Buongiorno,

condivido con te le ultime notizie dalla Borsa LME relative alla scorsa settimana ed alcuni approfondimenti dal mondo dei metalli.

I valori negativi LME della scorsa settimana diventano il trampolino di lancio per nuove tendenze positive.

Un breve racconto che si svolge all’interno di un riferimento statistico del 2% nel suo complesso. Il dato per l’esattezza è quello dell’1,6 % ovvero la perdita di valore che ha registrato l’euro nei confronti del dollaro tra il 28 ottobre e il 5 novembre, per poi, da questa data e fino a venerdì scorso vedere la nostra moneta recuperare lo 0,7% rispetto a quella statunitense.

Un ambito fatto decisamente da elementi classificabili come “micrometrici”, ma significativi per raccontare le evoluzioni dei prezzi USD 3mesi dei metalli industriali quotati al LME nello stesso periodo e in particolare nel corso dell’ultima settimana.

La cronaca del periodo ha registrato un inizio di settimana con una situazione di relativa pressione da parte di tutto il listino degli “industriali” e che poi è stato il momento di massimo relativo dei valori rapportati al dollaro di tutti i metalli.

Un punto finale in relazione alla “cinquina” di sedute di Borsa che ha visto retrocedere dell’1,28% l’indice LMEX come consueto elemento di sintesi. L’analisi, è opportuno ripeterlo, si svolge nell’ambito di una scala di valori molto ristretta nei termini delle singole definizioni, ma importanti per collocare i prezzi dollari 3mesi in fasi particolari nei loro indirizzi.

Rame al minimo relativo del periodo

Il Rame aprirà la settimana di Borsa in un contesto di quotazione che sarà anche quello del suo minimo relativo; pertanto, la zona operativa d’interesse sarà quella dei 10700 USD 3mesi in su, ma ancora mitigata dal vantaggio dell’euro rispetto al dollaro.

Probabili ulteriori incrementi per lo Zinco

Lo Zinco ha dato evidenza che la sua quotazione LME è supportata da una significativa richiesta di metallo anche in termini di “fisico”, elemento per il quale non si potranno che vedere ulteriori incrementi della quotazione di Borsa.

Le Leghe, Ottone e Zama

Il fattore valutario giocherà un ruolo fondamentale nelle determinazioni dei prezzi in euro delle leghe a base di Rame e di Zinco. La stabilità del prezzo dell’Ottone e soprattutto della barra, vista la settimana scorsa reggerà nel corso di questa, con la possibilità che sia destinato a crescere a livello di quotazioni in euro.

Una situazione che sarà decisamente più marcata per la Zama e determinata dall’esaurimento del vantaggio della formula di fissazione del prezzo medio periodico della lega nelle sue varie declinazioni di composizione, andando pertanto a collocarsi “in presa diretta” con il perdurare della fase positiva dello Zinco al LME.

Leggera flessione per l’Alluminio dopo il rally

La ridotta flessione registrata dall’Alluminio la settimana scorsa, andrà letta in questa come un elemento di opportunità nello sfruttamento della situazione di minimo relativo del suo valore USD 3mesi, senza comunque attendersi progressioni positive rilevanti della quotazione di Borsa.

Stabile il Nichel nei pressi della quota 15000

La ricollocazione del prezzo del Nichel 3mesi, nei pressi della linea dei 15mila dollari non era certo un’ipotesi da considerare anche in funzione della buona seconda metà di ottobre. L’attuale orientamento per il metallo è quello di una collocazione anche sotto la soglia dei 15mila dollari, senza che al momento siano presenti elementi importanti per un cambio d’indirizzo in tempi ravvicinati, situazione opposta che in ogni caso potrebbe avere luogo nell’eventualità di uno stato di ripresa diffusa degli altri “industriali” al LME.

Imminente inversione di tendenza per il Piombo?

La quotazione del Piombo è certamente nell’ambito di un precario momento di massimo relativo e che non si era più riproposto a questi livelli dalla terza decade di luglio; pertanto, la previsione è quella di un’imminente inversione di tendenza.

