Buongiorno,

condivido con te le ultime notizie dalla Borsa LME relative alla scorsa settimana ed alcuni approfondimenti dal mondo dei metalli.

L’effetto “ottava corta” sarà ancora una volta determinante per l’andamento delle quotazioni dollari 3mesi per l’intero comparto degli “industriali”

Le imprese, ma meglio dire coloro che le dirigono o le guidano attraverso scelte e azioni dirette, in via generale non amano avere come sottostante l’incertezza, una materia prima che attualmente sta abbondando in forma eccessiva.

Le turbolenze dei mercati, che se compartimentate in ambiti di ordinarietà hanno permesso alle imprese di generare interessanti extra-profitti nel corso delle loro fasi evolutive.

La pandemia prima e poi le grandi crisi geopolitiche che sono state condotte in totale assenza di dialogo, ma con il solo “linguaggio delle armi”, hanno portato il mondo delle imprese a un forte stato di logoramento nervoso e quindi a un’assoluta mancanza di serenità nell’adottare le giuste decisioni.

I prezzi delle materie prime, in presenza di eventi eccezionali, non sono stati più regolati dalla “sacralità” dei paradigmi della domanda e dell’offerta che portavano l’economia, intesa come scienza, a guadagnare l’appellativo di “triste”, ma che visti i tempi, potrebbe essere rinominata come “scienza depressa”.

Le recenti crisi di direzionalità delle quotazioni espresse da tutte le principali Borse merci, assumono le loro massime espressioni in episodi assolutamente ordinari, come la chiusura congiunta delle piazze finanziarie britanniche e statunitensi nella giornata di lunedì 25 maggio e da sempre calendarizzata in avvio dell’ultima settimana di maggio.

Nello scendere specificatamente all’ambito dei metalli industriali, la giornata di chiusura della Borsa LME e di quelle NYMEX e CME è stata vissuta la settimana scorsa da operatori e utilizzatori diretti come una sorta di immissione in un tunnel non dotato di illuminazione e senza conoscere quello che sarà l’ambiente di confronto una volta attraversato e quindi a partire da martedì 26 maggio.

Gli “industriali” hanno chiuso l’ottava mettendo in mostra una certa vitalità nelle definizioni delle loro quotazioni 3mesi, portando l’indice LMEX a crescere dell’1,5% rispetto alla settimana precedente. I punti di confronto dopo la partenza ritardata dell’ultima ottava di maggio saranno quindi i seguenti.

Fase turbolenta per il Rame

Il Rame toccando la soglia di massimo relativo di 13.650 dollari 3mesi nel corso dell’ultima seduta della settimana scorsa, ha dato il via a una fase che diventerà piuttosto turbolenta in questa, ma occorrerà essere consapevoli che gli attuali e ripetuti picchi non saranno altro che il risultato di una fase molto incerta per il metallo guida, pronto quindi a ritornare sui suoi passi.

Massimo relativo per lo Zinco ma attenzione!

Una seduta di anticipo rispetto al Rame, questo è stato il percorso dello Zinco al LME, registrando un massimo che ha fatto da contrasto al minimo del giorno 15 e una conseguente rivalutazione della quotazione 3mesi riferita a questo metallo dello 0,8%; in apparenza un “salto” positivo di scarsa entità, ma che genererà la prospettiva di un prezzo che seguirà un indirizzo d’indebolimento nel breve periodo.

Le Leghe, Ottone e Zama

I produttori di Zama, per aprire la parentesi leghe, approfitteranno della situazione della momentanea “onda lunga” dello Zinco, per dare sostegno a una fase di ulteriore rialzo del pannello prezzi e quindi ricollocare a una data non certa il momento di una revisione verso il basso del valore di mercato di questa lega. L’Ottone da sempre maggiormente reattivo alle evoluzioni del Rame potrebbe subire dopo la pausa imposta alle Borse per festività, una reazione di forte nervosismo e impatto rialzista, proprio per quello di cui si è parlato in precedenza commentando le prospettive settimanali del “metallo rosso”.

Alluminio stabile intorno a quota 3.650 con sporadiche puntate a 3.700

L’area operativa dell’Alluminio non supererà, fatta salva qualche euforia legata alla tregua “a tempo” tra USA e Iran, l’attuale area di massima espansione della quotazione USD 3mesi vista nel corso dell’ultima ottava e quindi trovare un terreno piuttosto inospitale in allunghi che comprenderebbero spazi di soglia oltre i 3700 dollari.

