Buongiorno,
condivido con te le ultime notizie dalla Borsa LME relative alla scorsa settimana ed alcuni approfondimenti dal mondo dei metalli.
L’analisi delle attribuzioni dei prezzi degli “industriali” al LME sarà la chiave per proteggere i margini e guidare gli acquisti al riparo dai massimi di periodo
Nella semplice presa d’atto delle quotazioni di Borsa dei metalli industriali, il quadro d’insieme può definirsi senza dubbio particolare e non privo di incognite.
L’indice LMEX ha registrato la terza variazione consecutiva in campo positivo collocandosi a 5.455 e oltre al progresso di quasi il 3% rispetto a otto giorni fa ha ristabilito il livello d’incremento da inizio anno di circa 7 punti percentuali.
Il contesto che sta determinando le fissazioni delle quotazioni di Borsa dei metalli è descrivibile come un cerchio di autoreferenzialità, dove gli incroci tra chi vende e chi compra metalli sono incredibilmente la faccia di una stessa medaglia, utile solamente a far crescere i prezzi, dove il sottostante non è rappresentato da una logica componente monetaria, ma dal timore di trovarsi senza la possibilità di avere materia prima per chi compra e l’ansia di mancare l’occasione nel piazzarla, anche anzitempo, per chi vende.
A esclusione dell’Alluminio, in “backwardation” da diverse ottave, le quote dei “contango sono scese sensibilmente nelle determinazioni di Rame e Zinco, riportando i valori USD 3mesi ai momenti dei picchi positivi di metà marzo.
I massimi relativi attuali saranno quindi gli elementi da analizzare con la massima attenzione e cosa fondamentale sapergli dare la giusta connotazione nella fase della loro formazione.
Il comparto speculativo-finanziario, al momento attuale risulta totalmente fuori dai giochi e di conseguenza senza alcun ruolo specifico al LME.
Punto di massimo relativo per il Rame
L’importante punto di massimo relativo toccato dal Rame ha anche sancito il suo momento di maggiore ampiezza della quotazione dollari 3mesi dalla metà di marzo, tendenza alimentata dagli spiragli diplomatici per l’apertura di un tavolo di trattativa tra USA e Iran. Il momento di un possibile stato di rimodulazione verso il basso del Rame ha avuto inizio nelle ultime ore della seduta del 10 aprile, ma potrebbe intensificarsi visti gli esiti poco promettenti del primo round diplomatico in Pakistan.
Zinco in ottimo stato
Lo Zinco ribadirà in avvio di settimana il suo ottimo stato della quotazione in dollari. La parentesi del prezzo 3mesi al di sotto della linea di 3300 USD ha dato l’evidenza di un momentaneo intervallo della sua intensità rialzista determinando un riferimento di minimo relativo.
Le Leghe, Ottone e Zama
Le leghe presenteranno due progressioni di prezzi con prospettive differenti. La Zama proseguirà nel rinforzare la progressione del prezzo medio, mentre l’Ottone vedrà ridursi già entro metà ottava l’incremento delle quotazioni base, costruite dal valore di massimo del Rame dei giorni scorsi.
Alluminio al bivio
I ripetuti minimi relativi riportati dall’Alluminio a cavallo delle sedute di giovedì 9 e venerdì 10 aprile hanno permesso al metallo di avviare una fase di rialzo del prezzo 3mesi al di sopra dei 3500 dollari, esaurendo il dato tendenziale negativo. L’Alluminio avrà due opzioni, ribassista se seguirà l’indirizzo generale atteso per gli “industriali”, oppure rialzista nel caso si legasse alle tensioni dello Stretto di Hormuz.
Nichel in cerca di un punto di stabilità
Una linea di stabilità compresa tra i 17100 e i 17200 dollari guiderà il percorso del Nichel per tutta la settimana, situazione che eviterà al metallo di imbattersi in nuove collocazioni di minimo relativo come quelle viste in avvio della scorsa ottava di Borsa.
Previsioni di rialzo per il Piombo
Una strada soltanto attenderà il Piombo nelle sedute settimanali al LME e sarà rialzista, abbandonando così una situazione di prezzo 3mesi troppo schiacciata sulla linea di 1900 dollari.
