Buongiorno,
condivido con te le ultime notizie dalla Borsa LME relative alla scorsa settimana ed alcuni approfondimenti dal mondo dei metalli.
La flessione della divisa statunitense neutralizza la volatilità dei metalli industriali, offrendo agli utilizzatori europei un riparo temporaneo dalle recenti turbolenze di Borsa
La parola d’ordine è: pragmatismo, vera chiave d’accesso per affrontare la situazione venutasi a creare nel corso del mese di dicembre e che sta diventando un’ormai irreversibile realtà nell’ambito degli “industriali”.
Il mutamento radicale delle situazioni viste complessivamente nel 2025 e nel biennio precedente in termini di valorizzazioni dei metalli espressi in dollari all’interno del listino LME, dovrà necessariamente essere recepito dagli utilizzatori diretti e indiretti di queste materie prime come a un contesto ormai certo e a cui occorrerà relazionarsi d’ora in avanti.
Le variazioni in aumento a livello valoriale delle quotazioni USD dell’intero pannello di Borsa hanno riportato un dato d’insieme del 3,2% nell’indicazione settimanale dell’indice LMEX, dove i riferimenti sullo stesso asse temporale del Nichel a più 4,7% e del più 15,6% dello Stagno, hanno contribuito maggiormente a collocare il dato d’insieme dell’indicatore del listino LME a 5489 punti.
L’azione di rinforzo dell’euro nei confronti del dollaro, che in termini quantitativi ha raggiunto quasi il punto percentuale negli ultimi otto giorni, ha permesso di annullare in maniera quasi assoluta le variazioni USD del Rame (+1%) e dell’Alluminio (+1,3%) rilevate in Borsa durante l’ultima settimana.
Il dato che scaturisce da questa sfilza di riferimenti statistici seppure molto parziali nell’unità temporale, ma estremamente interessanti, non lascia dubbi che la leva rialzista sugli “industriali” è ancora in pieno sviluppo. La lettura sugli indirizzi delle quotazioni non potrà quindi prescindere dalle partite di giro tra i valori di Borsa espressi in dollari e la situazione valutaria tra USD e euro.
Il “biglietto verde” sarà quindi e sempre il minimo comune denominatore alla base delle variabilità 3mesi dei riferimenti LME di tutti i metalli qui di seguito analizzati.
Rame spinto ancora su da eccesso di denaro e speculazione
La rivalutazione settimanale del Rame intorno al punto percentuale, riportandolo oltre la soglia dei 13mila dollari, avrà come suo ambito di debolezza l’eccesso di denaro venutosi a creare in concomitanza con l’improvvisa flessione della valuta statunitense. L’effetto inerzia rialzista e la residuale componente speculativa ancora presente sul metallo lo spingeranno sicuramente a doppiare il massimo assoluto registrato in avvio della seconda settimana di gennaio.
Zinco ancora tra i più performanti
Lo Zinco non riuscirà a andare oltre l’attuale quotazione in dollari, pur superando dello 0,8% l’area di neutralità valutaria e avendolo quindi reso uno dei metalli maggiormente performanti nell’ultima ottava di Borsa.
Le Leghe, Ottone e Zama
Le leghe di Ottone e Zama, computate nei prezzi espressi in euro, dati alla mano e come visto in precedenza nelle rendicontazioni incrociate tra i riporti effettivi LME e contingenza valutaria, non presenteranno situazioni degne di rilievo nei cambiamenti delle rispettive quotazioni rispetto a quelle viste negli ultimi otto giorni.
Alluminio favorito dalla favorevole situazione generale
Il condizionamento del perdurante stato favorevole delle quotazioni LME e in dollari potrebbe favorire l’Alluminio in un suo ulteriore momento rialzista seppure di limitata entità di valore e in un asse temporale molto breve.
Obiettivo 19.000 per il Nichel?
L’obiettivo di prossimità per il Nichel sarà quello di oltrepassare la soglia dei 19mila dollari 3mesi, andando a rispolverare una collocazione che manca a questo metallo dal maggio 2024, sebbene e non occorre dimenticarlo, si svolgerà in un considerevole eccesso di denaro e quindi in un ambito di forte instabilità.