Momento di euforia per il Nichel che potrebbe presto ritracciare un po’

Un momento di fuorviante euforia, vista nei paraggi del Nichel nel corso dell’epilogo dell’ultima seduta LME in ordine di tempo, costituirà un momento interlocutorio nell’economia di fissazione della quotazione del metallo in ottica 3mesi, sarà quindi meglio parlare di una sequenza di valori che si appiattiranno sulla fascia compresa tra 18.500 e 18.700 dollari nello spazio dell’intera settimana.

Piombo in un contesto “vivace”

Il Piombo risulterà uno dei metalli più vivaci nell’intero contesto degli “industriali” nel corso di tutta l’ottava, un segnale chiaro ed evidente che le incertezze viste a inizio mese e legate agli stop produttivi cinesi sono ormai un capitolo superato e la soglia di 2mila dollari diventare un territorio di assidua frequentazione per il metallo.

Turbolenza per lo Stagno

Una turbolenza annunciata quella dello Stagno, che sta puntando con una certa determinazione all’incontro di un nuovo massimo relativo e comunque in un ambito di quotazione 3mesi che sarà difficilmente collocabile al di sotto della soglia importante posta a 54mila dollari.

quotazioni alluminio LME

I prezzi dell’alluminio non sanno ancora quello che il mercato già conosce

Il conflitto nel Golfo ha prodotto uno shock strutturale sull’offerta di alluminio che i prezzi LME non riflettono ancora pienamente.

Scorte in esaurimento, premi fisici ai massimi da un decennio e perdita di 2,4 milioni di tonnellate di produzione occidentale segnalano un cambio di regime che il mercato finanziario non ha ancora digerito.

C’è una frattura sempre più evidente tra quello che racconta il London Metal Exchange (LME) e quello che vivono ogni giorno i compratori fisici di alluminio.

Il prezzo LME, a circa 3.650 dollari per tonnellata, è salito solo del 14% dall’inizio del conflitto con l’Iran, un rialzo che sulla carta potrebbe passare quasi inosservato.

Eppure, nei magazzini di Rotterdam, nei porti della Corea del Sud e nelle sale contratti di Tokyo, chiunque lavori sul metallo fisico sa bene che il mondo dell’alluminio non è più quello di sei mesi fa.

Il conflitto nel Golfo Persico sta generando quello che gli analisti definiscono uno degli shock d’offerta più rilevanti nella storia del mercato dell’alluminio.

La geografia del disastro

Il Golfo Persico non è solo una questione di petrolio. Produce oltre un quinto dell’alluminio primario non cinese, rifornendo in modo sistematico Unione Europea, Giappone, Corea del Sud e Stati Uniti. La regione si è guadagnata questa posizione grazie a una combinazione di energia a basso costo, infrastrutture moderne e accesso diretto alle rotte marittime.

Fino a quando queste ultime hanno funzionato.

Lo shock è arrivato da più direzioni. Due impianti sono stati direttamente danneggiati da attacchi missilistici, con il sito Al Taweelah di Emirates Global Aluminium che necessita di almeno un anno di riparazioni, mentre Qatalum ha ridotto la capacità operativa.

A complicare il tutto, la chiusura dello Stretto di Hormuz sta paralizzando la logistica per chiunque stia ancora cercando di operare nella regione.

Il risultato, secondo l’International Aluminium Institute (IAI), è il crollo della produzione regionale ai minimi degli ultimi dieci anni, con una perdita annualizzata di due milioni di tonnellate metriche tra marzo e aprile.

Se si aggiunge la chiusura dello smelter Mozal in Mozambico, resa necessaria dall’impennata dei costi energetici, la perdita complessiva di produzione occidentale nelle ultime settimane supera le 2,4 milioni di tonnellate.

I segnali che i prezzi non vedono

Le quotazioni LME dell’alluminio sono entrate in backwardation già a inizio marzo e il premio del cash sul tre mesi ha raggiunto gli 80 dollari per tonnellata, il livello più alto dal 2007. Allora si trattò di uno squeeze di breve durata su posizioni corte. Questa volta la tensione non accenna a rientrare ed è strutturale visto che il mercato non sta speculando, sta semplicemente cercando metallo che non c’è.

Secondo Reuters, le scorte LME registrate sono scese di un terzo dall’inizio dell’anno, a circa 339.000 tonnellate, con quasi 68.000 tonnellate cancellate nelle ultime settimane in preparazione del ritiro fisico. Quello che rimane nei magazzini ufficiali è in larga parte alluminio russo depositato nel porto sudcoreano di Gwangyang, inutilizzabile sia per i compratori americani che per quelli europei a causa delle sanzioni legate alla guerra in Ucraina.

È il mercato fisico che ci racconta la storia più brutale, ma più realistica.