Stagno in ambito positivo malgrado un po’ di incertezza
Lo Stagno manterrà l’ambito positivo di progressione del prezzo USD 3mesi nonostante il temporaneo stato d’incertezza del suo indirizzo registrato nel corso della seduta del 9 aprile, puntando al mantenimento della soglia di stabilità posta oltre i 48200 dollari.
UNO SGUARDO ALLA REALTA’ PRODUTTIVA

Golfo, il maggiore produttore di alluminio blocca parte delle consegne
Emirates Global Aluminium ha invocato la clausola di “forza maggiore” su alcune forniture, mentre l’alluminio sale a 3.498 dollari. Sullo sfondo, la chiusura dello Stretto di Hormuz minaccia una cascata di tagli produttivi nel Golfo.
Emirates Global Aluminium ha invocato la clausola di force majeure su alcuni contratti di fornitura dopo che il sito produttivo di Al Taweelah, negli Emirati Arabi Uniti, è stato colpito da missili e droni iraniani nei primi giorni di aprile.
La notizia, documentata da Bloomberg News, è arrivata mentre nel Golfo Persico andava in scena l’ennesima escalation del conflitto USA-Israele-Iran, esploso ufficialmente a fine febbraio. Il più grande produttore di alluminio del Medio Oriente ha dovuto fermare le operazioni in uno dei suoi impianti principali e le ripercussioni sul mercato globale sono già visibili.
Al Taweelah non è un impianto qualsiasi dal momento che EGA, nel 2025, ha prodotto 1,6 milioni di tonnellate di alluminio, posizionandosi tra i giganti mondiali del settore.
Il Medio Oriente nel suo complesso copre circa il 9% della produzione globale di alluminio, rifornendo produttori di Europa, Asia e USA. Numeri che danno la misura di quanto un conflitto regionale possa trasformarsi rapidamente in un problema industriale globale, dal packaging alimentare all’automotive, dall’edilizia all’aerospazio.
Lo Stretto che strangola la catena produttiva
La chiusura effettiva dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran stava già mettendo in ginocchio i produttori regionali ben prima che i missili colpissero Al Taweelah.
Attraverso quello stretto transitano le materie prime critiche per la produzione di alluminio, e la sua interruzione ha lasciato gli impianti a corto di input essenziali, come per esempio l’allumina. L’attacco agli impianti di alluminio è stato l’evento più drammatico per il settore, ma il vero problema è la paralisi logistica che dura da settimane.
Gli operatori del comparto, dopo il mancato accordo tra USA e Stati Uniti per cessare il conflitto, guardano con preoccupazione al potenziale effetto a cascata che si innescherà se lo Stretto non riaprirà in tempi brevi, con tagli alla produzione che si moltiplicheranno, coinvolgendo non solo EGA ma l’intero ecosistema produttivo del Golfo.
I futures dell’alluminio e il nervosismo dei mercati
I mercati, come sempre, hanno fatto i loro conti prima ancora che le macerie si raffreddassero. I futures dell’alluminio al London Metal Exchange hanno segnato venerdì 1,6% in rialzo, a 3.498,50 dollari per tonnellata, confermando la terza settimana consecutiva di guadagni, con un incremento settimanale dello 0,8%.
Non è panico, ma è un segnale chiaro di come gli operatori stiano prezzando il rischio di una carenza prolungata, non di un’interruzione temporanea.
La logica è quella classica dei mercati delle materie prime sotto stress geopolitico: si compra sull’incertezza, si vende quando la nebbia si dirada. Il problema è che in questo caso la nebbia potrebbe durare a lungo.
Con uno smelter fermo, contratti in force majeure e uno stretto commerciale bloccato, le variabili in gioco sono troppe per scommettere su una normalizzazione rapida.
Naturalmente, le crisi che colpiscono la produzione mediorientale finiscono per avvantaggiare i produttori rimasti in piedi, quelli fuori dall’area di conflitto.
Chi produce alluminio in Cina, nel Golfo del Messico o negli Stati Uniti guarda il mercato in tensione come una potenziale opportunità, anche se l’instabilità del Golfo potrebbe creare problemi ben oltre i confini mediorientali.
