Buongiorno,
condivido con te le ultime notizie dalla Borsa LME relative alla scorsa settimana ed alcuni approfondimenti dal mondo dei metalli.
I “numeri” della settimana mostrano prezzi in tenuta, allontanando l’ipotesi di ulteriori ribassi
La ricerca dei “numeri giusti” è un’arte, ma una volta individuati o meglio dire “imbrigliati”, occorre metterli a frutto o per dare la definizione più appropriata, a reddito.
Una frase che in breve fa la corretta sintesi di quello che è avvenuto al LME negli ultimi otto giorni. Le sequenze numeriche dei prezzi, che poi non sono altro che un insieme di “monoliti amorfi” devono necessariamente prendere vita sulla base delle esigenze di ciascuna azienda e dare a questi codici numerici delle funzionalità effettive, traducibili economicamente in risparmi o guadagni.
Nulla di teorico, ma tutto portato all’estrema praticità e velocità nel cogliere e bene, le occasioni che si stanno susseguendo da inizio settembre alla Borsa londinese dei metalli.
La settimana degli “industriali” non è stata tra le più brillanti, la prova viene dall’evidenza in calo dell’indice LMEX, ritornato a scendere a quota 5701 e riportare una contrazione su base settimanale dell’1.7 come dato percentuale.
Una settimana particolare per il Rame
Il Rame ha vissuto una settimana molto particolare al LME con tre momenti ben distinti in soli otto giorni, è quindi opportuno conoscerli per affrontare con maggiore consapevolezza l’indirizzo di tendenza della “cinquina” di sedute che inizierà lunedì 19 ottobre.
La prima fase di massimo relativo registrata in avvio della scorsa settimana ha sancito l’inizio di una stabilizzazione alta del “metallo rosso”, poi interrotta da un minimo relativo che ha riportato al ribasso la quotazione USD 3mesi, infine una ripresa che alla partenza di questa settimana fa pensare ad un profilo orientato nuovamente alla stabilità.
Zinco indebolito nella scorsa settimana
Lo Zinco è uscito dall’ultima settimana LME abbastanza indebolito nella sua determinazione al LME. Il prezzo si manterrà arretrato e quindi in un ambito di soglia molto più ridimensionato rispetto allo scorso avvio di ottava, seppure la sua linea “di esercizio” si collocherà senza tensioni al di sopra del valore di 3700 dollari 3mesi.
Le Leghe, Ottone e Zama
I relativi stati di debolezza che accomuneranno in Borsa Rame e Zinco, condizioneranno in modo significativo le quotazioni di Ottone e Zama, orientando i riferimenti delle rispettive basi di prezzo a delle determinazioni piuttosto nitide di stabilità per l’intera settimana.
Una nuova fase di crescita per l’Alluminio?
Un percorso più chiaro, per dire incontrovertibile, lo assumerà l’Alluminio nella sua definizione di valore al LME. L’evento statistico riferito nel valicare verso il basso la linea di 3mila USD 3mesi e che non si verificava da inizio anno, ha come riacceso il metallo e ora per l’Alluminio si apre la strada per una nuova fase di crescita.
Settimana più tranquilla in vista per il Nichel
Il Nichel non presenterà la vivacità attesa per l’Alluminio, ma i presupposti per mettersi alle spalle settimane piuttosto complesse nella sua valorizzazione di Borsa non mancheranno, individuando la linea minima d’invalicabilità del suo riferimento 3 mesi, posta a ridosso di 15300 dollari.
Piombo e il tabù dei 1900 USD / 3 mesi
Il tabù del Piombo è quello di non riprendere la soglia di quotazione oltre i 1900 dollari 3mesi, una sorta di “cabala” che difficilmente nel corso di questa settimana verrà scongiurata, a meno che l’antidoto sia una diffusa e generalizzata ripresa di tutto il listino degli “industriali”.
Stagno al momento appetibile per chi acquista
Lo Stagno ha intrapreso una nuova via a riguardo della collocazione di Borsa, riducendo il suo riferimento in dollari di oltre cinque punti percentuali. Una situazione di quotazioni che al momento appaiono “buone” per tutti coloro che qualche settimana fa si erano fatti sfuggire lo Stagno in area 51mila USD 3mesi e ora in vera opzione di ripescaggio, con il metallo in contrazione di ulteriori mille dollari e il “biglietto verde” risultare meno pressante nei confronti dell’euro.