Il premio spot del CME per il Giappone ha più che raddoppiato, a 316 dollari per tonnellata sopra il prezzo LME, e i compratori giapponesi hanno accettato un premio di 350 dollari sulle consegne del secondo trimestre, il livello più alto in undici anni. In Europa, il premio duty-paid è balzato del 58% e quello duty-unpaid del 75% da marzo. Negli Stati Uniti, dove i compratori pagavano già cifre record a causa dei dazi al 50%, il premio Midwest è salito di un altro 8%.

Oltre il metallo primario

Nelle discussioni tra operatori si sente spesso ripetere che i premi fisici salgono ma i prezzi LME restano relativamente stabili. Quello che si vede meno, e che conta forse di più, è ciò che accade nei segmenti non quotati in borsa, come il mercato delle billette, il semilavorato destinato a costruzioni e trasporti.

A Rotterdam, il premio per le billette per estrusione è più che raddoppiato, superando i 1.100 dollari sopra il prezzo base LME (dati Fastmarkets). Un segnale inequivocabile che la stretta non riguarda solo il metallo primario, ma si propaga lungo tutta la catena di trasformazione.

La valvola cinese e i suoi limiti

La Cina ha risposto all’emergenza accelerando la produzione, ma si trova già vicina al tetto di capacità fissato dal governo, intorno ai 45 milioni di tonnellate annue. Lo spazio per incrementi significativi è ridotto al minimo.

Pechino sta aumentando le esportazioni, ma soprattutto sotto forma di prodotti semilavorati come nastri, fogli e barre, non metallo primario. Di conseguenza, i compratori occidentali, abituati a rifornirsi di lingotti grezzi dal Golfo, non possono semplicemente sostituire quella fonte con semilavorati cinesi senza riadattare processi e filiere.

Le scorte esistenti, sia nei circuiti ufficiali che in quelli informali, offrono un cuscino temporaneo. Ma ogni settimana di chiusura dello Stretto di Hormuz assottiglia ulteriormente questo margine.

Un mercato che non ha ancora capito cosa gli è successo

Per vent’anni il mercato dell’alluminio ha vissuto in un regime di sovra-offerta strutturale e scorte abbondanti. I modelli di pricing sono stati calibrati su quella realtà. Oggi quella realtà non esiste più, ma i prezzi LME sembrano non essersene ancora accorti del tutto, impegnati come sono a scontare il flusso quotidiano di notizie sul conflitto iraniano piuttosto che la trasformazione strutturale della catena di approvvigionamento.

I compratori fisici, invece, lo sanno già: lo dicono i premi, lo dicono le scorte, lo dice il mercato delle billette. La domanda vera non è se il prezzo salirà, ma quanto tempo ci vorrà prima che il mercato finanziario si allinei a una realtà che il mercato fisico ha già incorporato.

E quanto costerà, a quel punto, non averlo visto in anticipo.

Indice di natalità in Europa – dati 2024

Natalità al collasso in Europa: sfiducia, precarietà e costo della vita dietro il declino

L’Europa affronta una crisi demografica sempre più profonda. Nessun paese raggiunge più la soglia di sostituzione di 2,1 figli per donna e il declino della natalità sta trasformandosi in un problema economico, industriale e geopolitico.

Tra welfare sotto pressione, immigrazione e incentivi inefficaci, il continente scopre la propria fragilità strutturale.

L’Europa sta entrando in una fase di contrazione demografica strutturale e ormai persino le istituzioni che per anni hanno raccontato la “transizione demografica” come un normale passaggio evolutivo iniziano a usare parole meno rassicuranti. I numeri del 2024 mostrano infatti che nessun paese europeo raggiunge più la soglia di 2,1 figli per donna necessaria a mantenere stabile la popolazione.

Non si tratta più di una questione culturale o generazionale. La denatalità è diventata un problema economico, industriale e geopolitico. Quando mancano nascite, mancano lavoratori, contribuenti, consumatori e soldati. E dietro i grafici demografici si intravede già il conto economico che l’Europa dovrà pagare nei prossimi vent’anni.

Sud ed Est Europa: il cuore della crisi

Le aree più fragili del continente sono anche quelle dove la natalità sta collassando più rapidamente. Nell’Europa orientale pesa l’instabilità geopolitica, mentre nel Sud il problema si intreccia con salari stagnanti, precarietà e costo della vita.

Il caso più estremo è quello dell’Ucraina, precipitata a 0,99 figli per donna nel 2024 dopo il minimo di 0,9 registrato nel 2022. L’ultima volta che il paese superò il livello di sostituzione fu nel 1986, quando esisteva ancora l’Unione Sovietica.