Piombo unico metalli del listino in una situazione di debolezza
Il Piombo ha fermato la sua progressione rialzista proprio in avvio dell’ottava appena conclusa, portandolo a essere il metallo meno vivace dell’intero listino LME e quindi ad apportare pieno beneficio ai suoi utilizzatori che pagano questo metallo in euro, ma soprattutto in Yuan; una situazione di debolezza che non muterà nelle prossime sedute di Borsa.
Stagno ancora record storico
Nello stato di tensione generale che ha interessato il comparto degli “industriali”, lo Stagno ha rappresentato il punto più alto, riaggiornando il suo livello USD 3mesi più alto di sempre, riferimento che nei prossimi giorni riceverà una nuova collocazione storica nella definizione dei 57mila dollari 3mesi e lontano da condizionamenti diretti dettati dalle vicende LME, come sua consuetudine.
UNO SGUARDO ALLA REALTA’ PRODUTTIVA

Alluminio fantasma: a Portoscuso una fabbrica ferma che continua a costare
Lo stabilimento sardo ex Alcoa è fermo da anni, simbolo di una deindustrializzazione che continua a consumare risorse e speranze.
A Portoscuso l’alluminio non si produce più da anni, ma lo stabilimento continua a esistere come una presenza ingombrante e costosa. I cancelli sono chiusi, i forni spenti, eppure il sito resta al centro di flussi di denaro pubblico, tavoli ministeriali, proteste sindacali e promesse politiche che non trovano sbocco.
È una delle storie più emblematiche della crisi industriale italiana, dove il tempo sembra essersi fermato mentre le risorse continuano a scorrere senza risultati tangibili.
Una fabbrica formalmente viva ma industrialmente morta
Definire attivo lo stabilimento ex-Alcoa è una forzatura.
L’unica parte operativa è la fonderia, dove lavorano circa settanta addetti, impegnati a trasformare alluminio acquistato all’esterno. Il cuore produttivo, l’impianto di elettrolisi che consentiva di produrre alluminio primario, è fermo da anni.
Eppure, proprio quell’impianto rendeva Portoscuso un polo strategico: 155.000 tonnellate annue di produzione potenziale, mezzo miliardo di euro di fatturato e un indotto che dava lavoro a migliaia di persone.
Oggi restano poco più di quattrocento lavoratori sospesi in una lunga transizione fatta di cassa integrazione, mobilità in deroga e stipendi incerti. Periodicamente riemergono annunci di ripartenza, ma ogni scadenza viene superata senza che nulla cambi. La fiducia si è progressivamente consumata, fino alle mobilitazioni di quest’anno davanti alla Regione Sardegna, segnale di una pazienza ormai esaurita.
Negli ultimi anni il governo ha indicato più volte l’esistenza di interlocutori interessati al rilancio del sito. Nel 2025 era stata annunciata una trattativa con una multinazionale greca, pronta ad avviare una due diligence per valutare le condizioni reali dello stabilimento.
A distanza di mesi, però, quel percorso è rimasto sulla carta: nessun tavolo riconvocato, nessun aggiornamento ufficiale, nessuna verifica tecnica avviata.
Il nodo strutturale del costo dell’energia
Alla base della crisi di questo stabilimento c’è un problema reale che nessuno ha mai voluto o potuto risolvere: il costo dell’energia. Produrre alluminio primario è uno dei processi industriali più energivori, con un fabbisogno di circa 15 megawattora per tonnellata.
Quando Alcoa fermò l’impianto, nel 2012, il costo dell’elettricità era già incompatibile con la competitività. Gli incentivi concessi dallo Stato furono bocciati dall’Unione Europea, che impose la restituzione degli aiuti, rendendo inevitabile la chiusura definitiva nel 2014.
Oggi la situazione non è migliorata. Con prezzi dell’energia sempre più alti in tutta Europa, la posizione geografica della Sardegna non aiuta certo a mitigarli. Solo una profonda trasformazione del sistema energetico regionale, basata sulle rinnovabili e su nuove infrastrutture di collegamento con il continente, potrebbe cambiare lo scenario.