Escluse regressioni per lo Stagno che raggiungerà quota 36000

Il raggiungimento della soglia dei 36mila dollari 3mesi è sempre a un passo per lo Stagno e formalmente considerata tale come base d’acquisto da parte degli utilizzatori, che continuano a escludere una regressione significativa del suo riferimento dollari 3mesi.

Lingotti di alluminio

Lasciate perdere oro e rame. È l’alluminio che sta riscrivendo gli equilibri industriali

Non fa rumore come il rame né gode dell’aura strategica delle terre rare, ma è il metallo che oggi tiene il mondo in bilico tra carenze di offerta e dipendenza dalla Cina.

Nel silenzio dei mercati, l’alluminio è diventato protagonista.

Il suo prezzo, vicino a 2.900 dollari a tonnellata, è ai massimi da tre anni e rientra nel 5% più alto della fascia storica tra il 1990 e il 2025 (Bloomberg). Nonostante l’attenzione della politica sia rivolta ad altri metalli più di moda, questo grigio e leggero materiale resta essenziale per la vita moderna: dagli aerei agli smartphone, dalle auto elettriche alle lattine. Con un valore di consumo annuo di quasi 300 miliardi di dollari, è il più grande tra i metalli non ferrosi.

Eppure, dietro la sua apparente abbondanza, si nasconde un enorme paradosso.

L’alluminio, pur essendo diffuso nella crosta terrestre, richiede un’enorme quantità di energia per essere raffinato visto che produrne una tonnellata consuma tanta elettricità quanto cinque case tedesche in un anno. Non a caso viene definito “elettricità solida”.

La Cina e il suo dominio sull’alluminio

Negli ultimi 25 anni, la Cina ha costruito un impero fondato su questo metallo. Grazie al basso costo dell’elettricità proveniente dal carbone, Pechino ha soddisfatto da sola la crescita della domanda mondiale, arrivando a produrre oltre 43 milioni di tonnellate di alluminio primario all’anno, contro i soli 6 milioni della fine degli anni ’90.

Ma il ciclo espansivo cinese è arrivato al limite. Dal 2025, la produzione domestica toccherà il tetto imposto dal Partito Comunista a 45 milioni di tonnellate. Nel frattempo, la domanda globale continua a crescere di 2-3 milioni di tonnellate l’anno, mentre in Europa gli impianti chiudono a causa dei costi energetici insostenibili. Le scorte mondiali, già ai minimi, accentuano il rischio di un imminente squilibrio tra offerta e domanda.

Indonesia, la nuova frontiera (con ombra cinese)

Per aggirare i limiti interni, le compagnie cinesi stanno spostando la produzione in Indonesia, dove abbondano carbone, manodopera a basso costo e materie prime. Gruppi come Tsingshan, Hongqiao e Nanshan stanno costruendo giganteschi impianti di fusione, replicando la strategia che trasformò il paese in un leader mondiale del nichel un decennio fa.

Se tutti i progetti andranno in porto, l’Indonesia potrebbe quintuplicare la produzione entro il 2030, diventando il quarto produttore mondiale dietro Cina, India e Russia. Tuttavia, i costi più alti rispetto alla Cina e l’assenza di innovazioni tecnologiche paragonabili a quelle viste nel settore del nichel potrebbero frenare questa espansione. Anche l’Africa entra in scena, con impianti in costruzione in Angola alimentati da energia idroelettrica.

Prezzi più alti o maggiore dipendenza dalla Cina?

Gli scenari possibili sono due, entrambi poco rassicuranti. O i prezzi saliranno fino a toccare nuovi record, spingendo i costi di produzione in tutto il mondo, oppure il controllo del mercato globale finirà ancor più nelle mani delle aziende cinesi, che estenderanno la loro influenza tramite progetti offshore.

L’esito più probabile? Si verificherà un compromesso che porterà a prezzi più alti, ma non esplosivi, e un’espansione cinese decentrata che, attraverso Indonesia e Africa, manterrà il metallo grigio al centro della geopolitica industriale mondiale.

In ogni caso, l’alluminio non sarà più il materiale silenzioso e scontato di ieri. Sta diventando, di fatto, il nuovo termometro della globalizzazione industriale.