La guerra ha accelerato un processo di svuotamento demografico che era già in corso da anni. Morti, emigrazione, incertezza e collasso economico stanno trasformando il problema della natalità in una questione esistenziale per il paese.

Ma sarebbe troppo semplice attribuire tutto ai conflitti. Malta registra 1,01 figli per donna pur essendo lontana da guerre. La Spagna scende a 1,10, la Polonia a 1,14 e l’Italia a 1,18. Qui il nemico non è la guerra, ma il costo della normalità. Casa, energia, mutui, servizi, lavoro instabile e stipendi compressi rendono la costruzione di una famiglia sempre più simile a un lusso.

La grande illusione europea del welfare infinito

Per anni la politica europea ha evitato di affrontare apertamente la questione. Si è preferito credere che produttività, automazione e immigrazione potessero compensare qualsiasi squilibrio demografico. Una narrazione comoda, utile a rinviare decisioni impopolari.

Ora però il problema sta entrando nelle fondamenta dei sistemi economici. Pensioni, sanità pubblica e assistenza sociale si basano su un principio semplice: molti lavoratori attivi devono sostenere una popolazione anziana più ridotta. Quando la piramide demografica si ribalta, il modello inizia a scricchiolare.

La situazione appare particolarmente delicata in Polonia. Varsavia vuole rafforzare il proprio apparato militare in risposta alle tensioni con la Russia, ma lo fa mentre la popolazione si restringe rapidamente. È il paradosso dell’Europa orientale dove più aumenta la pressione geopolitica, meno giovani ci sono da mandare nelle fabbriche o nelle caserme.

Anche le grandi economie occidentali restano molto sotto il livello di sostituzione: Germania a 1,36, Regno Unito e Portogallo a 1,41, Francia a 1,61. Numeri migliori rispetto al Sud Europa, ma comunque insufficienti. Il continente sta invecchiando ovunque, cambia soltanto la velocità della caduta.

Immigrazione: soluzione economica, detonatore politico

Davanti al declino demografico, molti governi europei hanno scelto la strada più immediata e cioè aumentare l’immigrazione. La Germania ha utilizzato la politica migratoria anche per sostenere il proprio sistema produttivo e compensare la carenza di manodopera.

Dal punto di vista industriale, la logica è evidente. Le imprese hanno bisogno di lavoratori, il welfare ha bisogno di contribuenti e l’economia europea continua a dipendere da settori ad alta intensità di personale. Ma la realtà sociale raramente segue la linearità dei modelli economici.

L’immigrazione è diventata contemporaneamente una necessità economica e una miccia politica. La crescita dei partiti anti-immigrazione in diversi paesi europei riflette proprio questa tensione. Le élite economiche chiedono forza lavoro; una parte crescente della popolazione teme invece compressione salariale, tensioni sociali e perdita di identità culturale.

Incentivi alle famiglie: tanti soldi, pochi risultati

Negli ultimi anni diversi governi hanno provato a invertire il trend attraverso bonus, detrazioni fiscali e sostegni economici. Francia, Ungheria e Polonia hanno investito risorse significative per incoraggiare le nascite.

Il caso più emblematico è quello dell’Ungheria. Budapest ha costruito per oltre un decennio una politica esplicitamente orientata alla crescita demografica, con agevolazioni per giovani coppie e famiglie numerose, fissando l’obiettivo di raggiungere quota 2,1 entro il 2030. I risultati però restano modesti. Nel 2024 il tasso ungherese è fermo a 1,41, praticamente in linea con Regno Unito e Portogallo.

La questione sembra più profonda, coinvolgendo precarietà diffusa, sfiducia nel futuro, costo immobiliare elevato, trasformazione culturale e ritardo nell’ingresso nell’età adulta stanno cambiando radicalmente il comportamento demografico europeo. E qui emerge il limite della politica contemporanea che cerca soluzioni fiscali per problemi che riguardano anche aspettative sociali e percezione della stabilità.

Un continente più vecchio, più fragile e meno rilevante

La crisi della natalità europea non è soltanto un tema statistico. È un indicatore di fiducia collettiva. Le società che smettono di fare figli spesso sono anche società che faticano a immaginare il futuro.

Nel frattempo, il resto del mondo continua a muoversi. Africa e parte dell’Asia crescono demograficamente, mentre l’Europa diventa progressivamente più anziana, più indebitata e più dipendente dall’esterno per energia, manodopera e produzione industriale.

Per anni Bruxelles ha distratto l’opinione pubblica raccontando la sostenibilità come una questione climatica. Ora emerge un’altra forma di insostenibilità: quella demografica.

E probabilmente sarà molto più difficile da correggere con un pacchetto legislativo o qualche sussidio elettorale.

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