Buongiorno e ben rientrati dalle vacanze estive!
Credo che ormai per la maggior parte di voi siano solo un bel ricordo.
Riprendo con oggi la pubblicazione della newsletter con la quale condivido le ultime notizie dalla Borsa LME relative alla scorsa settimana ed alcuni approfondimenti dal mondo dei metalli.
Il listino degli “industriali” continua la sua corsa moderata ma inarrestabile: la tendenza settimanale si conferma ininterrottamente positiva fin dalla prima metà di luglio.
Le tossine del dopo ferie sono ancora molte da smaltire, soprattutto quelle che stanno generando il protrarsi di una sorta di disorientamento nell’individuare le giuste direzionalità da dare alle strategie di ciascuna impresa.
Limitarsi ai titoli dei giornali o alle fasce informative che scorrono sugli schermi televisivi non è certo una buona forma di lettura per poi decidere “che cosa fare”. Le parole, così come i dati, che poi sono fatti essenzialmente di numeri, vanno letti e ancora di più oggi, con la massima attenzione.
Un suggerimento, sviluppare ragionamenti profondi e sensati sul quesito più “intrigante”: perché la nostra azienda sta andando bene e che cosa fare per mantenere questo stato di grazia? La risposta più “tossica” e devastante, che conduce alla soglia della porta più pericolosa, è: “abbiamo sempre fatto così”, oggi significa dritti verso il baratro.
Leggere e ponderare è quindi la strategia migliore e negli ultimi mesi, ragionare sui movimenti dei prezzi degli “industriali” non è un vezzo del sapere, ma conoscere come si articolerà l’intero listino LME, oggi e nel prossimo futuro.
La Borsa dei metalli sta ormai aggiornando settimanalmente l’indice LMEX con crescite frazionali di punto percentuale, come lo 0.8% di questa ottava.
Il Rame, l’Alluminio e lo Zinco sono risultati i metalli più performanti della settimana, tutti e tre evidenziando spazi per ulteriori punti di massimo, che per il “metallo rosso” risulterà l’ennesimo approdo a quotazioni mai raggiunte nella sua storia al LME.
Gli approcci di rinforzo dei prezzi USD 3mesi presenteranno modalità differenti per questi tre metalli e conseguentemente per le leghe di Ottone e Zama.
Rame in continua fase di rinforzo della quotazione
Il Rame sta dando continuità a una situazione di rinforzo del prezzo LME avviata lo scorso 2 settembre e che sta trovando come sua collocazione di massimo quella del giorno precedente. La tendenza risulterà caratterizzata da fattori di crescita molto frazionati e per tutta la settimana.
Zinco ai massimi, difficilmente arretrerà in modo repentino
Lo Zinco avrà dalla sua un elemento di certezza, che sarà quello di non presentare azioni di arretramento di prezzo al di sotto del minimo relativo registrato nella seduta LME di mercoledì scorso. Il metallo non vedrà durante questa ottava il riproporsi del massimo parziale a ridosso di quota 4mila dollari 3mesi, ma nemmeno quello di un repentino e atteso da molti, arretramento significativo della sua quotazione di Borsa.
Le Leghe, Ottone e Zama
Le leghe non potranno che contestualizzare le ottime progressioni dei prezzi di Rame e Zinco viste a Londra la scorsa settimana. L’Ottone e la Zama seguiranno inevitabilmente gli orientamenti dei prezzi dei due metalli di riferimento, più legata alle contingenze del quotidiano quella “gialla” e maggiormente dipendente al calcolo del prezzo medio e quindi in ulteriore crescita, per quella dal colore grigiastro.
Rallentamento dell’ascesa per l’Alluminio
Il profilo a gradoni della collocazione del massimo relativo dell’Alluminio sta presentando delle “alzate” sempre meno pronunciate; pertanto, quota 3.300 USD tre mesi diventerà la residenza momentanea del metallo al LME, senza puntate ulteriormente rialziste.
Nichel stabile attorno a quota 17.000 USD / 3 mesi
Il Nichel sta portando avanti una diatriba tutta sua nei confronti della soglia di prezzo posta a 17mila dollari 3mesi e comunque capace di raggiungere in qualche frangente nella settimana di Borsa appena messa alle spalle. L’attuale intensità della quotazione che uscirà dalle contrattazioni LME dell’ottava entrante non lascia presagire a un nuovo varco di linea oltre quota 17mila USD, sempre che non interverranno fenomeni esterni e significativi, come una forte ripresa generalizzata del listino degli “industriali”.
Piombo in zona di minimo relativo, pronto a risalire?
L’evento più recente e quindi di maggiore importanza con cui si dovrà confrontare il Piombo, sarà quello di come intenderà risalire la china del prezzo LME, andato a collocarsi in una zona di minimo in prossimità della soglia di 1900 dollari.
