Buongiorno,
condivido con te le ultime notizie dalla Borsa LME relative alla scorsa settimana ed alcuni approfondimenti dal mondo dei metalli.
Nel giro di una sola ottava il listino degli “industriali” è precipitato dai massimi ai minimi relativi, gettando nel disorientamento più totale gli utilizzatori di metalli e leghe.
L’insieme di queste due parole, “effetto prodotto”, è un sintagma, basta andare su un qualsiasi motore di ricerca per conoscerne il significato, senza scomodare l’intelligenza artificiale o per l’insieme delle persone più fortunate, aver avuto negli anni delle scuole elementari, le primarie di adesso, maestre e maestri che abbiano insegnato e bene, la grammatica della lingua italiana.
Il “volo alto” è terminato, la realtà cruda degli ultimi tempi ci porta invece ad analizzare un aspetto molto meno nobile nell’aver messo insieme la parola “effetto”, sostantivo maschile singolare e quella “prodotto”, aggettivo qualificativo maschile singolare.
La ragione di questa scelta ha un motivo decisamente più diretto, ovvero: “le conseguenze del fattore chiamato prodotto in una moltiplicazione”.
Un secondo buon motivo per non bruciare inutilmente risorse energetiche necessarie per far funzionare i mastodontici centri di calcolo sparsi nel mondo, ma ritornare ai fondamentali “basici” che muovono da sempre l’economia.
La domanda più appropriata è: perché i “moltiplicatori” crescono, leggi prezzi delle materie prime, a fronte dei “moltiplicandi”, rappresentati da volumi calanti in quantità?
Le conseguenze sono le arroganze caratteriali di coloro che modellano i “prodotti” delle innumerevoli moltiplicazioni, che pur di aggiustarli alle loro discrezionalità finanziarie, correggono e indiscriminatamente in aumento, i fattori prezzi, lasciando così invariati i risultati delle operazioni aritmetiche; le già tanto citate e basiche moltiplicazioni.
Una nuova linea complessiva di determinazioni dei valori delle materie prime, dove l’invariabilità settimanale dell’indice LMEX ha, nel suo dato di sintesi, evitato di mettere in evidenza le sequenze dei massimi relativi proposti dai metalli a metà della scorsa ottava.
Significativa fase di minimo per il Rame
Il Rame si trova al momento in una significativa fase di minimo, presentando una svalutazione di valore del 4,5% dall’innaturale quotazione di oltre 14mila dollari 3mesi vista durante la seduta LME del 13 maggio. Una collocazione di prezzo molto particolare per il metallo guida del listino, dove occorrerà essere molto realistici e quindi pensare a una poco probabile ulteriore escursione verso il basso del suo riferimento di Borsa.
Fase ascensionale invece per lo Zinco
Lo Zinco, a differenza del Rame, si sta già trovando in una nuova fase ascensionale del prezzo 3mesi, individuando l’attuale quotazione posta poco sopra la soglia di 3500 dollari come il nuovo punto di minimo relativo.
Le Leghe, Ottone e Zama
Le leghe di Rame e Zinco mostreranno visioni di prezzi sostanzialmente divergenti tra loro. La Zama sarà destinata a presentare dei livelli medi di quotazioni che tendenzialmente saranno più alti di quelli attuali, mentre per l’Ottone sarà determinante avere il Rame in questa fase di minimo e quindi vedere le “basi prezzo”, in particolare dei semilavorati in barra, ancora in contrazione in avvio di settimana e ben oltre il livello di 50 euro per tonnellata.
Indecisione sull’indirizzo che prenderà l’Alluminio
Una visione parziale dell’indirizzo dell’Alluminio che in avvio di settimana non evidenzierà ancora elementi forti nell’inversione di tendenza, collocando il suo riferimento LME molto al di sotto della soglia di 3600 dollari 3mesi e nonostante sia ancora rilevante la caratterizzazione della “backwardation” per il prezzo Settlement.
Nichel, minimo relativo a 18500 USD 3mesi
I punti di discontinuità evidenziati dal Nichel durante le battute finali dell’ultima ottava LME sono stati molti e ravvicinati tra loro. Un insieme di quotazioni 3mesi nell’area di 18500 USD che rappresenteranno un “grande” minimo relativo dalla difficile replicabilità in tempi brevi.
Piombo discontinuo sulla linea dei 2000 USD 3mesi
L’attuale punto di discontinuità del Piombo è rappresentato dalla collocazione non ancora certa e pertanto definitiva del punto di minimo, sebbene l’attuale livellamento di prezzo al di sotto della linea di 2mila USD 3mesi, a breve rappresenterà una soglia di innegabili opportunità.
