ultimi anni si è dissolta rapidamente. La cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro da parte delle forze statunitensi, avvenuta il 3 gennaio, ha contribuito a ricalibrare le percezioni dei politici europei.
Non sorprende quindi la durezza delle parole della premier danese Mette Frederiksen, che ha avvertito come un’azione militare sulla Groenlandia segnerebbe la fine dell’Alleanza “così come la conosciamo”.
Il mito delle miniere chiavi in mano sotto il ghiaccio
La possibile intesa che si profila per la Groenlandia ruota attorno a due pilastri: più spesa per la sicurezza e accesso alle risorse. È soprattutto quest’ultimo elemento a essere presentato come la leva capace di allentare le tensioni.
L’idea è semplice e cioè concedere agli Stati Uniti una quota della ricchezza mineraria groenlandese per soddisfare la fame occidentale di terre rare.
Ma la narrazione si scontra con la realtà industriale. Secondo lo U.S. Geological Survey, la Groenlandia ospita uno dei maggiori potenziali giacimenti mondiali di ossidi di terre rare, incluse quantità rilevanti di neodimio e disprosio, essenziali per i motori elettrici e per sistemi d’arma avanzati come l’F-35. Il problema è che, a oggi, sull’isola non esiste nemmeno una miniera di terre rare in attività.
Il limite non è solo normativo, ma fisico. L’80% dei 2,17 milioni di chilometri quadrati della Groenlandia è coperto da ghiacci. Non esistono strade che colleghino i centri abitati, ogni macchinario deve arrivare via mare o in elicottero.
Analisi di settore stimano che sviluppare una miniera in ambiente artico comporti costi di capitale dal 150% al 300% superiori rispetto a regioni temperate come Australia o Brasile. A questo si aggiunge il problema energetico poiché non c’è rete elettrica a cui collegarsi.
Se l’Unione Europea decidesse di raddoppiare gli investimenti per rendere questi progetti appetibili agli occhi di Washington, si tratterebbe di una evidente sovvenzione geopolitica, con denaro pubblico per rendere sostenibile ciò che il mercato, da solo, non giustifica. In sostanza, costruire una miniera in perdita per comprare stabilità politica.
Accesso o proprietà: il paradosso strategico
Il secondo pilastro dell’offerta europea riguarda il rafforzamento della sicurezza nell’Artico. Il segretario generale della NATO Mark Rutte ha già parlato della necessità di “potenziare la sicurezza artica”, in linea con la richiesta americana di una maggiore condivisione degli oneri.
Eppure, osservando la situazione attuale, emerge un paradosso. Se l’obiettivo fosse esclusivamente strategico – contenere Russia e Cina – gli Stati Uniti dispongono già di tutto ciò che serve. La base spaziale di Pituffik, ex Thule, è un nodo cruciale della difesa missilistica nordamericana.
L’accordo di difesa del 1951 garantisce a Washington ampi diritti operativi sull’isola, inclusa la capacità di monitorare il corridoio GIUK e proiettare potenza militare.
La richiesta di controllo formale della Groenlandia, più che di semplice accesso, suggerisce quindi una motivazione diversa: non tanto l’utilità militare, quanto la volontà di sancire una sfera d’influenza su una mappa.
Strappare il contratto del 1945
Il costo più alto, tuttavia, non è economico. È sistemico. Se gli Stati Uniti costringessero un alleato NATO a cedere territorio, anche solo attraverso pressioni economiche o implicite minacce, si configurerebbe una rottura dell’ordine di sicurezza nato nel dopoguerra.
Il cosiddetto “ordine internazionale basato sulle regole” non è un’astrazione ma è un contratto scritto nel 1945, con una clausola fondamentale – i confini non si cambiano con la forza e la sovranità degli alleati è inviolabile. Mettere in discussione la Groenlandia significa stracciare quel contratto.
Il presidente francese Emmanuel Macron è stato tra i pochi a esplicitare la posta in gioco, avvertendo che “la legge del più forte non può governare il mondo”. Anche il Regno Unito, tradizionale ponte tra Europa e Stati Uniti, avrebbe tracciato una linea rossa, invitando Washington a tenere “le mani lontane dalla Groenlandia”.
La prima vittima sarebbe la credibilità morale dell’Occidente. Dopo anni passati a condannare l’espansionismo russo in Ucraina e le mire cinesi nel Mar Cinese Meridionale, un’annessione americana svuoterebbe quegli argomenti di ogni forza.
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