Quotazioni record per lo Stagno
Le quotazioni record dello Stagno rientrano in considerazioni del concetto spazio-tempo ormai lontane per le interpretazioni attuali delle dinamiche LME rapportate al metallo. Il momento può essere considerato “moderatamente riflessivo” per il prezzo dello Stagno, in considerazione del fatto che il riferimento 3mesi di Borsa si collocherà al di sotto di 54mila dollari, in tempi brevi.
UNO SGUARDO ALLA REALTA’ PRODUTTIVA

Canada, Indonesia e Golfo: il nuovo equilibrio instabile dell’alluminio
Dazi statunitensi, guerra con l’Iran e blocco dello Stretto di Hormuz stanno ridisegnando il mercato globale dell’alluminio.
Il mercato dell’alluminio era abituato a una stabilità relativa fatta di grandi impianti, contratti di lungo periodo, rotte marittime consolidate e una domanda mondiale che raramente cambiava direzione in pochi mesi. Ma negli ultimi diciotto mesi quel sistema ha perso buona parte della sua prevedibilità.
I dazi degli Stati Uniti, il conflitto con l’Iran e la chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz hanno trasformato un comparto industriale apparentemente lineare in un intreccio di rischi.
A subire il colpo più diretto sono i produttori del Golfo, in particolare Emirates Global Aluminium (EGA) negli Emirati Arabi Uniti e Aluminium Bahrain (Alba) in Bahrain. Il loro problema non è soltanto mantenere la produzione, ma anche di ricevere allumina ed esportare alluminio. Di fatto, la perdita di un accesso sicuro allo Stretto di Hormuz è ben peggiore di qualsiasi flessione della domanda.
Il doppio colpo: dazi USA e blocco di Hormuz
La decisione del presidente Donald Trump di imporre, all’inizio dello scorso anno, un prelievo del 50% sulla maggior parte delle importazioni di alluminio negli Stati Uniti ha subito alzato il costo d’accesso al mercato americano. Per i produttori esteri, il mercato più remunerativo è diventato anche il più politicamente instabile.
Gli acquirenti possono ancora assorbire parte del sovrapprezzo e i margini restano più interessanti rispetto ad altre destinazioni, ma nessun produttore pianifica investimenti e contratti con serenità quando i dazi possono cambiare da un momento all’altro.
Poi è arrivata la guerra. Le rappresaglie iraniane contro gli Stati del Golfo, iniziate il 28 febbraio dopo gli attacchi statunitensi e israeliani, hanno danneggiato impianti locali e reso impraticabile lo Stretto di Hormuz. La rotta che sostiene sia l’approvvigionamento di allumina sia l’uscita del metallo finito si è trasformata nel principale collo di bottiglia della regione.
EGA e Alba, capacità industriale senza sbocco
EGA, ha riavviato parte delle attività della raffineria di Abu Dhabi danneggiata nell’attacco iraniano di marzo. Prima della guerra, il gruppo dichiarava una produzione pari a una tonnellata di alluminio ogni 25 realizzate nel mondo, circa il 4% dell’offerta globale. Il nodo resta lo smelter di Al Taweelah, per il quale è previsto EGA un ritorno alla capacità precedente alla guerra entro il primo trimestre del prossimo anno (oggi l’impianto opera al 18%).
Anche Alba, è stata colpita. Nel secondo trimestre le vendite sono diminuite del 32% su base annua per lo stallo di Hormuz, mentre l’utile netto è salito grazie ai prezzi più elevati.
La differenza tra redditività e operatività di Alba merita attenzione. Un’impennata dei prezzi può trasformare una riduzione delle vendite in un utile migliore, ma non rende meno vulnerabile un impianto dipendente dalle rotte marittime.
Per la società, secondo la valutazione di CRU, i problemi sono molto gravi a causa dell’alluminio che non riesce a uscire e dell’allumina che non riesce a entrare con la necessaria regolarità.
Il Canada prepara l’alternativa
Ma il fattore che può rendere permanente il danno per i produttori del Golfo arriva dal Canada. È di gran lunga il principale fornitore di alluminio degli Stati Uniti, mentre gli Emirati Arabi Uniti occupano una seconda posizione molto più distante. Nei primi mesi del 2025, l’insieme dei produttori del Golfo rappresentava il 16% delle importazioni americane di alluminio.
Le trattative commerciali tra Washington e Ottawa restano bloccate. Se non arriverà una svolta, parte del metallo canadese che non trova più uno sbocco agevole negli Stati Uniti potrebbe essere dirottata verso altri mercati. Il Canada non avrebbe bisogno di conquistare il mercato del Golfo ma gli basterebbe competere sulle medesime destinazioni.
Europa, India, Sud-est asiatico e Giappone diventano così il terreno di una partita che si gioca su premi regionali, qualità del metallo, tempi di consegna e affidabilità contrattuale.