Anche lo Stagno al suo minimo del periodo
I numeri che accompagnano le analisi delle quotazioni 3mesi dello Stagno sono sempre enormi e paradossali nelle strutture valoriali. Il prezzo di Borsa posto a oltre 52mila dollari è a tutti gli effetti da considerare un minimo di significativa importanza e sul quale gli utilizzatori, loro malgrado, dovranno tarare le strategie in ottica di acquisti futuri, agendo alla ricerca di premialità operative e quindi di buone occasioni in prossimità di questa soglia.
UNO SGUARDO ALLA REALTA’ PRODUTTIVA

Hormuz chiuso, prezzi alle stelle: la guerra che fa sorridere l’alluminio cinese.
Il conflitto tra USA, Israele e Iran ha devastato la produzione di alluminio del Golfo Persico, gonfiato i prezzi a Londra e aperto una finestra d’oro per i produttori e trasformatori cinesi.
Quando a fine febbraio il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran si è trasformato in qualcosa di più di un’escalation diplomatica, i mercati delle materie prime hanno cominciato a fare i conti con uno scenario che nessun aveva immaginato, con lo Stretto di Hormuz di fatto chiuso, i prezzi dell’energia alle stelle e una fetta non trascurabile della produzione mondiale di alluminio improvvisamente fuori gioco.
Le fonderie del Golfo, che coprono circa il 9% dell’offerta globale, sono state colpite dai raid iraniani e il mercato londinese ha risposto portando i prezzi ai massimi degli ultimi quattro anni.
In questo scenario, c’è però un attore che guarda alla mappa geopolitica con un certo sollievo: la Cina. Non perché ami il caos, ma perché il caos, in questo caso, la favorisce strutturalmente.
L’alluminio cinese e il paradosso dei dazi
La Cina è il più grande produttore mondiale di alluminio primario, ma non lo esporta liberamente. Infatti, Pechino mantiene dazi all’export che trattengono i grandi volumi sul mercato interno, proteggendo la trasformazione manifatturiera nazionale.
Questo ha un effetto amplificatore e quando l’offerta del Golfo si contrae, i prezzi a Londra salgono, ma quelli a Shanghai restano compressi, allargando il differenziale al livello più ampio dal 2022.
Secondo un funzionario della China Non-ferrous Metals Industry Association ha definito i premi internazionali raggiunti dall’alluminio negli ultimi mesi come incredibilmente alti, evidenziando come il mercato sia diventato un gioco di arbitraggio. Lo confermano anche i trader interpellati da Bloomberg che raccontano come dalla fine di marzo i laminatoi cinesi abbiano iniziato a ricevere un flusso crescente di ordini esteri, attratti proprio dal differenziale tra Londra e Shanghai.
I semilavorati di alluminio cinesi, invece, non subiscono le stesse restrizioni del metallo primario, aprendo lo spazio per una crescita record delle esportazioni. La stessa China Non-ferrous Metals Industry Association prevede che le spedizioni di prodotti in alluminio raggiungeranno un nuovo massimo storico nel 2026.
La transizione energetica come moltiplicatore
La guerra ha fatto impennare il prezzo del petrolio e del gas naturale, rendendo le tecnologie clean improvvisamente più competitive non per vocazione ambientalista, ma per pura aritmetica economica. Quando il fossile diventa caro, i pannelli, le batterie e i veicoli elettrici diventano più convenienti in termini relativi. E chi produce quelle cose, in larga misura, è ancora la Cina.
Gotion High-Tech, uno dei principali produttori cinesi di batterie, ha registrato una rinnovata attenzione globale alla transizione verde. Il rame, indispensabile per batterie e infrastrutture elettriche, potrebbe seguire la stessa traiettoria dell’alluminio.
Xinyi Shen, analista senior del Centre for Research on Energy and Clean Air, ha sintetizzato bene questa logica: “quando la domanda globale accelera improvvisamente, i produttori cinesi sono meglio posizionati per rispondere rapidamente”, grazie a costi, scala e integrazione della filiera che nessun altro può replicare nel breve periodo.
Ordini pieni fino a giugno
Sul piano operativo, i dati di mercato raccontano una domanda interna cinese che, nonostante anni di crisi immobiliare, ha tenuto meglio del previsto. Alcune acciaierie hanno il portafoglio ordini pieno fino a giugno, con particolare concentrazione su prodotti destinati ai veicoli elettrici, celle per batterie, piastre di raffreddamento per sistemi di accumulo energetico e data center.
Il mercato sta scommettendo che la guerra acceleri proprio quella transizione che avrebbe dovuto avvenire in modo più graduale.
C’è qualcosa di vagamente grottesco in tutto questo, poiché un conflitto nel cuore della regione che ha costruito la sua ricchezza sugli idrocarburi finisce per spingere la domanda di tecnologie che quegli idrocarburi vorrebbero rimpiazzare.
I mercati non hanno senso dell’ironia, ma ogni tanto ci si avvicinano.