Ma si tratta di prospettive di medio-lungo periodo, incompatibili con l’emergenza occupazionale attuale.
Il caso Sider Alloys e le risorse senza risultati
Il passaggio di mano del 2018, con l’ingresso della multinazionale svizzera Sider Alloys, doveva segnare la svolta. L’accordo prevedeva investimenti rilevanti e il ritorno alla piena produzione entro pochi anni.
A distanza di quasi otto anni, il bilancio è opposto: secondo le organizzazioni sindacali, circa cento milioni di euro di risorse pubbliche sono stati utilizzati senza che il rilancio industriale si concretizzasse.
Cantieri mai completati, aziende appaltatrici non pagate, lavoratori richiamati e poi nuovamente fermati hanno progressivamente svuotato di credibilità il progetto. Nel 2025 i sindacati hanno chiesto esplicitamente al governo di prendere atto del fallimento e di cambiare approccio, riconoscendo che la gestione non aveva prodotto i risultati promessi.
Emergenza ambientale e controlli mancati
A complicare ulteriormente il quadro è emersa anche una criticità ambientale. Nel 2025 un’ispezione del Corpo Forestale ha portato al sequestro di centinaia di sacchi contenenti rifiuti speciali accumulati all’interno dello stabilimento. Il caso ha aperto un’inchiesta giudiziaria e sollevato interrogativi sulla gestione delle bonifiche, finanziate anch’esse con risorse pubbliche.
Il tema è tornato al centro dell’attenzione anche grazie all’inchiesta televisiva di Report andata in onda pochi giorni orsono, che ha messo in luce come il fallimento industriale si accompagni a un incompiuto ambientale, aggravando l’eredità lasciata sul territorio.
Un tempo che scorre contro Portoscuso
Mentre i mesi passano, la forza lavoro si assottiglia e le competenze si disperdono.
Gli accordi in essere hanno una scadenza precisa e, senza una decisione chiara, il rischio è che lo stabilimento venga definitivamente dismesso. Sarebbe la fine dell’ultimo grande smelter italiano e la perdita di un tassello strategico per intere filiere industriali.
Portoscuso resta così il simbolo di un’industria sospesa, né viva né morta, sostenuta da risorse pubbliche ma priva di una visione capace di trasformarle in opere produttive. Un monito che va oltre la Sardegna e interroga l’intero sistema industriale del paese.
APPROFONDIMENTO

Metalli e geopolitica: i grandi temi che muoveranno il mercato nel 2026
Nel 2026 il mercato dei metalli resta al centro delle dinamiche globali, sospinto da deglobalizzazione, tensioni geopolitiche e fragilità delle catene di approvvigionamento.
Nel 2025 i minerali critici hanno occupato stabilmente le prime pagine dei giornali, diventando il simbolo delle fragilità strutturali delle catene di approvvigionamento globali in un contesto di crescenti tensioni commerciali.
In parallelo, oro e argento hanno raggiunto nuovi massimi storici, beneficiando di un rinnovato ruolo di beni rifugio.
Queste dinamiche non si sono esaurite con il cambio d’anno. Al contrario, nel 2026 il mercato dei metalli resta al centro dell’attenzione globale, sospinto da geopolitica, nazionalismo delle risorse e colli di bottiglia persistenti.
Secondo gli analisti di Sprott, fondo d’investimento canadese focalizzato sui metalli preziosi e metalli critici, diversi grandi temi strutturali continueranno a orientare le scelte degli investitori nei prossimi mesi, delineando uno scenario di lungo periodo che va ben oltre la volatilità congiunturale.
La deglobalizzazione come nuovo paradigma
Il processo di deglobalizzazione è destinato ad approfondirsi nel 2026, estendendosi dagli scambi commerciali agli equilibri finanziari e geopolitici. I governi stanno progressivamente privilegiando resilienza e sovranità rispetto all’efficienza, accettando costi più elevati pur di ridurre la dipendenza da fornitori esterni.
Questo cambio di paradigma esercita pressioni strutturali sull’inflazione e ridisegna i flussi delle materie prime.