UNO SGUARDO ALLA REALTA’ PRODUTTIVA

L’Indonesia prepara nuovo alluminio: 4,5 milioni di tonnellate nel 2030
L’Indonesia punta a diventare un grande polo dell’alluminio grazie alla bauxite, ai capitali cinesi e agli investimenti pubblici. Ma tra capacità annunciata e metallo disponibile restano centrali da costruire, riserve da preservare e il rischio di ripetere gli eccessi del nichel.
L’Indonesia promette l’alluminio di cui il mercato ha bisogno.
Possiede bauxite, attira capitali cinesi e ha un governo deciso a trattenere nel paese una quota maggiore del valore delle proprie materie prime. Il punto debole è però l’elettricità, poiché senza centrali, reti e impianti avviati nei tempi giusti, le tonnellate annunciate potrebbero restare sulla carta.
Il momento, almeno commercialmente, sembra favorevole. Tra conflitti, sanzioni e dazi, una parte dell’offerta mondiale è diventata meno accessibile o più vulnerabile: il metallo russo, quello del Golfo Persico e le forniture canadesi dirette negli Stati Uniti.
La guerra tra Iran, Israele e Stati Uniti ha aggravato le interruzioni nel Golfo, mentre l’industria occidentale continua a confrontarsi con costi energetici difficili da sostenere.
In questo mercato frammentato, India e Indonesia acquistano importanza come possibili poli alternativi. Ma disponibilità geologica e disponibilità commerciale sono due cose diverse. Ed è nello spazio che le separa che si misurerà l’ambizione indonesiana.
Dalla bauxite al metallo: una politica industriale costruita sui divieti
La base mineraria è consistente. L’Indonesia dispone della quarta maggiore dotazione mondiale di bauxite dopo Guinea, Australia e Vietnam, con 7,8 miliardi di tonnellate di risorse e circa 2,8 miliardi di tonnellate di riserve contenenti 534 milioni di tonnellate di alluminio.
All’interno di questo patrimonio, le riserve provate ammontano a 1,01 miliardi di tonnellate di minerale, equivalenti a 194 milioni di tonnellate di metallo. Il ministero indonesiano dell’Energia e delle Risorse Minerarie indica che il 65% delle riserve presenta un tenore di allumina superiore al 46%, secondo i dati del 2025.
Il principale baricentro è il Kalimantan Occidentale. Altri giacimenti si trovano nelle Isole Riau, nel Kalimantan Centrale e a Bangka Belitung. È attorno a questa geografia che il governo sta cercando di costruire una filiera capace di trasformare il minerale in allumina e poi in alluminio, anziché limitarsi ad esportare bauxite.
La leva scelta è stata il controllo delle esportazioni.
Dopo il blocco del minerale di nichel nel gennaio 2020, nel giugno 2023 è arrivato quello sulla bauxite, seguito nel 2024 dal divieto sui concentrati di rame. La legge mineraria n. 3/2020 ha accompagnato questa svolta, imponendo ai produttori di bauxite di rifornire gli impianti nazionali e incentivando gli investimenti nella raffinazione attraverso il sistema delle quote di esportazione.
Il presidente Prabowo Subianto ha inserito la trasformazione industriale delle materie prime nel programma Asta Cita, articolato in otto aspirazioni e 17 programmi prioritari. A sostenerlo finanziariamente è arrivata nel 2025 Danantara Indonesia, l’agenzia pubblica di investimento incaricata di coordinare le imprese statali e rafforzare industrializzazione ed esportazioni.
Nel 2026 la prima fase del programma ha mobilitato un portafoglio infrastrutturale da sette miliardi di dollari. Ne fanno parte due progetti allumina-alluminio a Mempawah, nel Kalimantan Occidentale, sotto il conglomerato minerario pubblico MIND ID.