APPROFONDIMENTO

Tra guerra e dazi l’industria dell’alluminio si riorganizza
La guerra nel Golfo ha messo in crisi il mercato globale dell’alluminio, tra interruzioni logistiche, dazi e aggiustamenti industriali che rivelano fragilità strutturali.
Quando una crisi regionale riesce a comprimere quasi il 9% della capacità globale di fusione di alluminio, diventa un problema per tutto il mondo.
Il conflitto nel Golfo Persico ha messo sotto pressione un mercato già strutturalmente delicato, spingendo i prezzi su livelli che gli stessi operatori industriali considerano troppo elevati.
La chiusura dello stretto dello Stretto di Hormuz, il punto di passaggio di una parte importante dei flussi energetici e metallurgici globali, ha innescato un effetto domino che parte dalla logistica e arriva fino ai listini dei prezzi di molti materiali.
E i mercati hanno reagito prima ancora di capire quanto durerà davvero la crisi.
I produttori statunitensi hanno già iniziato a riorganizzare le proprie catene di approvvigionamento, cercando alluminio primario da aree considerate più sicure, come il Canada.
Una strategia quasi automatica in questi contesti con grossi limiti, visto che non tutti i prodotti sono intercambiabili, soprattutto quando si parla di billette per estrusione. In questi casi le alternative scarseggiano e i tempi di adattamento si allungano. In altre parole, il mercato trova sempre un equilibrio, ma nel frattempo qualcuno resta scoperto.
Quando la guerra entra in fabbrica
Durante questa guerra tra israeliani, americani e iraniani, il mondo ha scoperto cosa può accadere quando i siti industriali diventano obiettivi militari. I due impianti di alluminio colpiti dai missili dell’Iran hanno segnato un cambio di scenario che ha spaventato il mercato dell’alluminio, spingendo i prezzi oltre i 3.500 dollari per tonnellata, mentre alcuni analisti ipotizzano di vedere presto i 4.000 dollari.
Questo tipo di eventi introduce una variabile difficile da prezzare. Non è solo il rischio di fermo produttivo, ma quello di perdita di capacità nel medio periodo. E soprattutto, è il segnale che la geografia industriale non è più neutrale. Inoltre, è ragionevole domandarsi quanto sia sostenibile produrre in aree geopoliticamente instabili quando la domanda globale non potrebbe permettersi interruzioni.
Dazi e politica: il mercato secondo Washington
In questo contesto, Donald Trump ha deciso di modificare i suoi dazi sulle importazioni di acciaio, alluminio e rame per ridurre le aliquote doganali sui prodotti derivati realizzati con questi metalli, semplificare la conformità ed evitare la sottostima del valore delle importazioni.
Gli Stati Uniti manterranno un dazio di importazione del 50% su acciaio, alluminio e rame ai sensi della Sezione 232 del Trade Act del 1974, ma applicheranno l’aliquota ai prezzi pagati dai clienti statunitensi.
Non è chiaro come saranno determinati il prezzo di vendita e il conseguente dazio. Nel complesso, le modifiche non dovrebbero comportare differenze economiche sostanziali rispetto al precedente regime tariffario.
Nel mezzo di questa tempesta, è interessante notare come i rottami di alluminio (ma non solo) smettano di essere una scelta ambientale per diventare una necessità industriale oltre che una risorsa strategica per ogni paese. Parallelamente, anche sul fronte logistico si osserva una riconfigurazione con rotte terrestri alternative nel Medio Oriente che cercano di compensare le difficoltà marittime.
Non sono soluzioni perfette, ma funzionano abbastanza da evitare il collasso.
Un equilibrio instabile nel disordine
DI fatto, per il momento, il sistema sembra reggere, ma non bisogna dimenticare che crisi di questa dimensione lasciano cicatrici e costi che possono diventare strutturali. Inoltre, il mercato continua a rimanere volatile e, tra diversificazione delle fonti, più riciclo e interventi normativi, il mercato dell’alluminio sta lentamente ridefinendo i propri equilibri.
Tuttavia, questa stabilizzazione non è lineare né indolore, con costi aggiuntivi, inefficienze e nuove dipendenze. Alla fine, il settore industriale dell’alluminio si adatterà perché costretto, ma non certo perché possa permetterselo.
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