In tale contesto, i minerali critici e la sicurezza energetica diventano strumenti strategici in un mondo sempre più multipolare. Una maggiore frammentazione tra i blocchi di potere favorisce anche la progressiva riduzione del ruolo del dollaro negli scambi internazionali, rafforzando la centralità dell’oro come riserva neutrale riconosciuta a livello globale. L’argento, per il suo prezzo più accessibile, tende storicamente a beneficiare dei movimenti dell’oro.
Il “debasement trade” e il ritorno agli asset reali
Un altro filone destinato a rafforzarsi è quello del cosiddetto “debasement trade”, ovvero lo spostamento strutturale dai sistemi monetari fiat verso gli asset reali. Le preoccupazioni sui livelli di spesa pubblica nei paesi avanzati, emerse con forza durante la pandemia, non si sono attenuate.
Negli Stati Uniti, il debito pubblico ha superato i 38.000 miliardi di dollari nel 2025, raddoppiando rispetto a dieci anni prima. Le prospettive per il 2026 indicano un rafforzamento della cosiddetta dominanza fiscale, uno scenario che consolida il ruolo dell’oro come strumento di protezione di lungo periodo.
Un sistema di scorte sempre più frammentato
Il 2025 ha evidenziato le crepe del sistema globale delle scorte di metalli e, secondo Sprott, questa frattura continuerà a sostenere un ciclo rialzista delle commodity. Il rischio di dazi e politiche protezionistiche ha spinto diversi paesi ad accumulare materiali strategici come terre rare, rame, metalli del gruppo del platino e alluminio.
La conseguenza è la perdita di quei meccanismi che garantivano la convergenza dei prezzi tra le principali piazze mondiali. Un esempio emblematico è il rame, che negli Stati Uniti ha registrato prezzi fino al 30% superiori a quelli di Londra a causa dei timori tariffari e di carenze localizzate.
Oro e argento: cicli rialzisti strutturali
Oro e argento restano al centro di cicli rialzisti avviati nel 2022, quando il congelamento delle riserve valutarie russe da parte dei paesi occidentali ha modificato la percezione globale degli asset “sicuri”.
Da allora, le banche centrali hanno intensificato gli acquisti di oro a livelli senza precedenti, con la Cina in prima linea. Le attese per il 2026 indicano una domanda istituzionale ancora sostenuta, legata alla diversificazione dal dollaro e ai rischi geopolitici persistenti.
L’argento, storicamente legato alle dinamiche dell’oro come copertura monetaria, ha rafforzato il proprio profilo grazie al riconoscimento come minerale critico per la transizione energetica e le infrastrutture legate all’intelligenza artificiale.
Nonostante possibili fasi di consolidamento dopo il rally del 2025, il rapporto oro/argento resta vicino ai massimi storici, segnalando una potenziale sottovalutazione del metallo bianco.
I metalli critici da monitorare nel 2026
Accanto ai metalli preziosi, Sprott individua tre aree di particolare interesse:
Metallo/Minerale Driver principali
Uranio Domanda da data center e AI, investimenti nucleari pubblici
Rame Transizione energetica, tempi lunghi di sviluppo delle miniere
Terre rare Elevata concentrazione dell’offerta e rischio geopolitico
L’uranio beneficia di una domanda in crescita legata all’espansione dell’AI e agli impegni pluriennali delle Big Tech per assicurarsi energia nucleare. Sul fronte politico, il sostegno pubblico si rafforza, come dimostra l’annuncio statunitense di 80 miliardi di dollari per nuovi reattori.
Il rame, dopo un 2025 di svolta, continua a essere sostenuto da una domanda strutturalmente in crescita e da un’offerta rigida: servono in media 17 anni per portare una nuova miniera dalla scoperta alla produzione.
Infine, le terre rare rappresentano un vero collo di bottiglia strategico. La forte concentrazione dell’offerta in Cina rende la sicurezza degli approvvigionamenti cruciale quanto il prezzo e un ulteriore deterioramento delle relazioni tra Washington e Pechino potrebbe accelerare lo sviluppo di progetti alternativi fuori dal controllo cinese.
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