Le esportazioni canadesi verso gli Stati Uniti restano sotto i livelli precedenti ai dazi. Anche le importazioni americane da Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Qatar e Arabia Saudita hanno registrato un forte calo fra marzo, quando le ultime navi partite da Hormuz prima della guerra sono arrivate negli Stati Uniti, e maggio, il momento più acuto dell’arresto delle spedizioni.
Il recupero successivo è stato soltanto parziale. In termini fisici, il mercato ha già iniziato a funzionare con flussi diversi da quelli ante crisi.
L’ombra della nuova capacità
Sullo sfondo c’è la crescita della capacità produttiva in Indonesia. Secondo il CRU, nei prossimi due o tre anni il mercato potrebbe trovarsi davanti a un surplus di capacità rilevante. Quella previsione, però, presuppone un ritorno alla normalità nel Golfo, un’ipotesi che oggi non può essere data per scontata.
Se EGA e Alba tornassero rapidamente alla piena operatività, l’arrivo di nuova capacità indonesiana e il possibile reindirizzamento del metallo canadese accentuerebbero la pressione sull’offerta globale. Se invece il blocco di Hormuz e i danni industriali si trascinassero, il problema non sarebbe il surplus teorico ma la scarsità di metallo.
Il mercato dell’alluminio non ha quindi davanti una sola variabile, bensì una catena di dipendenze fatta di politiche commerciali americane, esiti del negoziato con il Canada, sicurezza marittima nel Golfo, recupero operativo degli impianti e nuova capacità asiatica.
La stabilità a cui tutto il comparto dell’alluminio era abituato si è sgretolata e, adesso, anche se il metallo continua a circolare, lo fa con costi, rischi e concorrenti completamente diversi.
APPROFONDIMENTO

La prossima crisi energetica potrebbe nascere dalla sete
La scarsità idrica non è più una questione collaterale per il settore elettrico, ma un rischio operativo, sociale e politico.
Che le risorse naturali siano sempre più scarse e strategiche lo stiamo scoprendo proprio in questi anni, a partire dal cobalto della Repubblica Democratica del Congo fino ad arrivare alle terre rare cinesi, al gas russo e il petrolio del Golfo Persico.
Ma il problema più serio potrebbe nascere da qualcosa che abbiamo molto più vicino: l’acqua.
La questione non è soltanto ambientale, né ha qualcosa a che vedere con la disputa ideologica sul clima. Infatti, il problema insormontabile è che l’energia elettrica dipende dall’acqua. Se cambiano temperature e piogge, cambiano insieme la disponibilità idrica, il raffreddamento delle centrali, la navigabilità dei fiumi, l’efficienza delle linee e, alla fine, la capacità di tenere accese economie sempre più elettrificate.
Negli Stati Uniti, il caso del fiume Colorado offre una lezione poco rassicurante. Il flusso del corso d’acqua si è ridotto e il Lake Mead, il suo principale bacino, è sceso a livelli record.
Qui la crisi non riguarda solo chi apre il rubinetto nel Sud-Ovest americano, visto che ai piedi del lago opera la diga di Hoover, grande produttrice di elettricità e fornitrice, fra gli altri, del Metropolitan Water District of California.
Il distretto californiano rischia dunque di avere meno acqua da distribuire e meno elettricità disponibile. È la fotografia di una dipendenza che le politiche energetiche dei vari paesi tendono a minimizzare, nonostante si rischi di arrivare al momento in cui ci si trova di fronte ad un’interruzione del servizio energetico.
Centrali assetate, reti surriscaldate
In Europa il problema ha assunto forme diverse, ma non meno gravi. Fiumi con portate insufficienti possono ridurre la disponibilità di acqua per raffreddare gli impianti o ostacolare il trasporto dei combustibili su chiatta. Una centrale nucleare non ha bisogno soltanto di combustibile, manutenzione e autorizzazioni, ma ha anche bisogno di condizioni idrologiche compatibili con il proprio funzionamento.
L’acqua troppo calda può diventare essa stessa un limite operativo dal momento che se non riesce a raffreddare adeguatamente gli impianti, la capacità produttiva si restringe proprio quando le temperature elevate gonfiano i consumi per la climatizzazione. Il sistema entra così in una spirale dove il caldo aumenta la domanda di elettricità e, contemporaneamente, riduce la solidità dell’offerta.
C’è poi la rete, quell’infrastruttura di cui nessuno parla se non nel momento in cui non regge più il carico. Il caldo estremo condiziona la capacità di trasporto e l’operatività di trasmissione e distribuzione. Linee elettriche surriscaldate che passano sopra a vegetazione secca sono un rischio operativo, territoriale e finanziario.