La Cina trova spazio oltre il proprio tetto produttivo
L’interesse cinese in Indonesia è forte e risponde anche a un vincolo interno. Nel 2025 la produzione primaria della Cina ha raggiunto 45,05 milioni di tonnellate, superando leggermente il tetto autoimposto di 45 milioni annui. Con margini limitati per ampliare ulteriormente la capacità nazionale, costruire all’estero diventa la strada più facilmente percorribile.
L’Indonesia offre minerale e sostegno governativo. Inoltre, la Guinea, primo fornitore di bauxite della Cina, sta valutando restrizioni alle esportazioni per sviluppare una propria industria dell’allumina. Per gli investitori cinesi, diversificare significa quindi anche ridurre l’esposizione alle decisioni dei paesi fornitori.
Secondo alcune fonti, 34 dei 45 progetti indonesiani della filiera bauxite-alluminio, circa il 75%, sono finanziati da società cinesi, direttamente o attraverso società miste con operatori locali. Non si tratta soltanto di denaro ma anche di reti logistiche, centrali dedicate e infrastrutture di collegamento.
L’autonomia industriale cercata dall’Indonesia prende dunque forma anche grazie a una forte concentrazione di capitale straniero. Il valore aggiunto può rimanere maggiormente nel paese senza che questo elimini la dipendenza da chi finanzia e organizza la nuova capacità.
Secondo il Centre for Research on Energy and Clean Air (CREA), la capacità di allumina destinata alla produzione di metallo dovrebbe passare da 7 milioni di tonnellate annue nel 2025 a 32,5 milioni nel 2030.
Per l’alluminio primario, il percorso previsto porta da 1,5 milioni di tonnellate di capacità nel 2025 a 4,5 milioni nel 2030, se i progetti saranno realizzati.
Carbone e riserve: il conto della crescita accelerata
Ma una filiera di queste dimensioni consuma rapidamente anche una dotazione mineraria importante. Secondo CREA, il programma potrebbe esaurire in meno di dodici anni il miliardo circa di tonnellate di riserve provate di bauxite.
Inalum ha avvertito che l’alluminio rischia di ripercorrere la strada del nichel, con una crescita rapida, un eccesso di capacità e forte pressione al ribasso sui prezzi, insieme a un maggiore sfruttamento delle risorse. Perciò la richiesta al governo è di ricalibrare i piani prima che la corsa agli investimenti produca squilibri difficili da correggere.
Sul versante energetico, il settore dispone già di circa 9,8 gigawatt di centrali a carbone dedicate. Una trentina di nuovi progetti potrebbe aggiungere altri 8 gigawatt.
Petromindo individua, inoltre, circa 10,3 gigawatt di capacità elettrica nei principali progetti collegati alla filiera, di questi, 8 gigawatt sono associati al carbone. Il fabbisogno potenziale individuato da Petromindo sfiora 45 milioni di tonnellate di carbone all’anno.
Le tonnellate disponibili arriveranno dopo quelle annunciate
Il divario tra capacità nominale e produzione effettiva di alluminio evidenzia la difficoltà dell’operazione. A fronte di 1,5 milioni di tonnellate di capacità nel 2025, la produzione è stimata tra 730.000 e 880.000 tonnellate. Per il 2026 la previsione sale a 1,30-1,45 milioni; per il 2027 a 2,60-2,70 milioni.
Se la produzione del 2027 raggiungesse davvero 2,60-2,70 milioni di tonnellate, l’Indonesia diventerebbe una fonte significativa di offerta aggiuntiva. Ciò non equivale, però, ad una risposta immediata alla carenza mondiale di alluminio, visto che la piena realizzazione del programma arriverà soltanto verso il 2030.
Per chi compra, vende o finanzia alluminio, il dato da seguire non è quindi soltanto la capacità annunciata. Sono le date di entrata in servizio delle centrali, i collegamenti alla rete e l’avviamento delle linee a dire quando il metallo diventerà realmente disponibile.
L’Indonesia può cambiare gli equilibri dell’offerta, purché riesca a far convergere questi cantieri senza consumare troppo rapidamente le proprie riserve e senza costruire un nuovo eccesso produttivo alimentato a carbone.
APPROFONDIMENTO

Rottami non ferrosi, la Cina cambia le regole: più riciclo interno e importazioni selettive
La Cina punta a superare 20 milioni di tonnellate annue di metalli secondari, apre alle importazioni selettive e limita l’uscita di materiali strategici. Una trasformazione che cambia le condizioni operative per commercianti e riciclatori internazionali.