Nessuno lo aveva mai fatto! La Cina ha il reattore al torio che trasforma la fissione

Gli scienziati cinesi sono riusciti a convertire il torio-232 in uranio-233 all’interno di un reattore sperimentale a sali fusi di torio, convalidando la fattibilità tecnica del ciclo del combustibile al torio.

In un laboratorio sperimentale incastonato nel deserto del Gobi, la Cina ha segnato un traguardo che potrebbe cambiare il futuro dell’energia nucleare.

Un gruppo di scienziati del Shanghai Institute of Applied Physics, appartenente all’Accademia Cinese delle Scienze, ha annunciato di aver realizzato, per la prima volta al mondo, la conversione del torio in uranio all’interno di un reattore a sali fusi.

Il successo, ottenuto sei mesi dopo aver caricato nuovo combustibile nel reattore sperimentale, dimostra la fattibilità tecnica del ciclo del combustibile al torio e proietta Pechino in testa alla corsa globale verso la prossima generazione di reattori nucleari.

Il “bruciare mentre genera”, un ciclo autosufficiente

La chiave del risultato risiede nella capacità del torio-232 di catturare neutroni e trasformarsi in uranio-233, un isotopo fissile che alimenta la reazione a catena. Questo processo crea un ciclo “burn while breeding”, ovvero un sistema che produce la propria riserva di combustibile mentre genera energia.

Il reattore a sali fusi, definito una tecnologia di quarta generazione, utilizza sali fusi ad alta temperatura come fluido di raffreddamento, eliminando la necessità dell’acqua e riducendo i rischi di fusione del nocciolo o di esplosioni di pressione.

Secondo Dai Zhimin, direttore dell’istituto, questo tipo di reattore “offre sicurezza intrinseca, funzionamento a bassa pressione e alta efficienza termica”, caratteristiche che lo rendono il candidato ideale per sfruttare le immense risorse di torio disponibili nel paese.

Torio: l’oro invisibile dell’energia cinese

Il torio, elemento circa tre volte più abbondante dell’uranio, non è direttamente fissile e non può essere utilizzato per scopi militari. È per questo che viene considerato un combustibile pulito e non proliferante.

In Cina, dove le risorse di torio sono enormi, si ipotizza che le riserve possano sostenere il fabbisogno energetico nazionale per decine di migliaia di anni. Un’indagine resa pubblica di recente, basata su studi geologici condotti in Mongolia Interna, stima che solo i rifiuti di cinque anni di estrazione da una singola miniera di ferro contengano abbastanza torio per alimentare le case statunitensi per oltre un millennio.

Nel distretto minerario di Bayan Obo, il potenziale di torio stimato raggiungerebbe il milione di tonnellate, una quantità sufficiente, secondo alcuni scienziati locali, a garantire energia alla Cina per 60.000 anni.

Verso la commercializzazione entro il 2035

Il successo sperimentale non rappresenta ancora la svolta definitiva, ma costituisce un passo decisivo verso l’obiettivo dichiarato da Pechino: costruire entro il 2035 un prototipo da 100 megawatt termici e, successivamente, avviare la produzione su scala commerciale.

Tutti i componenti chiave del reattore sono stati realizzati internamente, segno della volontà di sviluppare una filiera industriale autonoma per la tecnologia al torio.

Come ha sottolineato Dai Zhimin, il progetto “accelera l’innovazione tecnologica e la trasformazione ingegneristica, offrendo alla Cina una soluzione energetica sicura, affidabile e interamente sotto controllo nazionale”.

La corsa globale al reattore del futuro

Con l’unico reattore a sali fusi operativo al mondo, la Cina consolida la propria posizione di leadership nel settore della fissione avanzata. Mentre molti paesi si concentrano sulla fusione nucleare o su piccoli reattori modulari, Pechino punta su una via meno esplorata ma potenzialmente rivoluzionaria: quella del torio.

Se la tecnologia dimostrerà la sua sostenibilità e sicurezza anche su scala industriale, potrebbe aprire una nuova era per l’energia nucleare, più pulita, più sicura e, forse, virtualmente inesauribile.

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