APPROFONDIMENTO

L’alluminio non è più un mercato globale. La fine del prezzo unico
Analisi del mercato dell’alluminio tra crisi del Golfo, sanzioni, energia e tre possibili scenari che ridisegnano supply chain e prezzi globali
L’alluminio non si comporta più come una commodity globale uniforme, ma come una somma di mercati separati che qualche volta si ignorano e altre si contraddicono. La stessa tonnellata di alluminio può essere abbondante o introvabile a seconda di sanzioni, rotte e bollette elettriche.
In questo quadro, il concetto stesso di prezzo unico si svuota. Le distorsioni non sono più eccezioni, ma la struttura portante del mercato, mentre la narrazione della globalizzazione industriale resta più un ricordo che una realtà operativa.
La crisi del Golfo Persico e il nuovo shock di offerta
La guerra nell’area del Golfo Persico ha trasformato un problema logistico in uno shock produttivo vero e proprio. Smelter danneggiati e infrastrutture energetiche fuori uso richiedono tempi di recupero stimati tra 12 e 18 mesi, lasciando una quota rilevante di capacità offline.
Le stime di mercato indicano una possibile carenza di 3-4 milioni di tonnellate nel breve periodo, con una parte consistente legata proprio alle interruzioni mediorientali. Un deficit di questa scala equivale a circa il 10% della supply non cinese, sufficiente a ridisegnare premi regionali e flussi commerciali.
Il risultato non è solo scarsità, ma una nuova geografia del rischio. Assicurazioni, trasporti e accesso alle rotte diventano variabili di prezzo tanto quanto il minerale stesso, con lo Stretto di Hormuz trasformato in un collo di bottiglia strutturale.
Tre scenari per un mercato frammentato
Il futuro dell’alluminio si gioca su tre possibili scenari, tutti profondamente diversi ma ugualmente destabilizzanti. Da un lato, un possibile alleggerimento dei dazi degli Stati Uniti verso fornitori alleati come il Canada.
Dall’altro, una riapertura selettiva del canale russo oggi bloccato dalle sanzioni. Infine, uno scenario di inerzia, in cui nulla cambia e a dominare sono solo energia e costi strutturali. In tutti i casi, non è più la domanda a guidare il mercato, ma la politica industriale e geopolitica.
Nel primo scenario, Washington potrebbe allentare le barriere tariffarie su importazioni canadesi, oggi penalizzate da misure come la Section 232. Il Canada, forte della propria produzione idroelettrica, resta già il principale fornitore esterno degli Stati Uniti. Ma il punto non sono i volumi, quanto chi paga il prezzo delle distorsioni, oggi scaricato sui premi del Midwest.
Un allentamento dei dazi ridurrebbe le tensioni sui costi industriali americani senza cambiare la struttura del mercato globale. Eppure, questa soluzione non eliminerebbe il problema dal momento che sposterebbe soltanto il peso lungo la catena del valore, lasciando intatta la frammentazione tra mercati regionali.
Il secondo scenario riguarda il possibile riassorbimento parziale dell’alluminio russo nel circuito occidentale. Un’opzione oggi politicamente sensibile, ma potenzialmente utile in caso di shock prolungati. Una quota stimata di circa 270.000 tonnellate di metallo già nei circuiti di borsa potrebbe tornare liquidabile in poche settimane, modificando rapidamente la percezione di scarsità per alcuni operatori.
In questo caso il punto cruciale sarebbe la disuguaglianza regolatoria. Lo stesso metallo diventerebbe utilizzabile per alcuni e illegale o impraticabile per altri, in particolare nell’Unione Europea e nel Regno Unito, dove vincoli normativi e reputazionali restano stringenti. Il risultato di questo scenario sarebbe paradossale perché non provocherebbe un ritorno del mercato ma la sua ulteriore segmentazione.
Nel terzo scenario, quello di continuità, il fattore decisivo non sarebbero più i dazi, ma l’energia. I costi elettrici elevati e la competizione con nuovi consumi, in particolare legati all’espansione dei data center, stanno ridefinendo la redditività degli smelter. In questo contesto, la sopravvivenza industriale dipende dalla disponibilità di elettricità stabile e a basso costo, più che dalle politiche commerciali.
Il CBAM europeo aggiunge pressione, rendendo più costoso produrre con mix energetici ad alta intensità di carbonio. Le conseguenze sono già visibili: chi ha accesso a energia idroelettrica o rinnovabile consolida posizioni, mentre le aree industriali esposte rischiano una progressiva deindustrializzazione silenziosa.
Una commodity che ha perso la sua unità
In tutti gli scenari, il punto comune è lo stesso e cioè che l’alluminio non è più un mercato unico, ma una costellazione di sistemi separati. Il prezzo non rappresenta più una verità globale, ma solo un frammento locale di equilibrio temporaneo. Le regole (sanzioni, energia, carbonio) contano ormai quanto la domanda.
Nel nuovo mondo in cui ci troviamo, si continua a parlare di mercato globale mentre si opera in economie sempre più chiuse e selettive.
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