La Cina vuole più metallo dai propri scarti, ma per riuscirci deve anche aprire le porte a quelli degli altri.
È questa la logica della trasformazione descritta nell’ultimo Non-Ferrous Mirror del BIR, che mira ad aumentare la produzione secondaria nazionale, selezionare meglio i materiali in ingresso e trattenere quelli considerati strategici. Per gli operatori internazionali, il punto non è soltanto quanto comprerà Pechino. È soprattutto che cosa lascerà entrare e che cosa impedirà di uscire.
Il ministero dell’Industria e delle Tecnologie dell’Informazione vorrebbe che la produzione di metalli secondari riesca a superare i 20 milioni di tonnellate annue. Un obiettivo che assegna al riciclo il ruolo di alimentare la domanda interna e rafforzare il controllo sui rottami. L’autosufficienza resta l’orizzonte ma, nell’immediato, servono anche forniture estere.
Un mercato in crescita
Secondo il BIR, le previsioni di settore indicano una crescita media annua composta del 4,7% per il mercato cinese del riciclo dei rottami non ferrosi fino al 2033. Il valore stimato a quella scadenza è di 229,3 miliardi di dollari, equivalenti a 204 miliardi di euro.
Per quanto riguarda gli utili, secondo la China Nonferrous Metals Industry Association, nel primo trimestre del 2026 le principali imprese dei metalli non ferrosi hanno totalizzato 192,85 miliardi di yuan, circa 24 miliardi di euro.
A sostenere il risultato sono state la forte domanda interna e l’ottimizzazione delle lavorazioni. Attenzione però a considerare che questi utili riguardano le principali imprese dei non ferrosi, non il solo comparto del riciclo.
Le frontiere si aprono, purché il materiale sia quello giusto
Per avvicinare il traguardo produttivo, Pechino sta adeguando le proprie rigide politiche doganali. Il passaggio più significativo è l’autorizzazione all’importazione di black mass, materiale che permette di recuperare cobalto, nichel e litio. Secondo il BIR, l’apertura fornisce risorse essenziali a un’industria del riciclo finora frenata dall’insufficienza dell’offerta domestica.
Anche il ministero dell’Ecologia e dell’Ambiente ha ampliato le categorie ammesse di rottami di alluminio e metalli rossi di alta qualità. Le spedizioni conformi beneficiano ora di controlli visivi e radiometrici semplificati.
Per chi vende sul mercato cinese, non basta avere rottame disponibile, ma occorre avere quello accettato dalle autorità. L’apertura non equivale perciò ad una liberalizzazione indistinta, visto che serve a procurare all’industria le materie che mancano, mantenendo una selezione all’ingresso.
Batterie, magneti e controllo delle risorse recuperate
Sul fronte interno, la Cina finanzia attività per il recupero di risorse da rifiuti complessi, con particolare attenzione alle batterie dismesse dei veicoli elettrici e ai moduli fotovoltaici commerciali.
La costituzione del China Resources Recycling Group si inserisce nel disegno di consolidare la filiera nazionale, assicurare rottami non ferrosi ad alta purezza e incidere sui flussi mondiali dei materiali misti. In questo caso il recupero non è soltanto una questione di trattamento dei rifiuti. Organizzare raccolta e lavorazione significa anche decidere chi potrà disporre dei metalli recuperati.
Sul versante opposto, Pechino ha fortemente limitato le esportazioni di terre rare, tecnologie e rottami di magneti ad alto valore. Queste restrizioni stanno spingendo le imprese mondiali dell’alta tecnologia e della difesa a cercare con urgenza filiere alternative di riciclo fuori dall’Asia.
Il risultato è un sistema a due direzioni, con facilitazioni per importare risorse utili, vincoli per esportare quelle strategiche. Per gli operatori esteri, la crescita del riciclo cinese può significare nuovi sbocchi commerciali, ma anche minore disponibilità di alcuni materiali in uscita.
È su questa asimmetria, più che sulle sole dimensioni previste del mercato, che si misureranno opportunità e dipendenze.
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