I grandi nuovi consumatori, i data center per l’intelligenza artificiale, aggiungono pressione a un sistema già in difficoltà. Queste strutture richiedono acqua per le proprie operazioni e aumentano la domanda di elettricità prodotta, spesso, da impianti che di acqua ne utilizzano molta. La rivoluzione digitale promette efficienza e potenza di calcolo, ma resta appoggiata su due basi molto materiali: elettroni e metri cubi di acqua.
Negli Stati Uniti, la generazione elettrica assorbe già circa un terzo dell’uso dell’acqua. In un contesto di offerta idrica stagnante o calante e domanda crescente, energia, agricoltura, città e industria finiscono inevitabilmente per contendersi la stessa risorsa.
Il mercato non può far piovere
La risposta che tradizionalmente viene data a fronte di questo tipo di problemi è: se l’acqua scarseggia, basterà aumentarne il prezzo; la domanda si adatterà, gli investimenti arriveranno e l’offerta si organizzerà. È la rassicurante fede nel prezzo come soluzione universale, ma l’acqua non è un prodotto qualunque e la pioggia non risponde agli incentivi.
Prezzi più alti possono certamente contenere gli sprechi, incentivare il riuso, spingere le riparazioni delle reti e rendere economicamente più sensata la dissalazione. Possono aiutare, ma non spostano le precipitazioni dove servono né quando servono. Il prezzo può correggere alcuni comportamenti; non può correggere la geografia fisica della scarsità.
C’è anche una questione sociale che i modelli di allocazione tendono a trascurare. L’acqua è necessaria a tutti e non dispone di veri sostituti. Trasferire il costo della scarsità sui cittadini o sottrarre risorse alle comunità per favorire grandi consumatori può produrre tensioni politiche difficili da gestire. In altre parole, quanto possa costare l’acqua è una questione di consenso, salute pubblica e stabilità territoriale.
Politica energetica e rimozione del problema
Un coordinamento serio tra industria idrica ed energetica richiederebbe di ammettere che le condizioni ambientali su cui sono state costruite centrali, bacini, reti e piani di approvvigionamento non reggono più come un tempo. Molte infrastrutture sono state progettate per un clima che non garantisce più le stesse portate, temperature e margini di sicurezza.
Il problema non è necessariamente l’assenza di tecnologia. Sono possibili riuso, riduzione delle perdite, dissalazione e pianificazione intersettoriale. Il deficit più evidente sembra essere di priorità, capitale e volontà di riconoscere il cambiamento prima che diventi emergenza.
Il rischio non è soltanto ambientale
La crisi dell’acqua mette in discussione anche l’idea che l’elettricità possa essere sempre trattata come una normale merce. Quando fuori ci sono venti gradi sottozero e la scelta è fra riscaldare casa o congelare, la domanda non è elastica nel senso rassicurante del termine. In certi momenti, il prezzo non alloca soltanto una risorsa, ma decide chi può sostenere una funzione essenziale.
Qui si intrecciano due problemi. Da una parte, la scarsità d’acqua può provocare scarsità di elettricità, perché riduce il raffreddamento, la produzione idroelettrica, il trasporto di combustibili e l’affidabilità delle reti. Dall’altra, l’uso del prezzo come unico regolatore rischia di trascurare che acqua ed energia sono beni vitali, non semplici input da redistribuire verso il miglior offerente.
L’economista Herb Stein sintetizzò il limite con una formula brutale: “If something cannot go on forever, it will stop.” Il modello di crescita della domanda idrica dentro un sistema con disponibilità fisicamente rigida non può proseguire all’infinito. La questione è se il cambiamento avverrà attraverso investimenti, regole e coordinamento, oppure mediante razionamenti, shock tariffari e conflitti locali.
La pressione politica su questo tema è destinata a crescere. Più inquinamento, bollette più alte, riduzione dell’acqua disponibile e fragilità delle infrastrutture sono ingredienti che non rispettano etichette ideologiche. L’insoddisfazione accumulata prima o poi troverà politici disposti a trasformarla in consenso.
La risorsa decisiva del XXI secolo
Per operatori energetici e grandi utilizzatori, la conclusione è che la disponibilità d’acqua non va più trattata come una variabile garantita. I piani industriali dovrebbero evitare di assumere che l’approvvigionamento idrico sarà disponibile solo perché lo era nelle medie storiche di cento anni.
Le medie storiche, del resto, hanno il difetto di raccontare il passato con una sicurezza che il futuro non ha firmato. Per una centrale, un impianto industriale o un data center, l’analisi del rischio idrico deve entrare nello stesso gioco in cui entrano energia, rete, combustibile e autorizzazioni.
L’acqua è indispensabile, non ha sostituti e affronta una domanda crescente a fronte di un’offerta che non può espandersi liberamente. È questo il semplice motivo che trasforma l’acqua nella materia prima decisiva del XXI secolo.
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